Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea – Convegno ad Ivrea

Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea – Il Patrimonio come occasione di rigenerazione urbana e sviluppo, è il titolo del convegno che si terrà ad Ivrea il 16 giugno 2017 presso il Salone dei 2000 in Corso Jervis n. 11

Ivrea – Image courtesy of Gianluca Giordano

 

Il convegno è promosso da Città di Ivrea e Politecnico di Torino – Dipartimento Architettura e Design ed è stato realizzato con il contributo della Regione Piemonte e con la collaborazione di IdeaFimit Sgr.

Il convegno Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea si inserisce nell’ambito  delle attività a supporto della Candidatura di “Ivrea città industriale del XX secolo” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Il convegno Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea è un’iniziativa del progetto europeo: “Citylabs: Engaging Students with Sustainable Cities in Latin-America” Co-finanziato da “Erasmus+ Programme of the European Union”

Convegno Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea: Comitato scientifico e organizzativo

  • Rocco Curto, Professore ordinario, titolare dell’“Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio” – A.A. 2016/2017, Laurea Magistrale in “Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio “,
    Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design
  • Lisa Accurti, Docente a contratto dell’“Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio” – A.A. 2016/2017, Laura magistrale in “Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio”, Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design)
  • Renato Lavarini, Coordinatore Candidatura “Ivrea città industriale del XX secolo” nella WHL UNESCO
  • Diana Rolando, Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design)
  • Alice Barreca, Politecnico di Torino (Dipartimento Architettura e Design)

Convegno Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea: Presentazione

Il patrimonio olivettiano della Core Zone di “Ivrea città industriale del XX secolo” costituisce un’eredità culturale emblematica da valorizzare in cui la “dimensione privata” si deve integrare con quella pubblica e costituire un unico sistema di architetture in grado di innescare processi di rigenerazione dell’intera area urbana e forme di fruizione innovative sia per la cittadinanza eporediese sia per le diverse tipologie di utenza esterna.

Il Politecnico di Torino, per supportare le politiche dell’amministrazione e la candidatura UNESCO nel processo di valorizzazione, anche economica, della Core Zone, con una visione innovativa e in modo sperimentale, ha strutturato un Sistema Informativo Territoriale (SIT), concepito quale modello dinamico e interoperabile in grado di mettere in relazione più di 100 edifici (residenze, edifici industriali, uffici, edifici destinati a servizi),con il loro contesto territoriale. Il gruppo di lavoro ha considerato le infrastrutture e gli spazi pubblici aperti con un ruolo equivalente agli edifici nel processo di valorizzazione territoriale in modo da integrare le politiche pubbliche e gli interventi operativi privati.

Il SIT, grazie all’implementazione di numerosi strati informativi, ha supportato l’esperienza didattica condotta con gli studenti dell’Atelier di Restauro e Valorizzazione del Patrimonio del corso di Laurea magistrale in Architettura per il Restauro e la Valorizzazione del Patrimonio del Politecnico di Torino (Dipartimento di Architettura e Design), A.A. 2016/2017, i quali hanno studiato il sistema di beni della suddetta Core Zone ed elaborato, a partire dai dati raccolti e inseriti nel SIT, coerenti progetti di riuso e valorizzazione.

Le attività didattiche di questo Atelier sono state condotte applicando la metodologia “Problem Based Learning (PBL)”, nell’ambito del progetto “Citylabs: Engaging Students with Sustainable Cities in Latin-America” co-finanziato dal programma Erasmus + dell’Unione europea.

Sono stati in tal modo definiti e prospettati alcuni scenari per il futuro di Ivrea, ipotizzando mix funzionali alternativi per gli edifici dell’area interessata, anche nell’ottica di fornire nuovi luoghi di integrazione e innovazione sociale e di rigenerazione economica e culturale, destinati a diversi segmenti di domanda.

La valorizzazione del patrimonio olivettiano, coinvolto nella Candidatura alla WHL UNESCO di “Ivrea città industriale del XX secolo”, è stata pertanto affrontata, da una parte, individuando interventi di restauro e di riuso compatibili con le architetture realizzate dagli architetti del movimento moderno e, dall’altra, tenendo conto della fattibilità economicofinanziaria degli interventi di riuso e di retrofit, considerando gli edifici della Core Zone come un unico sistema integrato al territorio, al fine di favorire le convergenze tra convenienze private e pubbliche in un contesto “fragile” dal punto di vista economico e sociale rispetto all’entità dell’offerta e in presenza di risorse pubbliche limitate.

Se il riconoscimento dell’architettura olivettiana come patrimonio culturale è impulso cruciale alla sua salvaguardia e valorizzazione sostenibile, analogamente la comprensione, da parte degli studenti, della rilevanza dei contenuti di valore culturale materiale e immateriale è stata fondamentale nella delineazione di proposte progettuali coerenti tanto con i caratteri identitari dei manufatti che con la loro vocazione funzionale, passata e futura.

La presentazione pubblica delle proposte progettuali afferenti la questione – quanto mai attuale – della conservazione e rivitalizzazione del patrimonio architettonico del sito candidato nella WHL, costituisce dunque occasione per riflettere su possibili indirizzi di salvaguardia e, soprattutto, di valorizzazione – attuata attraverso il riuso sostenibile – di beni che sono organica testimonianza di felici processi insediativi e di organizzazione sistemica del territorio; beni attualmente sottoutilizzati, o in dismissione, talvolta a rischio di ruderizzazione, e che stentano a trovare destinazioni d’uso sufficientemente attrattive, sotto il profilo della sostenibilità economico/gestionale e di interesse da parte dell’utenza.

Scarica qui il Programma Convegno Ivrea 16 giugno 2017




Musil di Brescia: presentazione del progetto della nuova sede centrale

Musil Brescia – Sistema Museale dell’Industria e del Lavoro di Brescia: il nuovo progetto della sede centrale museale sarà presentato sabato 10 giugno ore 10:00 nel Salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia a Brescia.

Musil-Brescia-sede-di-Rodengo

All’incontro saranno presenti il Sindaco di Brescia Emilio Del Bono, la Giunta comunale, Massimo Negri, responsabile della progettazione museologica e museografica della nuova sede centrale del Musil e Klaus Schuwerk, progettista dell’opera.

Il Musil di Brescia

il Musil di Brescia è frutto di una lunga elaborazione e della raccolta di un’ ampia collezione di reperti integrata da una ricca varietà di fonti documentarie (archivi, libri e riviste, manifesti, fotografie, filmati).

L’asse portante e l’obiettivo principale del Musil è la conoscenza, divulgazione, studio dell’industrializzazione e delle trasformazioni storiche prodotte dalla sua diffusione e generalizzazione, trovando nel territorio bresciano un caso esemplare, di rilievo nazionale e europeo.

Musil di Brescia: presentazione della nuova sede centrale

La sede centrale del Musil, collocata nel sito e in una parte delle strutture che ospitarono la più grande fabbrica di Brescia agli inizi del Novecento, si inserisce in un sistema già pienamente funzionante, e unico nel suo genere in Italia, che comprende il Museo dell’energia idroelettrica di Cedegolo, il magazzino visitabile e museo del cinema di Rodengo Saiano, il Museo del ferro nel quartiere di San Bartolomeo.

La sede centrale del Musil di Brescia si propone come un progetto aperto ai contributi dei diversi soggetti interessati a questo nuovo spazio di conoscenza, educazione e animazione culturale al servizio della città e del suo territorio: ne verranno quindi illustrate le funzioni e la struttura anche in relazione al progetto generale di rigenerazione urbana in cui questa iniziativa viene a collocarsi.

Saranno presentati inoltre i temi, le diversi tipologie di reperti e di documenti come pure le molteplici forme di comunicazione che animeranno le sale del museo dove si incontreranno diversi linguaggi nello spirito della sua architettura contemporanea dove coesistono nuove forme accanto ai capannoni storici della ex-Tempini.

Per saperne di più sull’evento cliccare qui

 




ZTC: Crespi d’Adda parte delle Zone a Traffico Culturale Estate 2017

ZTC: Villaggio operaio di Crespi d’Adda e Centrale Taccani in provincia di Bergamo. Ecco i due luoghi, parte del nostro patrimonio industriale, che sono stati scelti per dare vita al progetto Zone a Traffico Culturale che si terrà tra i mesi di giugno e luglio 2017 (sono aperte le iscrizioni, vedi sotto)


Finanziato dalle Fondazioni Cariplo e Peretti, il progetto Zone a Traffico Culturale presentato da Parco Adda Nord e Coclea cooperativa sociale onlus, ha l’ambizione di interpretare artisticamente i luoghi del patrimonio industriale nella valle dell’Adda, facendone cantieri di condivisione culturale.

Oltre a Parco Adda Nord e Coclea Onlus, che ne sono promotori e partner, il progetto coinvolge i comuni di Trezzo sull’Adda, Capriate San Gervasio, Vaprio d’Adda e Cassano d’Adda, luoghi dove si svolgeranno le ZTC.

ZTC – Zone a Traffico Culturale: la poetica

Le culture dell’Adda intrattengono un millenario colloquio col fiume. Una decisiva ragnatela d’acqua sostiene ’economia di questa valle: potente è colui che possiede non latifondi ma concessioni idriche. Sulla riva, l’Adda convoca antiche cartiere, mulini, falegnamerie, tessiture che da fine Ottocento le centrali idroelettriche accelerano in attività industriali: gli impianti Edison di Cornate d’Adda, quello Enel di Trezzo sull’Adda, il villaggio operaio di Crespi d’Adda, la cartiera ex-Binda e la Velluti Visconti di Modrone a Vaprio d’Adda, il Linificio Canapificio Nazionale di Fara d’Adda e Cassano d’Adda. Le località rivierasche, dove l’economia si sgranchisce da agricola a industriale, portano nel nome il proprio segreto d’acqua: mettono al lavoro la dea Adda; mutano in dispositivo idraulico il fiume, che i Celti veneravano in figura di capricciosa divinità. Questa conversione dal sacro all’operoso scandisce un dramma storico in tre atti.

ZTC – Zone a Traffico Culturale: il progetto

Il progetto Zone a Traffico Culturale si articola in 4 appuntamenti nel corso del 2017 e 2018 (ovvero una ZTC estiva e una invernale per ciascun anno di progetto).

Il progetto Zone a Traffico Culturale si divide in una sessione estiva ed una invernale. Entrambe le sessioni – Zone a Traffico Culturale estate 2017 e Zone a Traffico Culturale inverno 2018, si articolano in 4 appuntamenti.

Ogni appuntamento ZTC sarà composto da 3 Masterclass ognuna condotta da un artista professionista. Obiettivo finale condiviso tra le masterclass: mettere in scena una performance aperta al pubblico.

