La Mappa dell’abbandono: restituire alla comunità il nostro patrimonio

Approvata all’unanimità la relazione sull’Indagine conoscitiva propedeutica alla creazione di una vera propria Mappa dell’abbandono promossa in Commissione Cultura al Senato dalla Senatrice appartenente al Movimento 5 Stelle Michela Montevecchi.

Un promotore, Michela Montevecchi, e più di dieci audizioni, affidate ad esperti del settore e che si sono susseguite da luglio 2015 a gennaio 2016, sono stati indispensabili per portare in Parlamento e dare una prima definizione dello stato attuale del fenomeno del patrimonio culturale in abbandono nella nostra penisola.

Trasformare una problematica in una risorsa, è da questa volontà che l’attività portata avanti dalla senatrice Michela Montevecchi prende forma.

L’Italia, un paese che spicca sopra gli altri per quantità e qualità di beni culturali, presenta tuttavia un lato oscuro: un ingente numero di beni abbandonati o riqualificati e poi destinati nuovamente al degrado poiché privi di una concreta progettazione relativa alla nuova destinazione d’uso.

Recuperare questi beni abbandonati significa non solo riappropriarsi di una parte del patrimonio culturale, ma significa anche agire sulla riqualificazione sociale del territorio, poiché spesso questi siti si trovano collocati in zone periferiche, significa altre sì dare nuove opportunità lavorative ai giovani all’interno delle proprie comunità locali attraverso azioni provenienti dal basso e quindi strettamente legate alle esigenze territoriali.

Per avere un’idea più ampia e chiara possibile del fenomeno, in Commissione hanno partecipato alla realizzazione dell’indagine conoscitiva realtà quali l’Agenzia del Demanio, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, il FAI – Fondo ambiente italiano, Italia Nostra, Mecenate 90, oltre a docenti universitari, direttori di musei e professionisti del settore.

Incontriamo dunque la Senatrice Michela Montevecchi per approfondire insieme l’argomento.

Intervista alla Senatrice Michela Montevecchi sulla Mappa dell’abbandono

D: Come e perché nasce l’idea di realizzare una Mappa dell’abbandono?
R: L’idea nasce dalla congiunzione fortunata di un omonimo progetto nato nella Regione Toscana, a cui mi sono ispirata tra l’altro per il titolo dell’indagine, e dalla convinzione che sia assolutamente necessario mappare il nostro patrimonio abbandonato se si vuole partire con una seria strategia di recupero, valorizzazione e restituzione alla collettività in termini di fruizione e di creazione di nuove opportunità di lavoro.

D: Quale tipologia di beni comprenderà la Mappa dell’abbandono?
R: Nel corso dell’Indagine Conoscitiva abbiamo “scoperto” che accanto ad un patrimonio culturale materiale ne esiste anche uno immateriale, costituito dai beni etnodemoantropologici. Se consideriamo poi il patrimonio paesaggistico e della cosiddetta archeologia industriale, immagino che la futura mappa dovrà restituire una fotografia il più completa possibile di tutti questi patrimoni.

D: A chi verrà affidato l’incarico di produrre questo documento, ovvero quali realtà e quali competenze sono chiamate in causa per portarlo a compimento?
R: Realizzare una mappatura di questo tipo è un obiettivo tanto ambizioso quanto complesso, sia per la varietà dei patrimoni sia per i vari soggetti interessati e investiti del compito. Un tale lavoro di mappatura la collaborazione a vari livelli istituzionali – Ministeri, Agenzia del Demanio, Regioni, Comuni, Associazioni impegnate nella tutela e nella valorizzazione, Comitati di Cittadini. Solo condividendo le informazioni già in possesso e coordinando le azioni di una strategia comune, sarà possibile ultimare il percorso. È una sfida che deve essere raccolta e vinta.

D: A quali macro categorie possono essere ricondotti i beni individuati perché il lavoro di mappatura presenti una certa omogeneità e possano essere programmate in maniera organica le azioni successive?
R: Se iniziamo l’operazione di mappatura dai beni culturali materiali, le 4 macro aree potrebbero essere: beni demaniali (di proprietà dello Stato); i beni di cui sono responsabili Regioni, Enti locali, Istituzioni o Soggetti pubblici, i beni di proprietà di privati e infine i beni ecclesiastici.

D: Una volta individuati i luoghi della cultura abbandonati, quali sono le azioni e/o gli strumenti che lo Stato offrirà per far si che questi risorgano a nuova vita trasformandosi in motore economico per le realtà territoriali sulle quali insistono?
R: Lo Stato dovrà offrire tutti gli strumenti normativi e le risorse finanziarie a disposizione per favorire le iniziative di recupero e valorizzazione.

D: Quali accorgimenti verranno presi affinché non si ripresentino casi di beni recuperati e nuovamente abbandonati per via della mancanza di un concreto progetto di riutilizzo?
R: Certamente si dovrà procedere con monitoraggi e verifiche programmati.

La Mappa dell’abbandono ed i luoghi dell’archeologia industriale

Tra le audizioni che hanno permesso alla Commissione Cultura del Senato di acquisire importanti informazioni per porre le basi della futura Mappa dell’abbandono, un intervento, per noi che ci occupiamo di archeologia industriale, risulta particolarmente importante: ci stiamo riferendo all’intervento della dottoressa Francesca Santarella, avvenuto in data 27 ottobre 2015, che ha illustrato il progetto «Still alive» condotto dall’arch. Marcello Modica insieme al quale ha pubblicato uno splendido libro su una particolare tipologia di architettura industriale, i Paraboloidi.

D: Ci vuole parlare dunque dell’intervento della dott.ss Santarella e cosa significherà per i beni appartenenti al patrimonio industriale rientrare in questa mappatura?
R: La dott.ssa Santarella ha illustrato il progetto “Still Alive” finalizzato al censimento di edifici appartenenti al patrimonio archeologico industriale che versano in uno stato di accentuato e progressivo degrado. In particolare ha parlato dei cosiddetti paraboloidi, ovvero delle strutture a copertura parabolica tipiche degli anni Venti del secolo scorso. Tale tipologia di architettura rappresenta anche un esempio di come l’originaria natura industriale si possa coniugare con un notevole pregio estetico. Far rientrare questa tipologia di beni nella mappatura significa innanzitutto prendere coscienza dell’esistenza di questo pezzo del nostro patrimonio architettonico e, conseguentemente, ragionare su progetti di recupero che possano dare nuova vita a questi luoghi a beneficio della collettività.