ZTC n. 1- Zone a Traffico Culturale estate 2017: le masterclass

ZTC Masterclass Musica: Cog In The Machine di Morgan 10-17 giugno 2017

Partiamo dal fatto che il mondo digitale proceda da un occultamento: quello dei cavi, prima di tutto. Perché non vuole mostrare l’oscenità dei meccanismi.
Proprio come il mondo classico non rappresentava il realismo dei propri altari sacrificali. Che abbia reso definitivamente immateriale quello che la civiltà dell’elettricità aveva solo cominciato a rendere trasparente? Quali sono le nuove macchine dell’artigianato musicale? Come cablare le nuove macchine in equilibrio tra l’analogico e il digitale? E quale musica queste nuove macchine dovrebbero propagare? Una musica sociale, contro la dispersione – “per evadere dall’evasione” (Fausto Amodei) – , che scopra i garbugli dei cavi fatti di quotidianità, aspirazioni e lotte. Nei luoghi dell’elettricità e del paternalismo, Morgan accompagna a riappropriarsi della macchina attraverso la canzone che abbia memoria e futuro.

ZTC Masterclass Musica: Morgan

Marco Castoldi, in arte Morgan, è nato a Milano il 23 dicembre 1972. È musicista, scrittore, maître à penser, uomo di cultura. Scopre presto la musica, inizia a suonare molto giovane la chitarra, poi passa al pianoforte ed in seguito s’innamora perdutamente del sintetizzatore.
Fonda nel 1991 i Bluvertigo, band per la quale compone musiche e testi, pubblicando dal 1995 album tra i quali Acidi e Basi, Metallo Non Metallo, Zero.
Da solista pubblica dal 2003 Canzoni dell’appartamento (Premio Tenco) Da A a A, E’ Successo a Morgan, Morganicomio. Pubblica il remake di Non al denaro, non all’amore né al cielo inciso nel 1971 da Fabrizio De André ed ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, due volumi di Italian Songbook in cui reinterpreta brani di Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Domenico Modugno, Umberto Bindi, Domenico Modugno, Piero Ciampi, Pino Donaggio, I Gufi, Roberto De Simone, Charles Aznavour, Rodolfo De Angelis, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Giorgio Gaber e molti altri. E’ regista teatrale nell’opera lirica Il Matrimonio Segreto di Domenico Cimarosa al Teatro Coccia di Novarae nel 2014 compone le musiche e i brani per l’adattamento teatrale per la regia di Gabriele Russo al testo Arancia Meccanica di Anthony Burgess. In televisione è partecipa come giudice a otto edizioni di XFACTOR e ora è giudice ad AMICI.
Nel 1998 pubblica con Bompiani Dissoluzione e nel 2014 con Einaudi il suo libro autobiografico Il libro di Morgan.

ZTC Masterclass teatro: Corpi al Lavoro di Massimo Negri e Luca Stano 10-17 giugno 2017

Quando un lavoratore firmava il contratto con il Signor Crespi, gli veniva anche assegnato un posto al cimitero del villaggio, per sé e la sua famiglia. Era la prima affermazione di una estrema cura del corpo, o meglio di una cura del corpo in quanto tale. Poi, nella fabbrica, la filatura del cotone, richiedeva una grande quantità di congegni, mossi da forze potenti e spinti agli estremi limiti di velocità, in ambienti insalubri. Il corpo doveva essere presidiato e mantenuto in salute, per essere produttivo. Infine, un altro corpo, quello architettonico, più grande, perfetto e funzionale, racchiudeva i corpi dei lavoratori. I corpi ricordano, parlano, sono il luogo dove il potere si inscrive. I corpi – ridotti a parte insignificante di una massa sterminata di comparse, ritrovano la consistenza della singolarità attraverso una drammaturgia che restituisce voce, suoni, nomi ai loro vissuti irripetibili. Guidati da Massimo Negri e Luca Stano in un percorso tra gli spazi e i dati documentali disponibili, i partecipanti alla masterclass esplicitano nei loro corpi, i vissuti singolari inscritti nei corpi anonimizzati di coloro che a Crespi vissero e lavorarono.

ZTC Masterclass teatro: Massimo Negri

Direttore Scientifico del Master in Museologia Europa all’Università IULM di Milano e docente di museologia all’Università di Padova. Ha collaborato alla progettazione di corsi di alta formazione nel settore dei beni culturali della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Collabora con università, fondazioni e musei di diversi paesi in materia di exhibition planning e di aggiornamento professionale. Membro del Comitato Scientifico del Museo del Duomo di Milano, del Comitato Scientifico del MUSIL di Brescia, del Comitato Scientifico del Museo Fratelli Cervi. È direttore della fondazione olandese European Museum Academy.

ZTC Masterclass teatro: Luca Stano

Attore, regista, drammaturgo e acting coach. Ha iniziato la carriera come autore e attore in Norvegia presso NorgeTV, si diploma come attore presso la Civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe”, studia poi a Los Angeles e Londra, lavora in teatro con M. Schmidt, Carrozzeria Orfeo e S. Mabellini.
Diverse le sue regie teatrali e la sua produzione per cortometraggi cinematografici.
Sono molti gli spot tv nazionali di cui è protagonista per la regia, tra gli altri, di L. Lucini e G. Capotondi. Per il cinema ha lavorato di recente come acting coach per l’opera prima “Babylon Sisters” di G. Roccati.

ZTC Masterclass fotografia: Spazi Ritratti di Luca Campigotto

29 e 31maggio luoghi del patrimonio industriale e 6 e 7 giugno a Crespi d’Adda

Se l’aristocrazia si rappresenta nell’incisione e nel ritratto pittorico, l’industria trova la propria immagine di modernità proprio nello sviluppo fotografico. Della centrale idroelettrica «Alessandro Taccani», sull’Adda di Trezzo, si conservano numerose lastre di vetro che restituiscono il cantiere; ugualmente di Crespi d’Adda, villaggio operaio lungo il fiume, oltre un centinaio sono gli sviluppi da lastra di vetro. Questi scatti si collocano esternamente alla scena fotografata, essendo immagini di rappresentanza promosse dalla proprietà: testimoniano efficienza, disciplina, padronanza; rincuorano circa la bontà del progresso tecnico, che offre a tutti un’occasione di miglioramento sociale. Le centrali idroelettriche, le industrie in attività o dismesse rappresentano ancora questo messaggio? Quale genius loci abita i luoghi industriali che attendono la riconversione? Il silenzio e la vastità monumentale di fabbriche, un tempo risonanti di operai e suoni industriali, non inducono nostalgia ma ispirano nuove interpretazioni. La fotografia può forse essere la prima arte capace di trasformare la percezione di questi spazi. Quale punto di vista può interessare il fotografo odierno nel racconto del patrimonio industriale dell’Adda? Come indagare e rappresentare
la mise en intrigue di corpi, luoghi spazi, tempi?

ZTC Masterclass fotografia: Luca Campigotto

Luca Campigotto (Venezia, 23 febbraio 1962) è un fotografo italiano. Si è laureato a Venezia in storia moderna con una tesi sull’epoca delle grandi scoperte geografiche. Dall’inizio degli anni novanta ha legato la propria ricerca al tema del viaggio, realizzando progetti a colori e in bianconero sulle città di notte e i paesaggi selvaggi. I suoi lavori principali sono dedicati a Venezia, Il Cairo, i paesaggi di montagna della Grande Guerra, New York e Chicago. Come ha scritto W. Guadagnini: «[…] le sue fotografie slittano ben presto in un’altra dimensione, che è quella dell’immaginario. Un immaginario che davanti allo spettacolo naturale cerca non un Altro da sé, né la conferma delle proprie certezze, ma i modi per rendere visibile la dismisura dell’emozione».

 

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla prima ZTC – Zone a Traffico Culturale estate 2017

Tutti i dettagli ed il modulo di partecipazione sono disponibile sul sito www.zoneatrafficoculturale.it




La forza delle immagini: fotografie su industria e lavoro al MAST di Bologna

LA FORZA DELLE IMMAGINI: il lavoro e i maestri della fotografia in mostra alla Fondazione MAST di Bologna, oltre cento opere su industria pesante e meccanica, digitalizzazione e società consumistica

La forza delle immagini: alla Fondazione MAST di Bologna,  le immagini di sessanta autori dagli anni venti a oggi su industria e lavoro

Oltre cento fotografie alla Fondazione MAST (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia) documentano realtà e mutamenti dell’industria pesante e meccanica, della società dei consumi e della digitalizzazione. La mostra La forza delle immagini, curata da Urs Stahel, esamina gli ambienti del sistema industriale e tecnologico, toccando temi di natura sociale, attraverso le immagini di noti fotografi, tra i quali Berenice Abbott, Richard Avedon, Margaret Bourke-White, Jim Goldberg, Germaine Krull, Edgar Martins, Rémy Markowitsch, Edward Steichen, Thomas Struth e Marion Post Wolcott.

I tempi della produzione e quelli della storia delle tecnologie si leggono, ad esempio, nelle immagini che del metallo ci offrono Germaine Krull, Berenice Abbott, Nino Migliori, Takashi Kijima e Kiyoshi Niimaya, secondo tagli e prospettive che ne mettono in luce la duttilità o la resistenza, le trasformazioni, i processi siderurgici, gli utilizzi. Il metallo è stato materia prima di un’ epoca industriale, come testimoniano le foto di Germaine Krull, seguito da plastica e gomme, fino alla recente fase della deindustrializzazione, descritta da immagini di aree industriali dismesse. Ad esempio, il Kodak district a Rochester, ripreso Catherine Leutenegger, dove un’azienda storica, icona per oltre un secolo del “fare fotografia”, è oggi ridotta a meno del 10 per cento delle dimensioni originarie in seguito al passaggio dalla pellicola alla fotografia digitale.

“Nessuna innovazione, neanche la più importante, può essere salvaguardata dal declino”, afferma Stahel, che aggiunge: “Ferrovie, automobili, dirigibili, aerei, bombe: l’umanità inventa, sviluppa, progetta, costruisce, produce e mette in opera a fin di bene e a fin di male”. Un concetto che, nel versante positivo, viene illustrato da una interessante carrellata sulle strutture industriali, grazie agli scatti di Thomas Struth in Laminazione a caldo, Thyssenkrupp Steel, Duisburg o di Edgar Martins in Centrale elettrica Alto Rabagão: barra collettrice, fino ai bianchi ambienti di lavoro della serie Global Soul di Henrik Spohler sul tema dell’invisibilità dei flussi di dati digitali.

Festival Internazionale Fotografia Europea 2017: le Mappe del tempo, tra memoria, archivi, futuro

Industria e lavoro, fabbrica e società, archeologia industriale e innovazione sono rappresentati mediante un intreccio di linee temporali che collegano la mostra al tema Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro, leit motiv del Festival internazionale Fotografia Europea 2017, di cui MAST è partner.

“Gli archivi sono giganti silenziosi. Si svegliano e iniziano a parlare, se poniamo loro domande. Quando attingiamo con gli occhi e con la mente al fondo iconografico del passato, quando stabiliamo delle connessioni tra il presente e ciò che è stato (per MAST, tra produzione e consumo, tra l’uomo e la macchina), gli archivi e le collezioni svelano i loro tesori, consegnano informazioni e aprendo gli universi visivi che custodiscono”, dice Urs Stahel.
Ogni archivio o collezione ha una propria storia, una propria struttura, un sistema particolare fatto di ordine e disordine. Chi volesse approfondire il concetto può seguire il percorso che da Reggio Emilia, storica sede del Festival internazionale Fotografia Europea (fino al 9 luglio 2017), si articola in altre città dell’Emilia, con riflessioni sul ruolo delle immagini e sul concetto di archivio inteso come luogo, non solo fisico, dove trovare storie e immagini per meglio comprendere la contemporaneità e un possibile futuro.