 

Attualmente la Senatrice è in procinto di depositare una Mozione al Governo con la quale chiede allo stesso di dare seguito all’Indagine conoscitiva iniziando a mettere in campo tutte le iniziative utili per intraprendere il percorso che porterà alla realizzazione della mappa.
Archeologiaindustriale.net augura alla Senatrice Michela Montevecchi ed alla sua iniziativa i migliori risultati auspicati.

di Simona Politini
Founder & Project Manager Archeologiaindustriale.net

Note:
L’apparato iconografico è a cura di Marcello Modica (Milano, 1987), architetto urbanista, si occupa di archeologia industriale attraverso un progetto di documentazione fotografica sul territorio italiano ed europeo “Still Alive” (www.st-al.com ). Marcello Modica collabora con università, enti e istituzioni e presenzia a numerose conferenze sul tema. Di recente pubblicazione il suo primo libro “Paraboloidi. Un patrimonio dimenticato dell’architettura moderna” realizzato in collaborazione con la dott.ssa Francesca Santarella (Edifir, 2015).




Regione Basilicata presenta la proposta di legge “Valorizzazione del Patrimonio di Archeologia Industriale”

“La Regione Basilicata promuove la valorizzazione e la fruizione del patrimonio di archeologia industriale presente sul proprio territorio, riconoscendone il valore che esso riveste per la cultura e per lo sviluppo economico regionale”

 

Così si apre la proposta di legge presentata dai consiglieri del PD Mario Polese e Roberto Cifarelli. Prendendo spunto dalla legge approvata nel mese di gennaio dalla vicina Regione Puglia, Polese e Cifarelli, attraverso questa proposta, puntano i riflettori sul valore del patrimonio industriale regionale ai fini di un suo recupero e utilizzo, salvando, dunque, dal degrado e restituendo nuova vita a questa particolare tipologia di beni che fanno parte a pieno titolo della storia del territorio.

Già noto il progetto di recupero dello storico Mulino Alvino di Matera, acquistato nel 2014 dall’imprenditore Nicola Benedetto, con la promessa non solo di rimetterlo in funzione, ma di realizzare altresì all’interno della struttura un museo delle “arti bianche” e delle tecniche di produzione ospitando attività legate alla cultura gastronomica del territorio tra le quali una scuola di cucina. Una case history di tutto rispetto per la Regione Basilicata che, attraverso questa legge, motiva e supporta la propria comunità nel reiterare esperienze similari.

Riqualificazione e riuso del patrimonio; divulgazione e didattica; realizzazione di itinerari culturali e di percorsi tematici; realizzazione di sistemi informativi o portali web dedicati all’archeologia industriale; comunicazione e promozione turistico-culturale: sono queste infatti le attività individuate dalla proposta di legge della Regione Basilicata per la valorizzazione del patrimonio industriale.

La proposta di legge prevede:

• L’adozione di un Programma triennale per la ricognizione, censimento e valorizzazione dell’archeologia industriale ed un Piano annuale riguardante le specifiche azioni.
• La realizzazione di un Censimento Regionale dei beni materiali ed immateriali non più utilizzabili per il processo produttivo che verrà aggiornato annualmente realizzato tramite la collaborazione degli Enti locali.
• L’istituzione della Consulta Regionale per l’archeologia industriale presso il Dipartimento “Politiche di Sviluppo, Lavoro, Formazione e Ricerca” della Regione Basilicata costituita da undici membri tra i quali lo stesso Direttore del dipartimento o un suo delegato, il Direttore Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Regione Basilicata o suo delegato, un rappresentante designato dall’Università della Basilicata, Facoltà di Architettura, un rappresentante dell’IBAM CNR. La Consulta sarà chiamata a formulare proposte per la valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale ed a esprimere pareri obbligatori e non vincolanti sul Programma Triennale.
• La Regione promuoverà accordi, intese e altre forme di collaborazione con Amministrazioni Statali, Enti Locali e altri soggetti pubblici o privati, ai fini della ricognizione, censimento, catalogazione e valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale. La Regione, promuoverà inoltre forme di collaborazione interregionale e internazionale per lo studio, la divulgazione e la valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale
• La Giunta Regionale provvederà al finanziamento delle attività contemplate dalla proposta di legge mediante l’erogazione di contributi, nel rispetto delle norme comunitarie, statali e regionali e tenuto conto del Piano annuale.

Scambiamo due battute con l’avv. Polese ed il dott. Cifarelli sull’argomento ed in generale sul ruolo della cultura nel rilancio della Regione Basilicata

D: A breve distanza di tempo dalla firma per l’approvazione della legge sulla valorizzazione del patrimonio industriale promossa dalla Regione Puglia, la Regione Basilicata fa seguito con una sua proposta. Quali considerazioni vi hanno spinto a mutuarne l’esperienza?

R: La proposta di legge nasce da un suggerimento della dott.ssa Pellettieri, dirigente di Ricerca IBAM CNR, che ci ha fatto notare come in Puglia questa legge era stata approvata anche in relazione alla preparazione dell’Anno Europeo del Patrimonio Industriale e Tecnico che è proprio il 2015. Dopo aver ben studiato il tipo di legge approvata in Puglia, e altresì quelle approvate in materia, in Umbria e Lombardia, abbiamo creduto necessario e opportuno proporre una legge per valorizzare il patrimonio archeologico Industriale della Basilicata.

D: Regione Puglia e Regione Basilicata, due regioni vicine anche territorialmente, è possibile prevedere una cooperazione in questo ambito, magari con la realizzazione di percorsi integrati o attraverso altre attività?

R: La collaborazione è già in corso attraverso i ricercatori dell’IBAM CNR che si occupano di questi temi già da molto tempo. La dottoressa Pellettieri, attraverso un Progetto PO FESR dall’acronimo MenSALe, ha iniziato un censimento dei mulini, dei forni e delle cantine della regione lucana classificando i manufatti per la raccolta, la conservazione, la trasformazione, il trasporto, la cottura e il consumo degli alimenti nella storia. L’architetto Monte, sempre dell’IBAM CNR, si occupa di Archeologia Industriale da un ventennio studiando, in particolare la Puglia ma anche, per alcuni aspetti, la regione lucana. Il 24 aprile, il Comune di Corigliano d’Otranto ha organizzato la Giornata di Studi L’acqua e la farina  in collaborazione con il Progetto IN,CUL.TU.RE. dell’IBAM CNR, e ha invitato anche noi Consiglieri Regionali della Basilicata, per uno scambio di idee e per un confronto che può servire ad entrambe le Regioni per meglio approcciarci al recupero di queste strutture che, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno di essere restaurate e valorizzate.

D: La Basilicata è una regione turisticamente ancora da valorizzare. Ritenete che l’applicazione di questa legge possa aiutare ad incrementare il flusso di visitatori? E se si, in che termini?