Se si tratta di fotografia, un archivio contiene, nella gran parte dei casi, immagini raccolte con funzione soprattutto documentaria. Un’immagine, cioè, raffigura un certo oggetto, lo rappresenta, mostra un evento o uno specifico contesto: è il lato descrittivo della fotografia, che spesso porta a dimenticarne le qualità estetiche o le suggestioni visive.

“Le fotografie, infatti, possono fare assai più che descrivere: veicolano un potenziale emotivo, comunicando non un messaggio univoco, ma più concetti insieme, diversi e paralleli. Si tratta di messaggi connotativi, che spesso possiedono sfumature simboliche o metaforiche. Quando l’indice, la definizione e, dal lato opposto, l’emozione, il potere evocativo, si completano a vicenda, l’immagine acquisisce una eccezionale energia, come ritengo avvenga nell’opera tratta dalla serie Open See di Jim Goldberg, con l’ampia pianura ricoperta di rifiuti sulla quale una “guardia” controlla attentamente che i materiali di scarto siano separati dai cadaveri animali. Documento di un luogo, ma anche un monito per la nostra società consumistica che poco si cura di un utilizzo consapevole delle risorse”, conclude Stahel,

 

di Paola Sammartano

 

Informazioni:
Dove: Fondazione MAST. via Speranza 42, Bologna
Quando: la mostra sarà visitabile sino al giorno 10 settembre 2017
Orari di apertura: Martedì – Domenica 10.00 – 19.00
Visite guidate: Sabato e Domenica 11.00 e 16.00
Ingresso gratuito




Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte – in mostra a Torino

Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte, una mostra a Palazzo Lascaris a Torino fino al 23 giugno.

Giovedì 11 maggio alle 11.30 a Palazzo Lascaris (via Alfieri 15 a Torino), verrà inaugurata la mostra “Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte”, la mostra è promossa dal Consiglio regionale del Piemonte e realizzata da Carla F. Gutermann e dall’Associazione Culturale Kòres.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, con l’espandersi delle nuove realtà industriali, l’esigenza di fornire una casa (vicino alla fabbrica) ai lavoratori inizia ad assumere un significato importante. I villaggi operai incominciano a sorgere in molte regioni del nord Europa dall’Inghilterra alla Germania, alla Francia (Saltaire, Noisel, Krupp) per poi diffondersi anche nell’Italia settentrionale ( Crespi d’Adda, Schio, Leumann) e, in particolare, in Piemonte.

Alla fine del XIX secolo Torino esce dalla sua crisi di identità dopo aver perso il ruolo di capitale d’Italia e si re-inventa come modello di sviluppo industriale. Tra i nuovi imprenditori sono soprattutto quelli che operano nel campo del tessile (Abegg, Du Pont, Gütermann, Leumann, Crumière, per citarne alcuni) a portare in Piemonte una diversa cultura imprenditoriale e un nuovo approccio nei rapporti tra proprietà e lavoratori. Costruire un gruppo di case per gli operai e gli impiegati della fabbrica con i servizi essenziali in comune (la scuola, la chiesa, il lavatoio) diventa un’esigenza che molti imprenditori illuminati realizzano nelle vicinanze dei loro stabilimenti.

Un’intera sezione della mostra è dedicata alla Borgata Leumann di Collegno, realizzata alle porte di Torino tra il 1875 e il 1907 dall’ingegnere-igienista Fenoglio, per gli operai del vicino cotonificio dello svizzero Napoleone Leumann. Oltre alle immagini d’epoca del villaggio saranno esposti anche alcuni oggetti legati alla sua storia.

In Piemonte altri grandi esempi di villaggi operai sono stati realizzati tra ‘800 e inizio ‘900 a Torino (Villaggio Snia), a Ivrea (Borgo Olivetti), a Perosa Argentina (Villaggio Gütermann), a Villar Perosa (Villaggio operaio della RIV SKF), il villaggio operaio della Manifattura di Cuorgnè, il villaggio Wild&Abegg a Borgone di Susa, il villaggio operaio dei Fratelli Bosio a Sant’Ambrogio, e nelle valli di Lanzo il piccolo agglomerato urbano dei tedeschi Remmert. In Italia altri gruppi di case operaie dello stesso genere vennero realizzati a Schio (Vicenza) e a Crespi d’Adda (Bergamo), fino agli ultimi insediamenti che risalgono alla prima metà del ventesimo secolo.

La mostra è stata curata da Alba Zanini (presidente dell’associazione Kores) e Carla F. Gutermann, storica e giornalista, in collaborazione con la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese.

La mostra “Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte”, ricca di fotografie originali e di approfondimenti storici, resterà aperta a Palazzo Lascaris da lunedì a venerdì dalle 10 alle 18, fino al 23 giugno 2017. Ingresso gratuito.




Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: da fabbrica di spirito a fabbrica per la cultura

Scopriamo la ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce, storia di un’impresa del sud oggi affascinante esempio di recupero e valorizzazione dell’archeologia industriale in Puglia.

La storia dell’impresa De Giorgi, produttrice di alcol e liquori per il mercato provinciale ma nota anche in tutta Italia per il liquore Anisetta, è un caso di studio esemplare dell’imprenditoria del meridione d’Italia della prima metà del Novecento.

Vito (padre) e Nicola De Giorgi diventano distillatori sul finire dell’Ottocento. Nel 1906 smettono di lavorare nel mulino di Carmine de Bonis (suocero di Vito) e si dedicano esclusivamente alla produzione in proprio di alcol e liquori, iscrivendosi alla Regia Camera di Commercio ed Arti della provincia di Terra d’Otranto al n° 1570. Questa decisione fu presa dai De Giorgi perché favoriti dalle buone possibilità che offriva l’abbassamento dei costi di produzione dell’alcol, causato dall’aumento della materia prima (vinacce e fecce) e dalla riduzione delle imposte di fabbricazione.

Sin dal 1906 Casa De Giorgi è molto attiva nella pubblicizzazione dei propri prodotti, partecipando a numerose esposizioni. Tra i riconoscimenti, spesso ricordati anche sulle etichette dei prodotti, le medaglie d’oro ricevute all’Esposizione di Siena del 1907 e alle Esposizioni riunite di Roma del 1911.

Tra il 1912 e il 1915 avviene il passaggio di gestione dell’attività da Vito al figlio Nicola; negli stessi anni quest’ultimo sceglie di investire non solo nella produzione ma anche nella distribuzione dei propri prodotti: la scelta è evidente, visto che nel 1915 Nicola è definito negli atti pubblici «commerciante»; sempre nel 1915 è tra le ditte premiate iscritte al «Gran Libro d’Oro» dei Benemeriti del Lavoro.

A distanza di qualche anno Nicola è ormai pronto per divenire un vero e proprio «industriale» e tra il 1917 e il 1920 affida a Giovanbattista Forcignanò la progettazione e la costruzione, in via Vittorio Emanuele III, di un grande stabilimento. Egli progetta il suo complesso industriale puntando alla differenziazione dei prodotti e avviando perciò contemporaneamente una distilleria con annesso liquorificio e fabbrica di vermouth, con reparto di imbottigliamento; uno stabilimento vinicolo con reparto per la trasformazione delle vinacce e delle fecce. Per le dimensioni e l’economia di San Cesario di Lecce il progetto di Nicola De Giorgi ha dimensioni di certo ambiziose.

Intorno alla fine degli anni venti Nicola De Giorgi ha ormai compiutamente individuato la “mission” della sua impresa; gli anni successivi sono dedicati al perfezionamento dei diversi cicli produttivi, alla pubblicizzazione e all’espansione del volume di affari.
Dalla fine degli anni trenta in poi lo spirito non rettificato prodotto a San Cesario di Lecce viene, oltre che venduto a fabbriche di rettifica, inviato nell’altro stabilimento di San Pietro Vernotico (BR) e in seguito anche in quello di Squinzano (le due distillerie furono costruite, la prima nel 1936 e la seconda nel 1938) entrambi dotati di un impianto autorettificatore.

De Giorgi riesce a raggiungere anche il mercato nazionale e internazionale attraverso il liquore Anisetta, divenuto la specialità della Distilleria De Giorgi sin dai primi anni di attività; la fama raggiunta dal liquore va di pari passo con i riconoscimenti e la pubblicizzazione del prodotto fatta realizzare al noto pittore e illustratore Luigi Bompard. Ad appena 14 anni dalla nascita della ditta, il 20 luglio 1920, Nicola De Giorgi riceve da Vittorio Emanuele III° un autorevole riconoscimento quale il Brevetto della Casa Reale.

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: il recupero del patrimonio industriale

L’attenzione sull’opificio “Distilleria De Giorgi” di alcuni esperti di archeologia industriale e della comunità scientifica locale (Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali, già IsCOM di Lecce e Corso di laurea in Conservazione di Beni Culturali, poi Facoltà con la Cattedra di Archeologia industriale), viene rivolta tra la fine del 1996 e il 1997, quando nella distilleria era in attività solo il liquorificio. Tutto parte tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000 quando viene redatto e sottoscritto dalle parti un Protocollo d’intesa, tra Comune di San Cesario di Lecce, Facoltà di Beni Culturali, CNR-IsCOM (poi IBAM) di Lecce e Casa Editrice Piero Manni, per lo svolgimento di un’attività congiunta su “Archeologia e patrimonio industriale: sviluppo di un’azione di ricerca, valorizzazione e progettazione”.

I risultati di quest’opera di patrimonializzazione furono tre pubblicazioni a stampa, un cdRom, due mostre e convegni, seminari e giornate di studio; questo permise al Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino (CUIS) di finanziare un progetto di ricerca dal titolo: Progetto pilota per la conservazione e valorizzazione del patrimonio archeo-industriale pugliese. Archeologia industriale a San Cesario di Lecce.

Tra la fine del 2002 e per tutto il 2003, la Distilleria De Giorgi è oggetto di studio (svolto dall’arch. Lorena Sambati) nell’ambito del Master in Conservazione, Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Industriale-Università degli Studi di Padova.

Nel 2005 l’Amministrazione comunale chiede alla Direzione Regionale per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Puglia, il vincolo di tutela, ai sensi del D.co L.vo n° 490 del 29.10.1999, di tutto l’immobile denominato “Antica Distilleria De Giorgi”; il 6 luglio del 2005 l’opificio “è stato dichiarato bene di interesse particolarmente importante”.

Il 2007 segna un anno importante per la ex Distilleria De Giorgi: viene celebrato il suo I° centenario; per l’occasione viene allestita una mostra documentaria e stampato il volume di Antonio Monte e Anna Maria Stagira (con un contributo di Lorena Sambati) dal titolo: La distilleria De Giorgi a San Cesario di Lecce: da opificio a monumento. Conservazione, recupero e valorizzazione.