R: Forse, fino a qualche anno fa, si poteva sostenere che la Basilicata era poco nota ma, oggi, per molti motivi e concause, attira flussi turistici. Il turismo deve essere sostenibile ma anche responsabile. Con questa legge intendiamo, in primis, fare opera di divulgazione e didattica sui territori. Un censimento accurato e ben fatto del patrimonio industriale è il punto di partenza per capire quali di questi siti sono più adatti a divenire punti di riferimento per eventuali itinerari culturali e turistici, attraverso la riqualificazione e il riuso.

D: Matera 2019 – Capitale Europea della Cultura e la legge per la Valorizzazione del Patrimonio di Archeologia Industriale: quali le possibili sinergie?

R: A parte il progetto di recupero dello storico Mulino Alvino di Matera che Lei prima ha ricordato, recentemente con il Progetto MenSALe della dott.ssa Pellettieri, è stato fatto il censimento di tutti gli antichi forni della Città di Matera, ma anche dei suoi mulini e dei silos granari. Non dimentichiamo le vecchie cave e il mattatoio. Anche in questo caso, fornire un giusto censimento potrebbe essere il punto di inizio per eventuali nuovi luoghi da dedicare alla cultura e alla valorizzazione anche, ad esempio, del noto pane di Matera. Matera2019 avrà l’onore e l’onere di trascinare l’intera regione lucana verso nuovi traguardi legati alla promozione turistico-culturale anche attraverso percorsi di turismo rurale ed ecosostenibile.

D: Oggi si parla molto di start up culturali come una possibilità per contribuire allo sviluppo del paese e favorire l’occupazione giovanile. Questa legge potrebbe dare una spinta ai giovani lucani per muoversi in questa direzione. All’interno dunque di un processo volto alla riqualificazione ed allo sviluppo del patrimonio culturale della Regione Basilicata, avete pensato alla possibilità di promuovere bandi regionali per il sostegno all’avvio di start up culturali?

R: Non vorrei ripetermi ma ritengo che prima vada compiuta un’opera di conoscenza e approfondimento su tutto il territorio regionale. Il 30 aprile, l’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del CNR, attraverso il Progetto MenSALe, organizza un importante simposio internazionale, presso l’Aula Seminari dell’Area di Ricerca a Tito Scalo, al quale parteciperanno le più importanti personalità dell’archeologia industriale europea. Il Convegno si divide, essenzialmente, in due parti: nella prima parte, si confronteranno studiosi e ricercatori sui risultati del loro lavoro in Spagna, parteciperà anche Assumpcio Feliu, Presidente della Federazione Europea delle Associazioni di Archeologia Industriale, ma anche in Umbria e in Puglia, oltre i ricercatori del progetto MenSALe del CNR che studiano su questo argomento da molti anni. Nella seconda parte, si terrà una Tavola Rotonda presieduta dallo storico modernista Renato Covino, alla quale parteciperanno assessori e consiglieri regionali dell’Umbria, della Puglia e noi Consiglieri regionali della Basilicata. Dopo questo importante confronto a cui invitiamo a partecipare tutti i Sindaci della Basilicata e tutti i giovani interessati a questa disciplina, ne seguiranno altri sul territorio e in tutti quei comuni che vorranno cominciare a lavorare su questi temi. Quello che seguirà sarà esattamente ciò che la regione può offrire e la valorizzazione anche mediante start up potrebbe essere uno dei vari modi attraverso i quali si possono progettare future collaborazioni adatte alla Basilicata.

D: Restando in tema di formazione, l’Università degli studi della Basilicata da tempo ha attivato il corso di Archeologia Industriale, ritenete che sia sufficiente per preparare i giovani ad interfacciarsi con questa tipologia di beni abbastanza complessi o sarebbe opportuno programmare delle attività formative extra universitarie aperte a tutti gli interessati, giovani e meno giovani, che istruiscano sul come trattare l’argomento ed in generale guidino ad un approccio consapevole del riutilizzo dei beni culturali?

R: Questo insegnamento presso la Scuola di Archeologia a Matera è tenuto dall’architetto Monte che è un ricercatore dell’IBAM CNR. Ogni forma di attività formativa, oltre quella già presente presso l’Università di Basilicata, sarà opportuna e necessaria.

Archeologiaindustriale.net auspica che la proposta si tramuti presto in legge e che, attraverso di essa, la Regione Basilicata possa trovare un nuova via per la promozione del proprio territorio e nuovi sbocchi per un rilancio economico sempre più consapevole.




Monografia Aziendale: strumento di comunicazione istituzionale

Esiste un’associazione culturale che si chiama Osservatorio Monografie Istituzionali d’Impresa (OMI).
Il suo primo obiettivo è “diffondere la conoscenza e la cultura della comunicazione d’Impresa attraverso la valorizzazione dello strumento della Monografia Istituzionale”.

 

“Promuovere e divulgare i valori umani, tecnologici, storici e scientifici delle aziende, al fine di determinarne una positiva Reputazione Aziendale” che è appunto ciò in cui è impegnato l’Osservatorio Monografie Istituzionali d’Impresa, non solo attraverso lo strumento della Monografia Aziendale, ma anche attraverso strumenti come l’HeritageMarketing, le tecniche dello Storytelling e la narrazione audiovisiva, incontrano l’archeologia industriale nel momento in cui ha oggetto le aziende storiche, che per una lontana data di fondazione o per aver inciso particolarmente sul territorio possono essere definite come veri e propri “Monumenti del lavoro”.

Organizzare, editare e promuovere il patrimonio materiale ed immateriale di un’azienda non solo consente di preservarne la storia, ma restituisce alla comunità uno strumento per la diffusione della cultura d’impresa.

Incontriamo il prof. Mario Magagnino – docente di Comunicazione d’Impresa all’Università di Verona e allo Iusve – Istituto Salesiano Universitario di Venezia, nonché presidente dell’Osservatorio Monografie Istituzionali d’Impresa per approfondire l’argomento.

D: Quando e come è nata l’idea di creare un Osservatorio dedicato alle Monografie Istituzionali d’Impresa?
R: L’ interesse personale per questo strumento della Comunicazione d’Impresa è datato nel tempo; il progetto ha inizio nel 2006 con la creazione del DMI-VR (Deposito Monografie Istituzionali d’Impresa di Verona) presso l’Università di Verona e la realizzazione di alcune tesi di laurea su specifici settori merceologici con lo scopo di conoscere l’utilizzo della monografia aziendale presso le aziende veronesi.
Nel 2010, dopo l’uscita del libro “Monografia Istituzionale d’Impresa, realizzato con Lorena Foroni, ho avviato dei contatti per coinvolgere altri soggetti al mio progetto. Bisogna attendere il 2012 e il coinvolgimento di Tiziana Sartori e Stefano Russo, professionisti nel campo della comunicazione perché si possa avviare l’attuale Osservatorio e – successivamente – la disponibilità di Maurizio Molina Dorettore di Cartiere del Garda che sponsorizzandoci, ci consente la realizzazione della prima edizione del Premio. Mi preme fare questi nomi per condivisione, ma soprattutto perché sono amanti e conoscitori dello strumento Monografia aziendale.