Nel settembre 2007 il Comune redige un Progetto preliminare per il restauro e la conservazione dell’ex distilleria “Casa De Giorgi” da destinarsi a Museo dell’alcol a firma dell’ing. Paolo Moschettoni con la consulenza tecnico-scientifica dell’arch. Antonio Monte.
Dal 2008 a oggi sono continuati i rapporti scientifici con IBAM-CNR di Lecce, con AIPAI e Università degli Studi di Padova; infatti ogni anno (per dieci anni consecutivi tra giugno e settembre) il Comune ospita la Summer school del Master.

Con AIPAI nel settembre 2011 venne siglato un Protocollo d’intesa finalizzato alla tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio industriale.

La Distilleria De Giorgi il 16 marzo 2011 è stata aggiudicata alla Fondazione “Rico Semeraro” a seguito di una procedura fallimentare che ha avuto la durata di undici anni. Il 28 settembre 2012 la Fondazione, a nome del suo Presidente Giovanni Semeraro, cede gratuitamente al Comune di San Cesario di Lecce la distilleria con “[…] finalità sociali e culturali a beneficio della comunità di San Cesario […]”.

Grazie a questa donazione gli spazi produttivi, con tutte le aree di pertinenza, sono passati nei beni patrimoniali del Comune di San Cesario di Lecce; pertanto è stato possibile, nell’ambito della Legge Regionale n° 21/2008 su: Norme per la rigenerazione urbana (promossa grazie alle risorse del PO-FESR, Programma Operativo-Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, 2007-2013, Asse VII-Linea d’intervento 7.2-Azione 7.2.1), presentare un progetto per il recupero del Giardino storico e degli ambienti circostanti. Il 27 settembre 2014 con una manifestazione culturale pubblica (realizzata a fine lavori del I° lotto funzionale) è stato sancito l’avvenuto passaggio tra le parti.

Da febbraio 2016 a marzo 2017 si sono svolti i lavori del II° lotto grazie al Fondo di Sviluppo e Coesione 2007-2013 del CIPE n° 92/2012 “APQ Aree Urbane-Citta”, Azioni Pilota Programmate “Patto Città-Campagna”.

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: il sito di archeologia industriale ed i suoi macchinari

Il sito conserva al suo interno le macchine utilizzate nei diversi processi produttivi: un alambicco della Ditta Cecchin e Quacquarini-Costruzioni in rame e meccaniche, Milano; l’impianto di distillazione (tutto in rame e alto metri 11,80) della Ditta “Officina costruzioni industriali Frilli-San Gimignano (SI)” acquistato nel 1973, per sostituire un vecchio impianto del tipo “Barbet”, e utilizzato sino al 1989 anno in cui la Ditta De Giorgi cessò di produrre alcol; l’apparecchio distillatore delle fecce realizzato dalla Ditta “F.lli Mussi fu Girolamo-Milano” (in acciaio inox, ferro e rame, alto metri 9) acquistato nel 1961 e utilizzato sino al 1972; l’apparecchio dealcalinizzatore della Ditta “Ing. Castagnetti & C. S.p.A.-Grugliasco (TO)” (tutto in rame alto metri 3,90) acquistato nel 1958; una centrifuga delle “Officine Minetti-Milano” acquistata nel 1957; un filtro pressa della Ditta “F.lli Gianazza-Legnano (MI)” per il filtraggio del vermouth e due filtri pressa per il filtraggio delle fecce; le autoclavi in acciaio AISI 316 (alte metri 4) della Ditta “Metalizzazione Italiana” acquistate e impiegate dal 1971; la caldaia in lamiera e conci della Ditta “Impianti Idrotermici-Padova”, acquistata nel 1958; una pigiadiraspatrice della nota Ditta Giuseppe Pietro Garolla di Limena (PD); una tramoggia, con motore e vite senza fine, per spappolare la feccia; un miscelatore in rame della Ditta Officine Meccaniche Pellizzari-Arzignano (VI); 4 elettropompe; 4 filtri pressa della Ditta OCIM-Macchine per l’imbottigliamento, Cologno Monzese (MI); e tante altre.

 

GLI EVENTI ALLA EX DISTILLERIA DE GIORGI SAN CESARIO DI LECCE

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: venerdì 21 aprile 2017 inaugurazione di una nuova parte recuperata della distilleria

Venerdì 21 aprile, alle ore 18.00, sarà inaugurata un’altra parte della distilleria; in particolare tutta la zona produttiva relativa alla fermentazione delle vinacce, alla distillazione delle fecce, alla fabbrica di vermouth e agli spazi circostanti.

Il “caso-studio” della distilleria Nicola De Giorgi (con i numerosi studi fatti e la redazione di un progetto generale di rifunzionalizzazione e conservazione del sito industriale) ha attivato processi di partecipazione unici nella realtà dell’Italia meridionale, tanto che l’opera di patrimonializzazione della distilleria è un “caso di studio” per diverse realtà sia nazionali che europee.

Rispettando la volontà dalla Fondazione “Rico Semeraro”, che la destinazione del bene industriale fosse a “[…] fini culturali e sociali […]”, l’Amministrazione comunale ha fortemente voluto e sostenuto i due progetti di Rigenerazione urbana, mirati a far convertire, nel pieno rispetto dei luoghi del lavoro e dei suoi peculiari aspetti archeoindustriali, gli spazi per “prodotti alimentari” a “prodotti per la cultura”.

EX Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: sabato 22 aprile 2017 giornata studio

Giornata di studio su: Patrimonio industriale e buone pratiche per la conoscenza e la valorizzazione Co-organizzata da AIPAI e Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, e Conservatori della Provincia di Lecce, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali-Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBAM), Comune di San Cesario di Lecce, Regione Puglia e E-FAITH.

Dopo i saluti istituzionali di Andrea ROMANO (Sindaco del Comune di San Cesario di Lecce), Salvatore CAPONE (Deputato e Assessore al Patrimonio e LL.PP.), Loredana CAPONE (Assessore della Regione Puglia allo Sviluppo Economico e all’Industria Turistica e Culturale, Gestione e Valorizzazione dei Beni Culturali), Maria PICCARRETA (Direttore della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto) e Rocco DE MATTEIS (Presidente Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, e Conservatori della Provincia di Lecce), Giovanni Luigi FONTANA (Università di Padova, Presidente Nazionale AIPAI) introdurrà i lavori e svolgerà una relazione sul ruolo di AIPAI nel panorama nazionale e internazionale.

In seguito ci saranno gli interventi di Renato COVINO (Università di Perugia, Past President AIPAI) su Il Meridione e il patrimonio industriale: Puglia e Basilicata. Conoscenza, valorizzazione, riuso; Massimo PREITE (Università di Firenze, Membro del Comitato Internazionale per la Conservazione del Patrimonio industriale del TICCIH su La valorizzazione del patrimonio industriale nei network internazionali: la Lista Unesco del patrimonio mondiale e la European Route of Industrial Heritage (ERIH); Luca GIBELLO (Direttore de “Il Giornale dell’Architettura”) su Il riuso dei contenitori industriali tra memoria, trasformazione e conservazione; Manuel RAMELLO (Politecnico di Torino, vice Presidente AIPAI) su RE-ACTS, vocazione al riuso adattivo; Franco MANCUSO (IUAV di Venezia) su Buone pratiche per la valorizzazione del patrimonio industriale; Augusto VITALE (Università Federico II di Napoli) su Uno “statuto” per il progetto di riqualificazione; Edoardo CURRA’ (Università di Roma “La Sapienza”, vice Presidente AIPAI) su Tipi edilizi complessi per l’industria e l’arte agli inizi del Novecento. Processi di conoscenza e valorizzazione in atto a Roma. Alcuni casi studio chiuderanno i lavori della Giornata di studio; Silvio CILLO e Luigi GALLO (Responsabile Unico del Procedimento; Architetto, Gruppo di progettazione “Studio A. Siza”) su Progetto di riqualificazione paesaggistica e ambientale dell’aera urbana ex Cave di Marco Vito; Michele LABALESTRA (Sindaco del Comune di Palagianello) su “Il Paesaggio delle Gravine”. Recupero del sito carsico in Parco Madonna delle Grazie di Palagianello e Antonio MONTE e Lorena SAMBATI (CNR-IBAM e vice Presidente AIPAI; architetto, AIPAI Puglia) su La distilleria Nicola De Giorgi. Dalla patrimonializzazione alle buone pratiche per la conoscenza e la valorizzazione.

Le conclusioni sono affidate al Presidente nazionale AIPAI e Direttore del Master in Conservazione gestione e valorizzazione del patrimonio Industriale, Giovanni Luigi FONTANA.

Modera i lavori Carla PETRACHI, Giornalista

Sito archeologico industriale: Distilleria Nicola De Giorgi
Settore industriale:Settore Alimentare
Luogo: San Cesario di Lecce – Lecce – Puglia – Italia
Proprietà/gestione: Comune di San Cesario di Lecce
Testo a cura di: Antonio MONTE, CNR-IBAM; AIPAI email: a.monte@ibam.cnr.it




Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale – Convegno a Biella

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale. Heritage telling, creative factory, temporary use, business model.

A Biella, il 30 e 31 marzo 2017, negli spazi di quelli che un tempo furono due fabbriche tessili, l’ex Lanificio Maurizio Sella e l’ex Lanificio Trombetta oggi Cittadellarte, luoghi protagonisti della storia economica e sociale del territorio e oggi parte del nostro patrimonio industriale, si terrà il convegno dedicato alla rigenerazione del patrimonio industriale dal titolo Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale. Heritage telling, creative factory, temporary use, business model.

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: Biella e le sedi del convegno sulla rigenerazione del patrimonio industriale

 

Un tempo detta la “Manchester d’Italia”, la città di Biella è nota per l’attività legata al settore tessile che ha origini antiche (tracce di lavorazione laniera sono state rintracciate già in epoca preromana) e che ha lasciato notevoli tracce del suo sviluppo nei grandi lanifici ottocenteschi costruiti lungo gli impetuosi torrenti. Inoltre, la particolarità del luogo consiste nel non aver mai abbandonato la lavorazione laniera, oggi infatti nel territorio si produce ancora circa il 40% di tutti i tessuti di lana pregiati nel mondo. È proprio per il suo passato industriale, per i suoi monumenti del lavoro, che Biella rappresenta una delle città italiane più significative nell’ambito dell’archeologia industriale.

La Fondazione Sella e la Cittadellarte di Pistoletto, realtà che hanno sede all’interno di due ex fabbriche tessili collocate sulle sponde del torrente Cervo, sono i luoghi dove si terranno le due giornate di convegno dedicate alla rigenerazione del patrimonio industriale.

La Fondazione Sella si trova all’interno dell’ex “Lanificio Maurizio Sella”, edificio dal 1988 vincolato dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali come monumento di interesse architettonico e storico (guarda il video della Fondazione Sella ). La Cittadellarte di Pistoletto invece si trova all’interno dell’ex Lanificio Trombetta, un complesso di archeologia industriale tutelato dal Ministero dei Beni Culturali, acquistato dal Michelangelo Pistoletto nel 1991 e inaugurato dopo un lungo restauro nel 1998.

 

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: le tematiche del convegno sulla rigenerazione del patrimonio industriale

Il convegno Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale è la naturale prosecuzione di un dibattito avviato tre anni fa.
Era il 30 maggio del 2014 quando a Pray, presso la Fabbrica della Ruota, luogo simbolo dell’archeologia industriale biellese, si teneva il convegno Patrimonio e paesaggio industriale dalla tutela allo sviluppo. Prospettive e modelli per itinerari di conoscenza, conservazione riuso e valorizzazione.
L’iniziativa si inseriva tanto nella consolidata attività di ricerca delle istituzioni promotrici quanto nel dibattito contemporaneo sulla rigenerazione urbana ed extra urbana delle aree a forte connotazione industriale in cui è in atto un processo di deindustrializzazione legato a trasformazioni economico-produttive e processi di globalizzazione del mercato le cui conseguenze hanno determinato una profonda metamorfosi territoriale.
In quella sede il tema è stato affrontato con approccio multidisciplinare e sguardo internazionale a partire dallo stato dell’arte del patrimonio industriale biellese, tra i più ricchi in Europa, dando origine a confronti con realtà italiane ed estere.
A tale iniziativa sono seguite strette collaborazioni fra gli enti organizzatori sul tema in oggetto che hanno portato ad un confronto sulle linee di rigenerazione contemporanee dell’eredità industriale urbana ed extra urbana e sui modelli di sostenibilità economica degli interventi.
Da queste riflessioni, dall’osservazione dei molteplici fenomeni a piccola e grande scala già in essere, e nell’ottica di poter costruire in questa sede un nuovo ed efficace dibattito pluridisciplinare, si sono individuate quattro tematiche strettamente connesse alla rigenerazione del patrimonio industriale, che saranno oggetto del convegno del 30 e 31 marzo:

Heritage telling – Il legame fra la storia dell’impresa e il territorio è molto stretto, sia da un punto di vista sociale, urbanistico, formativo (si pensi come le Università Italiane spesso sono state un bacino di reclutamento per molte aziende come l’Università di Bologna per Ducati ad esempio). In anni recenti sono sorti (spesso con virtuose collaborazioni fra pubblico e privato) di valorizzazione culturale e turistica che hanno dato vita e senso ai musei d’impresa, oltre al loro ruolo di “strumento” aziendale, ma rendendoli parte di network allargati con una fruibilità pubblica. Un esempio di questo fenomeno è il progetto “Motor Valley”, rappresentato da eventi, itinerari e progetti a tema motoristico ideati e voluti all’interno di un unico network dalla regione Emilia Romagna. L’integrazione delle nuove tecnologie narrative (web 2.0, social media, app…) all’archivio / museo fisico è reso possibile grazie alla rete. I Social Network e i nuovi “medium” comunicativi hanno un costante bisogno di contenuti nuovi, certamente molti possono venire dall’attività quotidiana dell’azienda ma altrettanti sono quelli che vengono dagli archivi aziendali, spesso veri e propri scrigni di storie straordinarie: basta pensare al fascino di narrazioni come quelle di Ferragamo, Martini, Alessi, Peroni, Barilla e tanti altri. Un Archivio o un Museo d’impresa non possono essere pensati come un’operazione di puro mecenatismo o beneficenza ma può diventare uno straordinario strumento di valorizzazione per l’azienda sia in termini di Marketing e Comunicazione. I contenuti storici degli archivi e dei musei d’impresa sono un patrimonio vivo e pieno di opportunità, per dirla come Gustav Malher: la tradizione non è culto della cenere, ma custodia del fuoco.

Creative factory – La città muta dal punto di vista fisico, economico, sociale; si dissolvono i confini della città, diventano labili e a geometria variabile cambia il modo di produrre e ciò che si produce e di conseguenza anche i luoghi dove la produzione avviene. Le grandi fabbriche vengono dismesse e quei “vuoti” diventano progressivamente luoghi per la produzione di conoscenza, servizi, tempo libero, residenza; aumentano e si diversificano le popolazioni, gli attori, le interazioni. Anche l’arte muta e si evolve verso un uso partecipato ed emozionale che spinge l’artista e l’arte sempre più ad uscire dalle gallerie per arrivare nelle piazze, nei giardini, nelle fabbriche dismesse, nei luoghi pubblici, per intervenire nel dibattito sulla città, per lavorare affianco al progettista.

Temporary use – Capire come funziona il temporary use, ovvero l’uso temporaneo degli spazi inutilizzati all’interno delle città/territorio come concreta opportunità di gestione in riferimento non solo alla scala architettonica, bensì anche economica e legislativa, individuando le migliori strategie per attuare un temporary use con il supporto di esempi nazionali e internazionali: dal terreno vuoto all’ex stabilimento industriale, alla sede istituzionale dismessa. L’analisi degli usi temporanei vuole dimostrare che le aree residuali hanno il potenziale di diventare terre fertili elaboratori urbani per nuovi tipi di attività con l’obiettivo di individuare metodi che integrino le potenzialità del temporaneo nella gestione della città e nella progettazione urbana.

Business model – La sfida per l’economia del territorio è legata alla capacità di integrare la tradizione con l’innovazione, la prima come linfa per la seconda e non una semplice coabitazione – spesso forzata e/o subita. Per far ciò, tutti gli stakeholder devono avere necessità e convenienza nel condividere questo percorso coevolutivo. Il patrimonio industriale – nelle sua varie declinazioni: dagli edifici, agli archivi, ai percorsi- può diventare un volano per i soggetti che devono generare e consolidare il proprio business model in prospettiva. Ad esempio creando un percorso dove si possa rivivere la storia imprenditoriale, visitare gli insediamenti storici, raccontando la loro tradizione imprenditoriale ed evidenziando le nuove realtà di successo. La value proposition del turista industriale è legata al racconto del patrimonio industriale e alla condivisione delle nuove realtà imprenditoriali per opportunità di business in termini di partnership industriali, tecnologiche oppure come mercati di acquisizione.

 

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: organizzatori e sostenitori del convegno sulla rigenerazione del patrimonio industriale

L’evento è organizzato da AIPAI – Associazione Nazionale per il Patrimonio Archeologico Industriale in collaborazione con l’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Biella, l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Biella, DOCBI – centro studi biellesi, Centro Interdipartimentale di innovazione ICxT dell’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, Università degli Studi di Padova, Master TPTI Erasmus Mundus in Techniques, Patrimoines, Territoires de l’Industrie, Histoire, Valorisation, Didactique.

L’evento è sostenuto dall’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Biella, l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Biella, DOCBI – centro studi biellesi, Gruppo Banca Sella, Città di Biella, Cittadellarte, Associazione Nazionale Costruttori Edili Biella, Eurometallica srl, Futurall srl, Ronchetta & c. srl, Fratelli Bazzani spa, Unione Industriale Biellese

L’evento è patrocinato da Regione Piemonte, Consiglio Nazionale degli Architetti, Cittadellarte, Museimpresa

Media-partner Archeologiaindustriale.net

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: i crediti formativi del convegno sulla rigenerazione del patrimonio industriale

Evento accreditato presso il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori e presso il Consiglio Nazionale degli Ingegneri.
Ai fini della Formazione Professionale Continua la giornata di Convegno del 30/03 assegnerà 8 CFP agli Architetti e 6 CFP agli Ingegneri, mentre la giornata del 31/03 assegnerà 7 CFP agli Architetti e 6 CFP agli Ingegneri, previa iscrizione ai rispettivi portali per l’ottenimento delle credenziali di accesso (nome utente e password), successiva iscrizione e pagamento di 15,00 euro per ciascun evento. È possibile iscriversi ad entrambi gli eventi oppure ad uno solo.
Per l’iscrizione gli Architetti P.P.C. potranno registrarsi al portale www.formazionearchitettibiella.it
Per l’iscrizione gli Ingegneri potranno registrarsi al portale www.ingegneribiella.it

Evento previsto nel percorso formativo del master TPTI Erasmus Mundus in Techniques, Patrimoines, Territoires de l’Industrie, Histoire, Valorisation, Didactique e del Percorso per i giovani talenti di Politecnico di Torino e Fondazione CRT.

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: informazioni sul convegno sulla rigenerazione del patrimonio industriale

Per maggiori informazioni contattare
AIPAI: info@patrimonioindustriale
oppure architetto Manuel Ramello cell 393.9203751

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale.
Heritage telling, creative factory, temporary use, business model

Il Programma

30 marzo BIELLA – MIAGLIANO – PRAY BIELLESE

SEDE: Ex Lanificio Maurizio Sella – Biella

9.00 Accoglienza e registrazione partecipanti
9.30 Saluti istituzionali
Antonella Parigi, Regione Piemonte Assessore alla cultura, turismo
Manuela Salvitti, MiBACT – Soprintendente per le province di BI-NO-VCO-VC
Giovanni Luigi Fontana, AIPAI -Presidente
Gelsomina Passadore, Presidente Ordine Architetti di Biella
Marco Cavicchioli, Sindaco della Città di Biella

10:15-12:45 I sessione lavori
Coordina Giovanni Luigi Fontana

IL FASCINO INSIDIOSO DELL’ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE
Pio Baldi, Accademico di S. Luca
DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI PAESAGGIO CULTURALE?
Marco Trisciuoglio e Michela Barosio – Politecnico di Torino – dipartimento di Architettura e Design
RE-ACTS, VOCAZIONE AL RIUSO ADATTIVO
Manuel Ramello, Architetto Vice presidente AIPAI
PERCORSI DI RIGENERAZIONE POST-INDUSTRIALE: ARTE, CULTURA, CREATIVITA’, NUOVE TECNOLOGIE
Cristina Natoli, MIBACT –Soprintendenza per le province BI, NO, VCO e VC
SCENARI ANAMORFICI RIGENERANO UN PATRIMONIO DIMENTICATO
Stefania Dessi introduce Emanuele Ronco – MIBACT- Segretariato regionale per il Piemonte – Truly urban artist
RIGENERARE O DEL FUOCO DEL TEMPO E DELL’INIZIO
Ferdinando Fava, Università di Padova
DOLOMITI CONTEMPORANEE: INESSENZIALITA’ DEL BUDGET, CONCRETEZZE POIETICHE
Gianluca d’Incà Levis, Dolomiti contemporanee, curatore
BIELLA IN TRANSIZIONE: DA DISTRETTO MONOCULTURALE A ECOSISTEMA
Marco Berchi, Biella in transizione, project manager

13:00-14:00 Light lunch

14:00-15:00 Visita al Lanificio Sella
15:30 Visita Lanificio Poma, Miagliano
17:00 Visita alla Fabbrica della Ruota, Pray Biellese

19:30 Cena per i relatori presso la Fabbrica della Ruota

31 marzo BIELLA

SEDE: Fondazione Cittadellarte Pistoletto – Biella

9.00 Accoglienza e registrazione partecipanti
9.30 Saluti istituzionali
Giuseppina De Santis, Regione Piemonte Assessore alle Attività produttive (Industria, Commercio, Artigianato, Imprese cooperative, Attività estrattive), Energia, Innovazione, Ricerca e connessi rapporti con Atenei e Centri di Ricerca pubblici e privati, Rapporti con società a partecipazione regionale.
Gennaro Miccio, MiBACT , Segretario Regionale per il Piemonte
Carlo Piacenza, Presidente, Unione Industriale Biellese
Generoso De Rienzo, Presidente,Ordine Ingegneri di Biella
Valeria Varnero, Assessore alla progettazione Urbana Integrata