D: Quali sono le figure che collaborano all’interno dell’Osservatorio Monografie Istituzionali d’Impresa?
R: Le figure che sostanzialmente collaborano con l’Osservatorio sono, come appena detto, Tiziana Sartori e Stefano Russo. inoltre l’Osservatorio si avvale dell’opera di alcuni studenti che svolgono un periodo di stage e del sostegno di alcune aziende .
E’ opportuno che si sappia che OMI non riceve alcun finanziamento pubblico.

D: Ci può dare una definizione di Monografia Istituzionale d’Impresa?
R: Partendo dalla mia esperienza e conoscenza di questo strumento mi sento di affermare che la Monografia Istituzionale d’Impresa è il racconto del vissuto di tutti gli attori dell’Azienda dal momento in cui essa si istituzionalizza collocandosi nell’organismo sociale. Esso si traduce in un documento, di solito in forma di libro, detto appunto Monografia Istituzionale d’Impresa, strumento importante per la validazione della storia e della reputazione dell’Azienda nell’ambito della propria Comunicazione d’Impresa.

D: Quali sono i servizi che offrite alle aziende che hanno già realizzato la propria Monografia d’Impresa ed a quelle che intendono farlo?
R: Alle aziende che hanno realizzato nel corso della loro vita una o più monografie offriamo la possibilità di far parte dell’Archivio di OMI veicolando visibilità alla loro opera e lo stesso servizio viene offerto anche a chi partecipa al Premio, rivitalizzando e promuovendo le opere da esse realizzate negli ultimi cinque anni.
Le aziende che intendono realizzarne una propria possono trovare nel nostro Archivio, situato attualmente presso l’Università di Verona, spunti attraverso una consultazione effettuabile per appuntamento. Possiamo, inoltre, fornire consulenze strategiche per il miglior approccio alla produzione dell’opera.

D: Ci può indicare alcune aziende che hanno già aderito al progetto?
R: Nel nostro archivio sono raccolte oltre 800 monografie, la maggior parte delle quali ci è pervenuta direttamente dalle aziende, o dagli artworker che le hanno progettate, che con il conferimento abbracciano di fatto la nostra mission.
Se poi vuole intendere quante aziende ci supportano economicamente allo stato attuale i nostri soci sostenitori sono: Ballarini Spa e Geico Taikisha Spa; mi auguro che nel corso di quest’anno altre aziende possano seguire il loro esempio.

D: Quest’anno il Premio OMI ha concluso la sua II edizione, ci può raccontare di cosa si tratta, chi ha partecipato e magari vinto e perché concorrere al Premio OMI è un’occasione importante per le imprese?
R: Aggiungo stiamo lavorando già alla realizzazione della terza edizione.
Alla seconda edizione hanno partecipato alla selezione ben 62 opere, presentate da 48 imprese e 14 agenzie di comunicazione. Tra le aziende che sono state premiate il 24 febbraio scorso presso l’Aula Magna dell’Università di Verona, oltre la vincitrice, Fedrigoni Spa per la monografia delle Cartiere di Fabriano, vi sono anche Lorenzo Marini Group, Antica Dolceria Bonajuto, Sicily by Car, Bedeschi, Baseggio Pubblicità per Colomberotto, Kartell e Edison.
L’elenco completo dei partecipanti è visibile nel nostro sito. Anche per chi non ha vinto, dai feed-back ricevuti dalle due edizioni, possiamo affermare che per alcune aziende l’aver preso parte alla competizione è stato vissuto come accrescimento e rafforzamento della propria reputazione aziendale. Su numerosi siti dei nostri partecipanti abbiamo vista divulgata la notizia della loro partecipazione al Premio, tant’è che abbiamo deciso di favorire questo aspetto creando ed offrendo loro il logo specifico di partecipazione.
Un aspetto del nostro Premio che reputo interessante è la creazione di due giurie: la juniores composta da studenti universitari dei corsi di Scienze della Comunicazione e non solo, e la Seniores composta da rappresentanti del mondo della comunicazione, dell’impresa e di quello accademico. In quest’ultimo ambito – nella seconda edizione – abbiamo avuto con noi tra gli altri anche l’inglese Jonathan Morris, dell’ University of Hertfordshire, esperto e conoscitore dello strumento Monografia.
Un ultimo dettaglio: in questa seconda edizione ai vincitori, oltre ad una splendida penna offerta da Montegrappa, è stato consegnato un trofeo creato nell’ambito di un contest che l’Università Iusve ha promosso insieme ad OMI e che ha coinvolto gli studenti del corso 3D.
Per la terza edizione del Premio ci auguriamo di trovare un’azienda sponsor interessata a dare spessore alla propria comunicazione istituzionale.

Video – Il 24 febbraio 2015 Consegna riconoscimenti Premio OMI 2014
https://www.youtube.com/watch?v=nDSa_PBI3X8

D: Proprio sul saper raccontare un’impresa il 22 e 23 maggio si terrà il Workshop Comunicare l’identità aziendale, tra storytelling e post comunicazione da voi organizzato, ce ne vuole parlare?
R: Il workshop ha lo scopo di fornire delle guide per l’identificazione e focalizzazione dei valori dell’Azienda e per la loro corretta narrazione in funzione alla mission aziendale oltre che su come affrontare le criticità – preesistenti o nate lungo il percorso – nella comunicazione con i propri pubblici.
È un’iniziativa formativa volta a contribuire all’acculturamento di chi è interessato all’argomento dell’Identità aziendale, offrendo relatori di consolidata esperienza. Allo stato attuale i risultati relativi alla partecipazione sono decisamente buoni.

D: Quali sviluppi futuri prevede per l’Osservatorio Monografie Istituzionali d’Impresa?
R: Gli sviluppi futuri dell’Osservatorio sono legati allo sviluppo della conoscenza di questo strumento. Dal mio punto di vista davanti a noi si apre una prateria, e prefiguro la collaborazione tra molteplici soggetti che operano nell’area della comunicazione istituzionale. Un caso pratico è questa intervista per Archeologiaindustriale.net che ha molti punti di contatto con noi. Pensi che al Premio ha partecipato un’opera relativa ad un’azienda recentemente scomparsa e che, nel nostro archivio, disponiamo di Monografie di aziende che attualmente non sono più attive.
L’area degli strumenti della comunicazione istituzionale d’impresa abbraccia tra gli altri i musei d’impresa e la già citata archeologia industriale, fenomeni questi legati alla fisicità (corporate architecture), affini quindi alla tangibilità cartacea offerta da una Monografia aziendale.