10:15-12:45 II sessione lavori
Coordina Giovanni Vachino

IL PATRIMONIOINDUSTRIALENELLA LISTA UNESCO DEL PATRIMONIOMONDIALE
Massimo Preite, Università degli Studi di Firenze, Ticcih Board
ARCHIVI E MUSEI D’IMPRESA COME STRUMENTI DI VALORIZZAZIONE TERRITORIALE
Marco Montemaggi, Museimpresa
BUSINESS MODEL EMERGENTI PER LA RIGENERAZIONE DEL PATRIMONIO INDUSTRIALE
Marco Pironti, Università degli Studi di Torino
MRF ed ENVIPARK, LA FABBRICA RIGENERA IL SISTEMA SOCIOECONOMICO
Davide Canavesio, AD Environment Park, TNE Torino Nuova Economia.
DALLE IDEE AL PIANO DI GESTIONE
Renato Lavarini, coordinatore candidatura UNESCO «Ivrea Città industriale del XX secolo»
LA RIGENERAZIONE DELL’INDUSTRIA AUDIOVISIVA: TAX CREDIT ED OCCASIONI PRODUTTIVE
Paolo Tenna, AD FIP Film Investimenti Piemonte
RICUCIRE GLI STRAPPI DEL PAESAGGIO CON UN FILO ECOLOGICO
Hilario Isola, artista

13:00-14:00 Light lunch

14:00-15:00 Visita alla Fondazione Cittadellarte Pistoletto

15:30 Tavola rotonda
SOSTENIBILITÀ E PROSPETTIVE DI RIGENERAZIONE DEL PATRIMONIO INDUSTRIALE
Moderano Marco Pironti e Manuel Ramello

Consolata Buzzi, archivio storico e progetti culturali BUZZI UNICEM
Francesco Ferraris membro Gruppo Giovani Imprenditori
Giovanni Luigi Fontana, AIPAI, presidente
Carlo Infante, changemaker, presidente di Urban Experience
Doris Messina, SELLA LAB direttrice
Gennaro Miccio, MIBACT – Segretario Regionale per il Piemonte
Paolo Naldini, Cittadellarte direttore
Manuela Salvitti, MIBACT- Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di BI, NO, VCO e VC
Giovanni Vachino, Presidente, Docbi – Centro Studi Biellese
Pier Francesco Corcione, Direttore Unione Industriale Biella




Progetto BresciaNuova: INSIDE THE TIME, si riparte dalle aree industriali dismesse di Brescia

Progetto BresciaNuova nasce da gruppo interdisciplinare composto da giovani studenti e professionisti con la passione di prendersi cura di Brescia tramite la progettazione urbana nonché la riqualificazione delle aree industriali dismesse.

 

Dare una svolta alla città di Brescia partendo proprio da uno dei sui pilastri: l’industria.

È questa la convinzione sulla quale si basa tutta l’attività del Progetto BresciaNuova che studia strategie innovative per le aree dismesse, riqualifica spazi pubblici, reinventa il contesto urbano, accende dibattiti su temi urbani, coinvolge altri giovani che hanno voglia di esprimere le proprie idee sul futuro della città.

Dopo un lavoro intenso di un anno passato come semplice gruppo informale che si divertiva a portare avanti proposte originali per la città, ha deciso di formalizzarsi come associazione culturale no profit nel novembre del 2015. Oggi Progetto BresciaNuova presenta per la prima volta un lavoro organico e sistematico sulle aree dismesse di Brescia: INSIDE THE TIME, un progetto video che racconta alcune delle aree industriali dismesse di Brescia più significative.

INSIDE THE TIME sarà presentato sabato 11 marzo alla Camera di Commercio di Brescia alle ore 10:30. (visita l’evento su Facebook)

Il progetto è patrocinato da Moving Culture, MUSIL, Brescia Mercati, Archeologiaindustriale.net, Istituto Nazionale di Urbanistica, Save Industrial Heritage, Legambiente, Camera di Commercio di Brescia. Gli sponsor del progetto sono la Industrial Asset Management e la Germani Trasporti. Media Partner tematico Archeologiaindustriale.net.

Incontriamo Jacopo Alessandro Tassoni, ideatore e capogruppo del Progetto BresciaNuova

 

Cosa ha fatto scattare la scintilla che ha dato origine al Progetto BresciaNuova?

La scintilla è scattata sia da motivazioni individuali che dall’influenza del contesto urbano in cui ci troviamo a vivere e ad operare.

In un primo luogo abbiamo deciso di fondare Progetto BresciaNuova perché volevamo lasciare qualcosa di propositivo nella città in cui viviamo. Un giorno proposi l’idea ad alcuni colleghi e ad amici d’infanzia. Alcuni rimasero entusiasti  e incominciammo a riunirci nella terrazza di casa mia.

Con il passare del tempo abbiamo deciso di prendere le cose più seriamente e, dopo due anni e mezzo di avventura, siamo ancora qui a credere nel nostro sogno. Oggi siamo in 12, un team interdisciplinare di giovani studenti e professionisti che dedica il proprio tempo per il futuro della città.

Inoltre l’influenza di pensiero che appartiene a questo specifico contesto urbano è stata decisiva. Brescia è la città della Fondazione Micheletti e del Musil Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia, due realtà note a livello internazionale per il proprio apporto alla ricerca e valorizzazione del patrimonio industriale.

 

Come nasce INSIDE THE TIME? Ci parli del progetto?

La volontà del Progetto BresciaNuova è di ripartire dalle fondamenta di Brescia, l’industria, per reinventare il contesto urbano, si materializza per la prima volta nel progetto video INSIDE THE TIME: alla scoperta ci alcune tra le più interessanti aree industriali dismesse di Brescia.

L’industria per Brescia è stata linfa vitale: ha portato posti di lavoro, ha incrementato la popolazione e la dotazione dei servizi, ha fatto crescere la città in termini economici ed urbanistici facendola diventare una delle più ricche ed efficienti del Paese.

Gli avvenimenti che si sono susseguiti tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta hanno dato vita a processi di revisione dell’economia, delle relazioni sociali e degli stili di vita, che non potevano non lasciare il segno anche sulla trasformazione urbana.

Ciò che ci appare dinnanzi agli occhi oggi è una città segnata da un progressivo ridursi dei suoi spazi e dallo smaterializzarsi dovuto alla dismissione dei grandi impianti industriali con la conseguente deindustrializzazione di vaste aree urbane e l’abbandono di gran parte delle loro attrezzature e infrastrutture.

Pertanto risulta evidente come ripartire dalla base, dalle fondamenta di una città, possa essere il modo migliore per superare una crisi profonda e diventare un paradigma da seguire. È ciò che ci auguriamo avvenga al più presto.

Le aree industriali dismesse di Brescia che abbiamo indagato sono state scelte sulla base della loro potenzialità di suggerire una specifica idea di città: cinque narrazioni visive per le quali abbiamo ideato un titolo che potesse rievocare forme, immagini, sensazioni tipiche di quell’area.

Le aree industriali dismesse di Brescia selezionate in INSIDE THE TIME, progetto video del Progetto BresciaNuova, sono:

ex Magazzini Generali , “Templi di Archeologia Industriale”
ex Pietra, “Abissi d’Acciaio” 
ex Cantine Folonari, “Spazio in Fermento”
ex ATB, “Scheletri di Ruggine”
ex Tempini, “Relitti Disarmati”
ex fornaci di ponte Crotte, “Vulcani di Calce”

 

Perché è importante recuperare le aree industriali dismesse? Cosa sono e qual è il loro potenziale?

Recuperare le aree industriali dismesse è una questione puramente strategica: le aree industriali dismesse offrono la possibilità di ripensare una strategia di sviluppo attraverso la collocazione di altre funzioni eccellenti o per il riequilibrio di porzioni urbane e territoriali sotto il profilo delle dotazioni e dei servizi.

La localizzazione di queste aree industriali dismesse all’interno della città e lungo importanti infrastrutture di trasporto determina un aspetto di fondamentale interesse per una visione urbana strategica.

La concezione del lavoro e della città dell’età industriale è superata, pertanto occorre ripensare, insieme alle istituzioni, alle associazioni, ai portatori di interesse e alle comunità locali, il modo attraverso cui vedere, pensare e vivere queste ampie aree urbane, attraverso servizi e funzioni tipici della vita quotidiana.

Nietzsche scriveva “Qualche cosa d’esistente è sempre nuovamente interpretata da una potenza superiore in vista di nuovi propositi, così che in fondo, l’intera storia di una ‘cosa’ può essere in tal modo un’ininterrotta catena di segni che accenna sempre nuove interpretazioni e riassestamenti” penso che sintetizzi al meglio questo tema.

 

Quali sono gli obiettivi del progetto INSIDE THE TIME?

Il nostro obiettivo centrale è quello di rendere appetibili le aree industriali dismesse ad investitori e imprenditori, attraverso suggestioni e progetti mirati per uno determinato ambito urbano, con specifici investimenti da predisporre.

 

Sabato 11 marzo presenterete INSIDE THE TIME alla Camera di Commercio di Brescia, ci racconti un po’ dell’evento?

La presentazione “INSIDE THE TIME” sarà suddivisa in due fasi: in un primo momento verrà proiettato un film-documentario sulle aree industriali dismesse di Brescia sopra citate con lo scopo di offrire una panoramica generale del patrimonio industriale bresciano. Successivamente verrà presentato il progetto elaborato dal nostro team per le casere degli ex Magazzini Generali. Si cercherà di dare un taglio interdisciplinare e trasversale agli aspetti progettuali, anche grazie a specifiche indagini condotte sul territorio. Riscoprire una nuova attrattiva nell’investire nella rigenerazione delle aree dismesse.

È necessario che le nuove generazioni di imprenditori diano il proprio contributo per il recupero lungimirante e strategico delle aree industriali dismesse e per favorire la cooperazione con gli attori locali nello scenario urbano. Le aree industriali dismesse celano enormi ricchezze, che aspettano solo di essere trovate e di essere sfruttate, affinché diventino luoghi significativi per la comunità locale di oggi e di domani.

 

Come viene finanziato il progetto INSIDE THE TIME?

Nonostante la desolante crisi immobiliare e i forti periodi di difficoltà che hanno coinvolto il nostro paese in questi anni, esistono ancora persone che hanno il coraggio di sognare e di credere nel futuro. È il caso di Flavio Regosa e Mauro Ferrari, imprenditori lungimiranti che hanno sempre creduto in noi e hanno dimostrato alle famiglie bresciane di amare questo territorio, investendo in idee che non traggono un beneficio immediato.

Flavio Regosa e Mauro Ferrari sono a capo di aziende leader nel settore rispettivamente della Industrial Asset Managment e della Germani Trasporti, che amano la città, il suo territorio, attente perfino al patrimonio architettonico e culturale e, soprattutto, che credono nei giovani, nelle loro idee, nella loro capacità di cambiare le cose. Nello specifico potrebbero divenire gli antesignani del recupero innovativo delle aree dismesse, attraverso un nuovo modo di vedere, pensare e vivere la città. Flavio Regosa e Mauro Ferrari hanno deciso di investire nel lancio del nostro messaggio. L’auspicio è che questo interesse possa continuare come segno di una nobile intenzione a migliorare questa città e non solo.

In questi anni abbiamo visto come la capacità finanziaria di reggere le grandi operazioni immobiliari, le progettazioni dall’alto, è venuta meno. Penso che la scommessa per il futuro sia investire nelle progettazioni dal basso, attraverso un processo di sussidiarietà, grazie a professionisti interdisciplinari che aiutano la comunità locale a far emergere aspirazioni e necessità. La partecipazione della cittadinanza alla costruzione del futuro della propria città la riteniamo un fattore importantissimo, per questo motivo, oltre alla partecipazione di bandi e alla richiesta di finanziamento agli investitori, ci piacerebbe aprire una campagna di crowdfunding per il fundraising dei costi progettuali.

 

Qual è la prospettiva futura ovvero l’evoluzione di Progetto BresciaNuova?

Spesso il futuro delle persone e delle organizzazioni va più in là di qualsiasi prospettiva più o meno auspicabile. La visione di massima è che Progetto BresciaNuova possa essere un’esperienza bella, utile e sostenibile per il più alto numero di persone possibile, restando un’associazione o diventando qualcosa d’altro. Non mi soffermo su un’idea specifica in quanto penso che più che la nostra volontà, saranno il tempo e i segnali ad indicarci la migliore delle strade possibili da percorrere per realizzare questo sogno.




“[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica” Studio sul riuso del patrimonio industriale in luogo per lo spettacolo

“[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.”: una pubblicazione che indaga sul riuso del patrimonio industriale abbandonato e la sua trasformazione in luogo per lo spettacolo.

 

Che ruolo possono giocare l’esperienza e la percezione degli spettatori nel processo di trasformazione di un luogo di archeologia industriale a luogo culturale? Questa è stata la domanda principale all’interno del laboratorio di progettazione partecipata [RE]FRAME organizzato dalla ricercatrice universitaria Marline Lisette Wilders e dall’architetto Edoardo Mentegazzi nella città di Torino nel 2016.

Il processo ed il risultato di questo laboratorio di progettazione interdisciplinare vengono narrati all’interno della pubblicazione “[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.”

Questa edizione della casa editrice East Wind Academic Publishers risulta essere rilevante per gli architetti, gli organi comunali e le organizzazioni riguardanti la salvaguardia del patrimonio, offrendo un contributo prezioso alle possibili strategie di riqualificazione nelle città europee.

REFRAME, LABORATORIO DI PROGETTAZIONE PARTECIPATA: DALL’INDUSTRIA AL TEATRO

Il laboratorio di progettazione partecipata [RE]FRAME è stato concepito come parte empirica della ricerca scientifica “From Working Space to Theatre Space: the user perspective” volta a studiare e valutare in che modo la conversione di siti industriali abbandonati e trasformati in spazi teatrali permanenti può ridefinire, in termini di memoria, valore e significato, il sito stesso.

Questa ricerca, della durata di due anni, è stata vincitrice del programma Rubicon finanziato dall’NWO (Istituto Nazionale di Ricerca Olandese) ed è stata svolta in collaborazione con il Politecnico di Torino.

Torino, esempio emblematico di città che da ex one-company town si è trasformata in una smart city post industriale, utilizzando la cultura come elemento e strumento di sviluppo.

 

REFRAME, RIPENSARE LA FABBRICA: LA TRASFORMAZIONE DELL’EX MANIFATTURA TAPPETI PARACCHI DI TORINO

Nella prima fase della ricerca sono stati analizzati due casi studio: le Fonderie Teatrali Limone e la Lavanderia a Vapore. È stata svolta, all’uopo, un’indagine sul pubblico, tramite l’utilizzo di metodologie di ricerca quantitative e qualitative, atta ad indagare sul rapporto intrinseco tra questi luoghi industriali “rifunzionalizzati” e l’esperienza diretta del pubblico.

Queste analisi sono state utilizzate all’interno del laboratorio di progettazione partecipata [RE] FRAME il cui obiettivo è stato quello di affrontare il tema del recupero dell’ex Manifattura tappeti Paracchi di Torino e della sua trasformazione d’uso.

Tramite la creazione di un “tavolo di lavoro” interdisciplinare, che ha visto partecipi giovani architetti, studenti di architettura, addetti ai lavori e soprattutto spettatori che avevano partecipato alla prima fase della ricerca, si è giunti così, come risultato, ad una concreta proposta progettuale e a questa pubblicazione.

 

REFRAME, RIPENSARE LA FABBRICA: LA PROSPETTIVA DEI FRUITORI NEL PROCESSO DI TRASFORMAZIONE: GLI AUTORI

 

Marline Lisette Wilders: ricercatrice interdisciplinare e vincitrice del progetto “From Working Space to Theatre Space: the user perspective” insignito dall’NWO. Ha conseguito presso l’Università di Groningen le lauree in Arte e Politiche dell’Arte ed in Storia dell’Arte e dell’Architettura ed il dottorato sul rapporto tra la percezione teatrale e lo spazio teatrale stesso.

Edoardo Mentegazzi: si laurea in Architettura al Politecnico di Torino con una tesi sperimentale sulle grid shells, indagando sulla relazione intrinseca tra forma e struttura. Il suo studio interdisciplinare EMA si occupa di progettazione architettonica a diverse scale, di design e di attività di ricerca e pubblicazione.

 

Per saperne di più sullo studio From Working Space to Theatre Space cliccare qua
Per scaricare l’e-book gratis “[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.” cliccare qua




Le centrali idroelettriche Edison in Lombardia | VIDEO

Scopriamo alcune delle centrali idroelettriche Edison in Lombardia, monumenti industriali di particolare bellezza.


Attraverso una serie di video realizzati da Edison, “la più antica società europea nel settore dell’energia e tra le principali società energetiche in Italia”, abbiamo l’opportunità di fare un viaggio alla scoperta di luoghi dal fascino unico che legano sapienza ingegneristica a gusto architettonico, luoghi che raccontano la nostra storia economico-industriale.

Ma prima di tutto è interessante capire come funziona la centrale idroelettrica. Lo scopriamo grazie ad un video sempre prodotto da Edison

 

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La centrale idroelettrica Bertini di Edison

La Centrale idroelettrica Bertini realizzata a Cornate d’Adda (MB), località Porto Inferiore, è la più antica centrale idroelettrica del gruppo Edison. Quando fu inaugurata, nel 1898, era il più grande impianto elettrico d’Europa e il secondo nel mondo… Continua qui

 

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La centrale idroelettrica Esterle di Edison

La centrale idroelettrica Esterle di Cornate d’Adda (MB), fu costruita tra il 1906 e il 1914. La centrale è stata dedicata alla memoria di Carlo Esterle, consigliere delegato della società Edison fino al 1918. Per l’epoca si trattava di un impianto di notevole importanza e capace di produrre 30.000 Kilowatt… Continua qui

 

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La centrale idroelettrica Guido Semenza di Edison

Nel 1917, Edison decise di sfruttare la quota ancora disponibile, nella stagione estiva, dell’energia dell’Adda e fu avviata la costruzione dell’ultimo, il più piccolo, degli impianti dell’Adda, quello di Calusco d’Adda (BG), poi intitolato all’Ing. Guido Semenza (direttore tecnico della società)… Continua qui

 

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Le centrali di S. Stefano, Venina e Publino di Edison

Gli impianti idroelettrici Edison denominati Armisa, Publino, Zappello, Vedello, Venina utilizzano le acque dei torrenti che nascono dalle Prealpi Orobie, tra cui i principali sono Malgina, Armisa, Caronno, Livrio, Venina, e dei loro affluenti, a loro volta affluenti di sinistra dell’Adda

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Dalmine dall’impresa alla città. Storia di una company town

Scopriamo Dalmine, la company town alle porte della città di Bergamo in Lombardia.

 

 

L’insediamento urbano di Dalmine, sorto nei primi anni del secolo scorso attorno allo stabilimento siderurgico, vive un rapido e intenso sviluppo architettonico e urbanistico fra gli anni ’20 e ‘40, quando, per iniziativa diretta dell’impresa e per la gran parte sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, vengono realizzate infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici e un fitto insieme di interventi che vanno via via a definire e caratterizzare una vera e propria città industriale. L’impresa costruisce e consolida inoltre una fitta trama di relazioni con le istituzioni locali e con il territorio, attraverso iniziative ed interventi di carattere sociale, assistenziale, ricreativo, rivolti in primo luogo ai propri dipendenti e alle loro famiglie. Interventi che sono parte integrante di un sistema di welfare aziendale di cui i manufatti architettonici, tracce materiali, sono oggi il sedimento più visibile.

Dalmine – Le origini dell’impresa

Lo stabilimento sorge nel 1906, in una località denominata Dalmine, per iniziativa della Società Mannesmann, titolare del brevetto per la produzione di tubi in acciaio senza saldatura. La conformazione pianeggiante del terreno, il prezzo relativamente favorevole, la disponibilità di energia e acqua e, non ultimo fattore rilevante, l’ampio bacino di manodopera non specializzata a basso costo, favoriscono l’insediamento dell’attività in un’area agricola e priva di impianti industriali.

Fin dal principio l’impresa stabilisce un complesso sistema di relazioni e negoziazioni con i Comuni di Mariano, di Sforzatica e in particolare di Sabbio, sotto la cui giurisdizione si trova la allora frazione di Dalmine. Rapporti, che trovano una prima importante definizione nella firma di una convenzione del 1909, che insieme all’insediamento dell’impianto regolamenta la realizzazione di vie di trasporto, di una rete idrica ed elettrica e di servizi minimi per la popolazione. Accanto alle infrastrutture industriali sorge così un primo apparato di alloggi e servizi per il personale trasferitosi nell’area di Dalmine dalla Germania, nel caso di dirigenti e tecnici, e dai comuni limitrofi nel caso di manodopera generica.

Nel 1911, con le lavorazioni di laminazione ormai a regime, e la nuova acciaieria elettrica avviata da un anno, la Mannesmann impiega 700 addetti, quando gli abitanti complessivi dei tre Comuni di Sabbio, Mariano e Sforzatica ammontano complessivamente a 3.200.
Lo scoppio della prima guerra mondiale, l’allontanamento della proprietà tedesca, le difficoltà della riconversione ad una economia di pace e l’insorgere di tensioni sociali – che conducono all’occupazione dello stabilimento nel marzo del 1919 – contribuiscono a frenare lo sviluppo dell’impresa e di conseguenza la sua capacità di azione sul territorio.