Iscrizioni aperte Workdshop OMI Comunicare la Identità Aziendale 2015

12 Aprile 2015 – Chiusura preiscrizioni al
 Workshop Comunicare l’identità aziendale




Crespi d’Adda: una location d’eccezione per la Percassi

Esiste un luogo magico che è il Villaggio operaio di Crespi d’Adda ed una grande azienda che è la Percassi, in comune le terre bergamasche e due imprenditori illuminati. Oggi Crespi d’Adda e la Percassi si fondono in un’unica realtà.

Lo scorso mese di ottobre l’imprenditore Antonio Percassi ha perfezionato l’acquisto della storica fabbrica facente parte del complesso industriale di Crespi d’Adda, monumento di archeologia industriale e sito protetto dall’UNESCO.

Abbiamo incontrato Giorgio Ghilardi, Presidente della “The Antonio Percassi Family Foundation” che ci ha raccontato la nascita e le aspettative di questa nuova realtà.

D: Com’è nata l’idea di investire su Crespi d’Adda?

R: Tutti i sogni, prima di diventare realizzabili, hanno una trafila lunghissima. L’Ing. Antonio Percassi, a capo della società che porta il suo nome e che sta sviluppando le proprie attività nel mondo, già da un po’ di tempo era in cerca una sede prestigiosa. Il forte legame esistente tra la persona e la propria terra natia ha spinto l’ingegnere a rivolgere lo sguardo oltre i più classici centri del commercio quali: Milano, Firenze o Roma,  indirizzandolo verso le potenzialità, gli sviluppi ed i luoghi legati alla terra di Bergamo.

Non si può dire mai per puro caso, perché alla fine il caso è sempre illuminato da uno sguardo significativo, ma una volta, passando per l’autostrada Bergamo-Milano che lui percorre spesso, Antonio Percassi ha visto il Villaggio Crespi ed ha chiesto di potersi fermare. Il Villaggio Crespi era già molto presente nel suo immaginario più che in termini reali, come del resto in tutta la nostra area.  Son di quegli accadimenti che non si riescono bene a spiegare, ma è stato feeling immediato. “Questo è il luogo dove mi piacerebbe collocare la sede della mia azienda” sono state le parole dell’Ing.  Percassi.

Certo che dal “mi piacerebbe” alla realizzazione la trafila è stata ed è complessa, se si pensa che l’acquisizione è stata possibile solo dopo quasi due anni di verifiche, ovvero nel momento in cui sono state presenti tutte le condizioni per realizzare quello che l’Ing. Antonio Percassi aveva in mente: collocare la Percassi e la sua attività lavorativa.

D: Qual è la vostra idea futura di Crespi d’Adda?  

R: L’idea di fondo è quella far rivivere il villaggio come un’esperienza di vissuto. Crespi d’Adda nasce non solo come attività produttiva, ma anche come luogo dell’abitare. Allo stesso modo,  dando  continuità allo spirito che ha mosso la nascita del sito,  noi desideriamo che Crespi d’Adda sia anche un luogo dove allacciare relazioni, dove vivere l’esperienza del lavoro a 360 gradi.

Se è quindi vero che non verrà recuperato il sito in termini di continuità lavorativa, tuttavia la riconversione al terziario comporterà la collocazione di centinaia di persone e tutto ciò che ne consegue. Attraverso l’inserimento di attività che andranno a toccare il settore del food come il settore del wellness come il settore culturale, puntiamo alla rivitalizzazione del sito  in una visione di benessere fisico e intellettivo

È chiaro che  le idee vorremmo farle nascere non solo a tavolino, ma vivendo il posto. Quindi, a poco a poco, mentre l’esperienza del vissuto prenderà corpo, cercheremo di capire quali saranno le esigenze di chi prenderà parte a questa esperienza.  Questa sorta di ristrutturazione avrà quindi degli step, primo tra tutti: l’inserimento  degli uffici perché la Percassi trovi sede e via via lo sviluppo di tutto il resto.

D: Quali rapporti vedremo svilupparsi con l’Amministrazione locale nonché con le varie realtà legate a Crespi d’Adda?

R: Noi ci inseriamo in un sito che ha la sua storia, ma che ha anche alcune sue progettualità. L’Amministrazione Comunale, appena cambiata, ha ripreso la sfida del dialogo con l’Associazione Siti Unesco impegnandosi nel portar avanti quello che è il Piano di Gestione necessario affinché il sito possa continuare a far parte della World Heritage List. Così, la Percassi, insieme alla altre realtà coinvolte, quali il Parco Adda Nord, nonché le associazioni locali, parteciperà  al perseguimento di questo obiettivo.  La nostra politica sarà improntata alla piena collaborazione per permettere al sito di ritornare allo splendore di una volta e di parlare ancora alle nuove generazioni di quella che è la sua  storia industriale ed il suo vissuto.

La società Percassi  e Crespi D’Adda

D: Che propositi avete riguardo al recupero della fabbrica?

R: Il recupero avverrà per step.  Il primo passo sarà quello di recuperare gli uffici, si parla di una superficie tra i dieci ei venti mila mq, perché è necessario ed urgente che il la Percassi trovi sede. Tuttavia, proprio perché si vuole agganciare il progetto nella sua complessità, gli architetti stanno lavorando ad un progetto globale che non è stato ancora comunicato e che vede di giorno in giorno un evolversi degli interventi.

La fabbrica ospiterà dunque gli uffici della Percassi oltre ai servizi terziari e la sede della Fondazione. Non si esclude l’ipotesi di realizzare anche un’area destinata ad una piccola produzione d’eccellenza attraverso lo studio e la ricerca che farebbe diventare il sito più riconoscibile a livello industriale, ma non è la priorità. Certo, problemi di spazio non ce ne saranno, visto che si parla di un totale di 80.000 metri quadri coperti.

D: Avete già pensato alla tipologia di museo che potrebbe essere ospitato all’interno della fabbrica?

R: Al momento non è ancora stata definita né la tipologia di museo che andrà a collocarsi all’interno della fabbrica, né la sua gestione. Siamo comunque indirizzati verso lo sviluppo di un museo un po’ unico, potenzialmente con uno sguardo nazionale e legato al tema dell’arte che ci permetterebbe poi di lavorare per la cultura locale, nazionale e mondiale. Abbiamo a disposizione ampi spazi che ci permettono di pensare ad un grande museo per dare il giusto valore ad un sito UNESCO quale Crespi D’Adda è. L’Ing.  Antonio Percassi ci tiene a far si che la storia che ci viene data in consegna  venga sviluppata in modo molto ampio, era già un sogno Crespi per allora e lo vuole essere ulteriormente oggi. Abbiamo un imprenditore di larga apertura, sognare in grande è sicuramente una delle sue caratteristiche.