La città industriale di Dalmine – Impresa e città

Soltanto dopo la metà degli anni ‘20 si presentano una serie di condizioni che conducono alla nascita e sviluppo di un progetto urbanistico e sociale. Un progetto che si realizza anche con la costruzione, da parte della nuova Società, ora di proprietà dello Stato e denominata Stabilimenti di Dalmine, di una solida rete di relazioni istituzionali e territoriali con le locali autorità ecclesiastiche e politiche, nell’ambito di un controllo sempre più stretto imposto dal regime fascista. Ma anche le condizioni interne all’impresa si sono stabilizzate: un netto miglioramento dei conti della Dalmine grazie all’incremento delle commesse unite ad un intenso ammodernamento degli impianti, compongono un quadro complessivamente favorevole nel quale il rapporto di committenza che lega l’impresa all’architetto Greppi, trova una concreta, articolata e sistematica realizzazione.

A partire dal 1924 nascono così il Quartiere operaio, il Quartiere impiegati, la Pensione privata, gli impianti sportivi, il Quartiere centrale, una fitta serie di edifici collettivi direttamente o indirettamente legati alle funzioni non strettamente produttive dell’impresa, edifici di rappresentanza, edifici religiosi, piazze, scuole, colonie e aziende agricole. Con la seconda metà degli anni ‘30, parallelamente alla crescita dell’impresa, che giunge ad occupare un’area di 650.000 metri quadrati e ad impiegare 3.850 addetti nel 1935 e circa 5.500 nel 1940, cresce anche la popolazione residente: dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941. La dichiarazione di notevole importanza industriale, ottenuta dal Comune di Dalmine nel 1941 per decreto del capo del Governo, sancisce formalmente il completamento del processo di formazione della company town. Questo secondo periodo di vita della Dalmine, ormai parte dell’industria di Stato, è quindi quello della costruzione della piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio.

La company town di Dalmine – “Il villaggio modello”

La città industriale trova una significativa riorganizzazione nel 1927, con la nascita del Comune di Dalmine, che accorpa – sotto una denominazione che coincide sì con quella originaria dell’area, ma soprattutto con quella attuale dell’impresa – i tre paesi di Sabbio, Mariano e Sforzatica. La creazione del nuovo Comune sancisce di fatto lo spostamento del baricentro di una serie di funzioni ed edifici pubblici dal loro insediamento originario, al nuovo spazio antistante gli stabilimenti, che si pone come polo della riorganizzazione del territorio, e quindi sede delle istituzioni che lo governano. In quest’area sorge così nel 1931 la nuova Chiesa di San Giuseppe, donata alla Parrocchia e inaugurata solennemente il 19 marzo, giorno di festa del patrono dei lavoratori. La nuova sede del Comune è inaugurata nel 1938 nel nuovo centro della città, progettato su disegno di Greppi, dove hanno sede anche la Casa del Fascio, il Dopolavoro aziendale e l’asta alzabandiera (l’”antenna”), costituita da un unico tubo senza saldatura prodotto nello stabilimento di Dalmine, e di fatto simbolo della città.

Al vertice del nuovo Comune di Dalmine, in veste di Podestà, siede il Direttore amministrativo della Dalmine, nonché amministratore delegato de La Pro Dalmine, la Società costituita nel 1935 con lo scopo di gestire il patrimonio non industriale della Dalmine. In questi anni la company town di Dalmine si realizza non solo e non tanto attraverso le pur numerose costruzioni di edifici destinati ad abitazione o ad usi pubblici, ma anche attraverso l’esercizio e il controllo di una serie di altre funzioni legate alla gestione ed organizzazione del tempo e dello spazio esterno a quello lavorativo o abitativo. Un articolato sistema di attività che costituisce il vero tessuto connettivo di una strategia di costruzione del consenso e di creazione di una comunità, ovvero quel “villaggio modello” che la propaganda cinematografica fascista del 1940 illustra con riferimento alla città di Dalmine.

“Dare la possibilità di risiedere in luogo”: il sistema abitativo della città-impresa di Dalmine

“Dare la possibilità di risiedere in luogo” è uno degli obiettivi perseguiti dall’impresa fin dai suoi primi anni di attività per ospitare personale proveniente dalla Germania e dall’Austria, attrarre manodopera, che i ritmi del lavoro di fabbrica richiedono risieda nelle vicinanze degli impianti produttivi e interrompere – se possibile – quel legame con il mondo rurale che comporta picchi di assenteismo nei periodi dei più importanti lavori agricoli. La casa rappresenta inoltre un importante elemento di riduzione del rischio di turn over della manodopera, soprattutto di quella specializzata, poiché il passaggio del posto di lavoro di padre in figlio, pratica assai diffusa, implica il rinnovo del contratto d’affitto. Contratti che, essendo assai restrittivi nella durata (solitamente annuale) e vincolati al mantenimento del posto di lavoro, sono in definitiva, totalmente sottoposti al potere e alle strategie dell’impresa. Nel 1935, all’inizio della sua attività, la Pro Dalmine gestisce circa 70 edifici, che danno alloggio a più di 150 famiglie impiegati e di operai, per un totale di oltre 800 persone. Negli anni ‘40 i fabbricati sono quasi 90, con un numero di locali che è quasi raddoppiato (1.460 al posto di 878).

VIDEO: Cronistoria TenarisDalmine

Dalmine company town: salute, previdenza e assistenza

La Società, fin dall’inizio dell’attività, tenta di porre rimedio alle precarie condizioni igienico-sanitarie e di garantire la salute dei propri dipendenti. Nei primi anni ‘10 favorisce così la nascita di una farmacia comunale e provvede inoltre a ospitare l’ambulatorio comunale nei locali dell’abitazione del medico aziendale, la cui attività si estende anche al di fuori dell’area industriale.

Già nei primi anni ‘20 nascono inoltre una Cassa mutua operai, che sussidia i soci in malattia con il 60% della paga giornaliera, e la Cassa di previdenza per impiegati, che, attraverso il versamento di un contributo sulla paga mensile, di contributi volontari e di erogazioni liberali della Società, assicura un fondo di previdenza dal momento della loro cessazione in servizio. Entrambe le casse si occupano inoltre del pagamento delle convalescenze di particolare gravità e delle cure speciali sia per i dipendenti che per i loro figli.A questo fine la Dalmine può contare fin dagli anni ‘20 su di una colonia elioterapica, gestita della Direzione sanitaria dello stabilimento. A questa seguono, nel 1931, la Colonia montana di Castione della Presolana, nel 1938 quella marina di Riccione, e dal 1941 quella di Trescore Balneario, dotata di un padiglione per le cure termali. Le attività di welfare nell’ambito sanitario culminano negli anni ‘40 con la costruzione di un Poliambulatorio.

Dalmine company town: istruzione e formazione

Altro ambito cruciale di sviluppo del welfare aziendale è senza dubbio quello dell’organizzazione e controllo del sistema formativo, ovvero dell’istruzione primaria e tecnica. Già nel 1909 la Mannesmann contribuisce alla maggior parte delle spese per il mantenimento dell’istruzione di base nella frazione di Dalmine. E se la scuola elementare di Stato nasce a Dalmine solo nel 1928, già tre anni prima è invece attiva la scuola elementare fondata dall’impresa, composta da cinque classi miste. Nel 1916 nasce la prima Scuola popolare operaia e nel 1922 una Scuola professionale serale. Nel 1929 prendono invece avvio alcuni corsi serali domenicali per capi operai, che anticipano la nascita, nel 1937, della Scuola apprendisti, che forma, nei primi 11 anni di attività, oltre 200 operai specializzati. Si tratta di una istituzione formativa che fonda la propria attività sull’integrazione fra teoria e pratica, sulla didattica del lavoro. Una scuola in cui al tradizionale apprendistato fondato sul rapporto con operai più anziani si preferiscono, da un lato, i nuovi metodi di organizzazione del lavoro, e, dall’altro, una disciplina di tipo militare (alzabandiera, adunata, giochi ginnici, campeggio estivo).

Dalmine: industria e agricoltura in un sistema integrato

In quel 1941 in cui Dalmine riceve il riconoscimento di comune di notevole interesse industriale l’impresa risulta essere, dalla documentazione conservata presso l’Archivio comunale, anche uno dei maggiori produttori agricoli. Nel 1946 l’azienda agricola della Pro Dalmine coordina infatti 14 gruppi colonici, che ospitano 140 persone e danno lavoro a oltre 60 contadini. Le Cascine, significativamente denominate con nomi dell’impero fascista (Macallè, Adua, Asmara, Addis Abeba), sono insediate su terreni appartenenti alla Società e riforniscono l’impresa e la città con i loro prodotti, secondo il modello “autarchico” del regime fascista. I principali clienti dell’azienda agricola sono infatti la la Mensa aziendale e la Cooperativa di consumo, che offrono così prodotti agricoli, latte e carne a prezzi calmierati. Ma al di là degli aspetti ideologici – intensificati negli anni della battaglia del grano – nella strategia della Pro Dalmine vi è una continua attenzione a una gestione moderna, quasi industriale dei terreni non occupati dall’attività produttiva. Vengono investite cospicue risorse per rendere ogni singolo gruppo colonico maggiormente produttivo, applicando criteri moderni di rotazione dei raccolti e di selezione delle sementi. Anche la progettazione degli spazi rientra nel più ampio incarico affidato all’architetto dell’impresa, Giovanni Greppi.

Dalmine, anni ’50: il welfare cambia

Nei primi anni del dopoguerra, pur in un quadro politico-istituzionale e di relazioni industriali totalmente rinnovato, la Società mantiene e rafforza il proprio apparato assistenziale sorto nei decenni precedenti ma ancora efficace nell’affrontare le necessità e i problemi postbellici. Ma negli anni delle lotte sindacali e del boom economico l’impresa promuove un nuovo sistema salariale, che tende a trasformare in retribuzione, o meglio in incentivi alla produzione, parte di quelle elargizioni in beni materiali o in servizi nate negli anni ‘20, legando così alla disciplina sul posto di lavoro la possibilità di usufruire dei vantaggi di appartenere alla “grande famiglia” di Dalmine.
Se quindi è vero che, a partire da questi anni, prende avvio il processo di progressiva riduzione da parte dell’impresa del proprio potere di governo diretto del territorio, è altrettanto vero che il tessuto connettivo della company town, ovvero quel sistema di relazioni fondato fra l’altro sulla comunicazione interna, sulle provvidenze, sui servizi al personale, sui servizi di assistenza e ricreazione, continua pressoché invariato nella sostanza.

Sito archeologico industriale: Dalmine Company Town
Settore industriale:Industria metallurgica
Luogo: Dalmine – Bergamo – Lombardia – Italia
Proprietà/gestione: TenarisDalmine – sede operativa di Tenaris in Italia – è il primo produttore italiano di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, automobilistica e meccanica. Tenaris è il maggior produttore e fornitore globale di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali.www.tenaris.com
Testo a cura di: Fondazione Dalmine www.fondazionedalmine.org
Fonti: Carolina Lussana, Manuel Tonolini, Dalmine: dall’impresa alla città, in Dalmine dall’impresa alla città. Committenza industriale e architettura, a cura di Carolina Lussana, Fondazione Dalmine, Dalmine, 2003.

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