Tuttavia sul piatto della bilancia c’è un altro obiettivo  importante e prioritario in termini di programmazione: il recupero dell’archivio della fabbrica e la sua ricollocazione in sede, riportando le cose dove in origine erano. Attualmente la documentazione cartacea e fotografica  è conservata presso il la sede del comune sotto la cura dell’ing. Rinaldi che, a richiesta, accompagna gli studiosi in un viaggio a ritroso alla riscoperta della storia di Crespi d’Adda. Il lavoro di archiviazione e digitalizzazione che andremo ad intraprendere è la premessa per la creazione di percorsi turistici dedicati alle scuole come agli adulti.

D: Sono presenti ancora macchinari all’interno della fabbrica?

R: Si, all’interno della fabbrica c’è ancora qualche macchinario, difatti stiamo cercando di recuperare anche solo alcuni dei procedimenti industriali di allora. Chiaramente questo sarà un lavoro che richiederà tempistiche abbastanza lunghe, ma che ci consentirà di metterci in relazione con le realtà manifatturiere del posto che potranno dare il  proprio contributo al progetto.

D: Cosa significa impegnarsi nella riqualificazione di una location così ricca in termini di storia, nonché attivarsi in interventi di ripristino su beni sottoposti a vincoli di tale calibro?

R: Il sito è grande e l’investimento altrettanto.  Vincoli sul sito rendono complesso qualsiasi tipo di intervento necessitando di un continuo lavoro di mediazione.  Ogni tanto ci diciamo che “il sogno sono anche le pazzie”. L’impegno della società è quello di valorizzare questo sito, ovviamente  tenendo presente lo sviluppo futuro e recuperandolo nel miglior modo possibile; questo è un regalo anche per l’Italia che desideriamo portar avanti.

D: Come intendete porvi nei confronti della comunità locale residente all’interno del sito?

R: La gente che abita il sito, che sono soprattutto i figli dei figli dei dipendenti della fabbrica, è gente che  ama il posto e che manifesta palesemente la voglia di recuperare il sito. Da un po’ di tempo attendevano  qualcuno che credesse in Crespi d’Adda e decidesse di investire per la sua rinascita. Certo  vivono questo momento di cambiamento con gran attenzione: sono molto attenti alle notizie, al fatto che si facciano le cose per bene, ad essere coinvolti. La nostra intenzione è quella di renderli edotti  su ciò che verrà fatto, cercando una  collaborazione. Sono gli abitanti di Crespi d’Adda che vivono e fanno vivere il sito accogliendo  visitatori e turisti verso i quali sono da sempre ben intenzionati ed accoglienti. Inoltre, la rivitalizzazione del sito insieme alla realizzazione di nuovi servizi sono i presupposti per la creazione di posti di lavori disponibili.

“The Antonio Percassi Family Foundation” – promuovere il territorio attraverso la cultura

D: Quali sono gli scopi della “The Antonio Percassi Family Foundation”  ?

R: La Fondazione nasce per volere del fondatore con il preciso intento di realizzare grandi iniziative, che possano dare lustro al territorio bergamasco nei suoi più diversificati aspetti e settori.

L’attenzione ai poveri e in particolare ai bambini sarà il motore catalizzatore e il cuore pulsante dell’attività solidale della fondazione.

Grande impegno è poi lo sviluppo di tutte quelle azioni volte a migliorare la “cultura” nel senso più ampio del termine, in questa nostra meravigliosa terra che è l’Italia e in particolare Bergamo.

Il sostegno alla realizzazione di grandi opere sarà un ulteriore impegno dell’attività della Fondazione, ed è proprio in virtù di questi principi che l’Ing. Percassi ha voluto già finanziare interamente il “Giardino della Pace di Papa Giovanni XXIII” a Sotto il Monte.

D: A chi sarà affidata la programmazione culturale nonché la sua realizzazione e gestione?

R: La fondazione è appena partita (“The Antonio Percassi Family Foundation” è stata fondata il 4 di ottobre 2013 ndr.) ed al momento siamo in una fase di raccolta delle proposte che ci stanno pervenendo che sono delle tipologie più varie: da progetti legati ai bambini ed allo sviluppo dell’infanzia, a progetti legati al turismo, all’arte contemporanea, sino alle proposte più eccentriche. Siamo nella fase dell’ascolto. Ad ogni modo prima dobbiamo capire la direzione che prenderà l’attività culturale: se farà a capo a noi direttamente, ed in quel caso dovremo creare una struttura organizzativa, o se un’istituzione già con la sua storia entrerà dentro il sito e si prenderà in carico questo aspetto.

Milano EXPO 2015

D: L’inaugurazione del sito è prevista per il 2015, anno in cui Milano ospiterà l’EXPO, Crespi d’Adda/Percassi – EXPO. Cosa c’è da aspettarsi da questa contingenza?

R: Il sogno al quale l’Ing. Percassi non rinuncerà mai è proprio quello di iniziare l’attività all’interno di Crespi d’Adda durante l’Expo. L’impegno della costruzione è enorme. La squadra disponibile c’è già, bisogna capire se tutta la tipologia di permessi necessari a procedere arriverà in tempo.

 

Images courtesy of:
Associazione Crespi d’Adda  www.crespidadda.it
Vincenzo del Franco, fotografo info@vincenzodelfranco.it




Dolomiti Contemporanee valorizza il patrimonio industriale

Esiste un progetto che si chiama Dolomiti Contemporanee che attraverso la sua attività da un contributo tangibile al recupero del nostro patrimonio industriale. 

La  mission di Dolomiti Contemporanee è l’individuazione e la riattivazione di risorse inutilizzate dal grande potenziale, nella regione delle Dolomiti-Unesco (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige) e fuori da esse, nello specifico: grandi siti e complessi d’archeologia industriale, fabbriche ed edifici pubblici di particolare valore e interesse.

Incontriamo l’architetto Gianluca d’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee che ci racconta del progetto.

D: Quando e come nasce il progetto Dolomiti Contemporanee?

R: Il progetto Dolomiti Contemporanee prende il via nel 2011, due anni dopo che le Dolomiti sono entrate a far parte della UNESCO World Heritage List, alla sua base il rifiuto dell’inerzia e della passività.
Mi spiego meglio: nel momento in cui le Dolomiti sono state dichiarate “Patrimonio dell’Umanità”, è balzato all’evidenza il gap tra il potenziale estremo di questa risorsa e la sua valorizzazione ancora insufficiente; gap ancora più marcato nell’area delle Dolomiti bellunesi e friulane, proprio lì dove Dolomiti Contemporanee prende forma con l’intento di operare sul bene in modo non stereotipato, attivando procedure culturalmente rilevanti e rinnovative attraverso la cultura contemporanea.
Dolomiti e arte contemporanea, intesa come serbatoio ideativo, prassi analitica e critica, modalità di azione funzionale e produttiva, si confrontano, dialogano e si integrano.
Laboratorio d’arti visive in ambiente” è il pay-off di Dolomiti Contemporanee. Attraverso l’arte contemporanea, aree depresse e necrotiche ospitanti siti inattivi o complessi di archeologia industriale, riprendono vita consegnandoci una nuova immagine.

D: Qual è quindi, secondo la filosofia di Dolomiti Contemporanee, la funzione dell’arte contemporanea all’interno del processo di riqualificazione del nostro patrimonio industriale?

R: L’arte come opposizione all’inerzia. La creatività come propulsore di nuove energie all’interno di luoghi dimenticati. Sensibilità, pensiero, ricerca e azione. Una battaglia rigeneratrice tra gli artisti – curiosi, generosi, che vogliono capire, imparare, riflettere, esprimere, rappresentare, prendere e dare, trasformare – e gli uomini fermi, disinteressati, passivi. L’arte è la dichiarazione incarnata che le idee, la volontà, gli sguardi franchi, l’intenzione e l’interesse, vincono. Applicando questo modello d’azione, il patrimonio industriale può dunque risorgere.

D: Sulla base di quali caratteristiche giudicate un sito idoneo a ospitare Dolomiti Contemporanee?

R: I siti che scegliamo, sono, semplicemente, i più interessanti, tra quelli inutilizzati ed abbandonati disponibili, che sono moltissimi. Quelli dal potenziale più elevato. Sono anche quelli che giacciono nello stato di maggiore “stupidità” possibile. Scegliamo infatti siti già restaurati, e mai riavviati. Siti quindi che sono essenzialmente in ordine, e la cui inerzia non dipende da problemi legati a fatiscenza o inagibilità. Siti quasi in ordine, ma immobili. In questo modo, si viene ad evidenziare al massimo il fatto che il sito non è abbandonato a causa di problematiche o criticità insormontabili: mancano invece le idee e i progetti, e la capacità di concretizzare.
I siti vengono selezionati anche rispetto ad una serie di caratteristiche funzionali e logistiche. Debbono prestarsi all’uso che ne faremo. Debbono poter ospitare, secondo una dislocazione ottimale, una serie di funzioni, tra cui la Residenza e i servizi connessi alla ricettività (il bar-ristoro, foresteria, uffici, bookshop, servizi pubblici, ecc.). Servono laboratori per gli artisti, e, ovviamente, spazi espositivi. Gli spazi industriali più grandi, vengono trasformati in spazi espositivi. In tal modo, una volta riaperti, essi mostrano di nuovo, finalmente, le proprie attitudini.
Ci interessano i complessi nei quali si è svolta un’attività produttiva, o industriale. Questo anche perché siamo interessati a mettere in luce la frizione, il contrasto, tra natura e modelli di antropizzazione.
Una baita in legno, in montagna, è un elemento di coerenza organica (o una cartolina banale). Una fabbrica, invece, coi suoi cementi e metalli e vetri, è il luogo perfetto per avviare un processo critico di rielaborazione del senso delle cose. Per avviare un cantiere di idee, e di forme, non automatiche. Anche per ripensare la fabbrica, a farne un luogo aperto, da chiuso che era, sarà necessario immaginare e completare molti procedimenti artificiali, forzando la normalità delle cose e delle prassi. La razionalità geometrica e architettonica dell’insediamento costruito, le sue ortogonalità e perpendicolarità, la storia industriale dei siti, creano un forte scarto rispetto al contesto naturale. Far rivivere questi insediamenti è riportare in vita la loro storia, la loro originaria funzione produttiva. Alla produttività industriale, si sostituisce ora la produttività artistica in una rifunzionalizzazione temporanea.

 

D: Una volta individuato il sito di archeologia industriale, come procedete?

R: Per quanto, generalmente, nel caso dei cantieri più importanti, scegliamo siti in ordine, sui quali non occorre effettuare interventi strutturali, riattivare un complesso di 3.000 o 10.000 metri quadrati, chiuso da anni o decenni, non è cosa semplice. Prima ancora di occuparsi del sito in sé, c’è dunque un altro ordine di problemi da svolgere. Se un grande sito giace in stato di cronica inerzia da 25 anni (Sass Muss, Sospirolo), ciò significa, evidentemente, che non c’è una capacità, e nemmeno un interesse, politico, in senso lato, ad agire su questo bene. Prima di poter lavorare fisicamente su un sito tanto depresso è dunque necessario verificare, e creare, determinate condizioni a favore dell’intervento. Bisogna, in sostanza, realizzare una rete eterogenea di soggetti, coinvolgendo tutti i decisori politici, gli enti che governano e gestiscono il territorio, le amministrazioni e le comunità, e convincendoli che il progetto è fattibile e, anzi, necessario. Questo lavoro è lungo, e difficile. Per questa ragione Dolomiti Contemporanee, sin dal suo inizio, si è dotata di una struttura di sostegno articolata, uno scheletro, un’architettura di rete, che ha consentito poi di innescare e sostenere i processi e le azioni fattive. Trovato questo assetto, rimane da fare il lavoro “materiale”, che non è poco. Il sito, infatti, privo di qualsiasi funzionalità, andrà ripreso da zero. Gli spazi dovranno essere adeguati all’uso che se ne farà: per tre-quattro mesi infatti il sito diverrà una cittadella creativa, un laboratorio, uno spazio espositivo e ricettivo.

Riesumare una fabbrica, abitarla per alcuni mesi e comunicare il progetto può costare oltre 250.000 euro. I finanziamenti pubblici al progetto coprono forse un quinto di questo costo teorico. È necessario quindi mettere in piedi una rete di partner e sponsor locali, in prevalenza attraverso la cessione di servizi e lavoro, che consenta poi di recepire le risorse per far fronte ai costi. Con questo genere di aiuto si realizzano anche le opere degli artisti in Residenza. La cittadella creativa diventa un autentico laboratorio, all’interno del quale si realizza quello che chiamiamo il produttivo culturale. Una nuova fabbrica che integra la funzione creativa alle risorse del territorio.

Bisogna poi costruire una macchina di comunicazione capace di trasformare il sito dimenticato in un centro attrattivo per il pubblico, per i media. Dopo alcuni mesi, la fabbrica è pronta. Gli artisti vengono ad abitarla, parte la nuova stagione, si fa il lavoro curatoriale. Le mostre si succedono, le persone arrivano, curiose, a migliaia. Questa rifunzionalizzazione culturale temporanea consente la riscoperta del sito: è l’inizio del suo processo di valorizzazione e della sua riacquisizione da parte della comunità. Quando, dopo 3-4 mesi di attività, lo lasciamo, esso ha riguadagnato un significato, e un appeal anche commerciale. A quel punto, diciamo, che il sito è maturo per un essere riavviato definitivamente.

D: Quali sono le difficoltà che riscontrate maggiormente?

R: La mentalità depressiva e, in sostanza, l’incapacità di lavorare, di concepire idee funzionali, l’ignoranza, direi, insieme all’accidia sono i nemici principali.
Questo genere di cantiere è estremamente impegnativo: servono molte forze, molta volontà, molta partecipazione e cooperazione. Come in ogni ambito, anche qui esistono però i soggetti passivi, inerti, poco o per nulla interessati a partecipare a un programma innovativo.
Gli scettici, i pigri, gli sfiduciati, le persone che possiedono della realtà una visione stereotipata e ferma, tendono a non comprendere, talvolta ad ostacolare, procedure rinnovative.
L’incapacità, cronica per alcuni soggetti o enti, di concepire politiche d’azione integrata, è un altro elemento pernicioso e nefasto.
Questa mentalità – o assenza di mentalità – è la responsabile della paralisi dei siti.
La burocrazia poi ci mette la sua, a volte rallentando o impedendo determinati esiti.
Dolomiti Contemporanee vuole combattere e reagire all’inerzia.

D: Quali sono gli obiettivi raggiunti?

R: I risultati sono di vario tipo.
Sempre c’è un contenuto culturale-artistico in primo piano. Il primo risultato della stagione artistica è dunque la messe di mostre, opere, eventi, che si realizzano, insieme a molte altre realtà, artisti, curatori, partner culturali, musei, all’interno delle fabbriche riesumate, e trasformate in centri espositivi temporanei. Le fabbriche, però, non sono il mero contenitore, bensì il potenziale da valorizzare attraverso la produzione artistica.
Il risultato di secondo grado, riguarda invece il futuro del sito nel medio-lungo periodo.
L’impulso generato attraverso la nuova stagione creativa non si esaurisce subito. Tra le migliaia di persone che vengono a visitare la cittadella rianimata e le mostre, alcune si interessano agli edifici. La fabbrica, finalmente aperta, può essere vista, soppesata, valutata. Dolomiti Contemporanee mette in contatto le persone interessate con la proprietà del sito Dopo le prime timidezze, arrivano le richieste commerciali. Si intavolano le trattative e, dopo qualche tempo, gli spazi iniziano finalmente a venir affittati. Siti che giacevano, abbandonati e sfitti, rinascono a nuova vita.

D: Ci racconti la vostra case history d’eccelenza?

R: Nel 2011, partimmo con l’ex polo chimico di Sass Muss (Sospirolo, Belluno), un sito eccezionale di archeologia industriale a ridosso del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. La stagione estivo-autunnale andò molto bene. Il sito era desolatamente chiuso da oltre 20 anni. L’impulso che producemmo fu forte. Oltre 100 articoli furono pubblicati su questa “anomalia”: una fabbrica fantasma trasformata in villaggio creativo. Nessuno ricordava quel sito, che ha caratteristiche davvero speciali. Molte le trattative commerciali furono avviate in seguito alla nostra azione. Alcuni affittuari entrarono negli spazi: purtroppo, per motivi legati alla crisi economica, diversi di loro dovettero in seguito lasciarli. La società proprietaria, Attiva spa, ebbe l’occasione, allora, di riaffittare tutti gli edifici principali del complesso. Purtroppo, con poca lungimiranza essa decise di non ridurre i canoni di locazione, e molte di queste trattative si arenarono. Attiva spa è quindi fallita, a dicembre 2013. Ancora oggi, noi lavoriamo, sull’onda lunga dell’attenzione generata tre anni fa, nell’intento di favorire ulteriormente, e completare, l’opera di rilancio del sito.

Nell’estate 2012, replicammo questo modello su un’ex fabbrica di occhiali, chiusa da oltre 10 anni, a Taibon Agordino, ancora nelle Dolomiti bellunesi, a due passi dallo stabilimento principale di Luxottica, che fu allora uno dei nostri partner. Dopo aver vissuto nella fabbrica per alcuni mesi, la abbandonammo. Cinque attività commerciali e produttive vi si insediarono subito dopo: chi erano, questi cinque? Cinque partner di Dolomiti Contemporanee, che ci avevano aiutato a ripristinare la fabbrica abbandonata e a sostenere la nostra stagione d’eventi, e così facendo l’avevano riscoperta, decidendo alla fine di trasferire la propria azienda negli spazi riattivati.

Nel 2012, abbiamo avviato anche un altro cantiere estremamente significativo. Il Nuovo Spazio di Casso che è ora l’unica sede permanente di Dolomiti Contemporanee. Si tratta, in questo caso, di un edificio civile, chiuso da mezzo secolo, e riaperto, secondo gli stessi principi che animano il progetto: rifiuto del concetto di chiusura e fiducia nel valore della cultura e nella sua funzione attivatrice.

D: Cosa c’è da aspettarsi da Dolomiti Contemporanee per il prossimo futuro?

R: Gli obiettivi del progetto e la mentalità operativa, sono chiaramente delineati. Continueremo ad occuparci di risorse sottoutilizzate o per nulla utilizzate. Di siti, industriali o civili, che meritano una miglior sorte di quella procurata loro dall’assenza d’iniziativa e dall’incapacità di valorizzarne il potenziale. Continueremo a lavorare in rete con altri soggetti, per allargare lo spettro della nostra azione e sviluppare ulteriormente il progetto.
Nel 2014, partiranno alcuni progetti di ricerca che coinvolgeranno alcuni atenei e altri enti che si occupano di ricerca nel campo dell’innovazione culturale e scientifica.
Tra i siti su cui abbiamo iniziato ad avviare delle procedure più che esplorative, e che potrebbero divenire prossimi cantieri DC, segnaliamo: l’ex Villaggio minerario di Valle Imperina (Rivamonte Agordino, Belluno) e il Villaggio Eni di Borca di Cadore, realizzato da Enrico Mattei con Edoardo Gellner negli anni ’50, un sito formidabile ed estremamente complesso, dotato di un potenziale assoluto.

Per scoprire in dettaglio l’attività di Dolomiti Contemporanee visitate www.dolomiticontemporanee.net