Dalmine dall’impresa alla città. Storia di una company town

Scopriamo Dalmine, la company town alle porte della città di Bergamo in Lombardia.

 

 

L’insediamento urbano di Dalmine, sorto nei primi anni del secolo scorso attorno allo stabilimento siderurgico, vive un rapido e intenso sviluppo architettonico e urbanistico fra gli anni ’20 e ‘40, quando, per iniziativa diretta dell’impresa e per la gran parte sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, vengono realizzate infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici e un fitto insieme di interventi che vanno via via a definire e caratterizzare una vera e propria città industriale. L’impresa costruisce e consolida inoltre una fitta trama di relazioni con le istituzioni locali e con il territorio, attraverso iniziative ed interventi di carattere sociale, assistenziale, ricreativo, rivolti in primo luogo ai propri dipendenti e alle loro famiglie. Interventi che sono parte integrante di un sistema di welfare aziendale di cui i manufatti architettonici, tracce materiali, sono oggi il sedimento più visibile.

Dalmine – Le origini dell’impresa

Lo stabilimento sorge nel 1906, in una località denominata Dalmine, per iniziativa della Società Mannesmann, titolare del brevetto per la produzione di tubi in acciaio senza saldatura. La conformazione pianeggiante del terreno, il prezzo relativamente favorevole, la disponibilità di energia e acqua e, non ultimo fattore rilevante, l’ampio bacino di manodopera non specializzata a basso costo, favoriscono l’insediamento dell’attività in un’area agricola e priva di impianti industriali.

Fin dal principio l’impresa stabilisce un complesso sistema di relazioni e negoziazioni con i Comuni di Mariano, di Sforzatica e in particolare di Sabbio, sotto la cui giurisdizione si trova la allora frazione di Dalmine. Rapporti, che trovano una prima importante definizione nella firma di una convenzione del 1909, che insieme all’insediamento dell’impianto regolamenta la realizzazione di vie di trasporto, di una rete idrica ed elettrica e di servizi minimi per la popolazione. Accanto alle infrastrutture industriali sorge così un primo apparato di alloggi e servizi per il personale trasferitosi nell’area di Dalmine dalla Germania, nel caso di dirigenti e tecnici, e dai comuni limitrofi nel caso di manodopera generica.

Nel 1911, con le lavorazioni di laminazione ormai a regime, e la nuova acciaieria elettrica avviata da un anno, la Mannesmann impiega 700 addetti, quando gli abitanti complessivi dei tre Comuni di Sabbio, Mariano e Sforzatica ammontano complessivamente a 3.200.
Lo scoppio della prima guerra mondiale, l’allontanamento della proprietà tedesca, le difficoltà della riconversione ad una economia di pace e l’insorgere di tensioni sociali – che conducono all’occupazione dello stabilimento nel marzo del 1919 – contribuiscono a frenare lo sviluppo dell’impresa e di conseguenza la sua capacità di azione sul territorio.

La città industriale di Dalmine – Impresa e città

Soltanto dopo la metà degli anni ‘20 si presentano una serie di condizioni che conducono alla nascita e sviluppo di un progetto urbanistico e sociale. Un progetto che si realizza anche con la costruzione, da parte della nuova Società, ora di proprietà dello Stato e denominata Stabilimenti di Dalmine, di una solida rete di relazioni istituzionali e territoriali con le locali autorità ecclesiastiche e politiche, nell’ambito di un controllo sempre più stretto imposto dal regime fascista. Ma anche le condizioni interne all’impresa si sono stabilizzate: un netto miglioramento dei conti della Dalmine grazie all’incremento delle commesse unite ad un intenso ammodernamento degli impianti, compongono un quadro complessivamente favorevole nel quale il rapporto di committenza che lega l’impresa all’architetto Greppi, trova una concreta, articolata e sistematica realizzazione.

A partire dal 1924 nascono così il Quartiere operaio, il Quartiere impiegati, la Pensione privata, gli impianti sportivi, il Quartiere centrale, una fitta serie di edifici collettivi direttamente o indirettamente legati alle funzioni non strettamente produttive dell’impresa, edifici di rappresentanza, edifici religiosi, piazze, scuole, colonie e aziende agricole. Con la seconda metà degli anni ‘30, parallelamente alla crescita dell’impresa, che giunge ad occupare un’area di 650.000 metri quadrati e ad impiegare 3.850 addetti nel 1935 e circa 5.500 nel 1940, cresce anche la popolazione residente: dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941. La dichiarazione di notevole importanza industriale, ottenuta dal Comune di Dalmine nel 1941 per decreto del capo del Governo, sancisce formalmente il completamento del processo di formazione della company town. Questo secondo periodo di vita della Dalmine, ormai parte dell’industria di Stato, è quindi quello della costruzione della piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio.

La company town di Dalmine – “Il villaggio modello”

La città industriale trova una significativa riorganizzazione nel 1927, con la nascita del Comune di Dalmine, che accorpa – sotto una denominazione che coincide sì con quella originaria dell’area, ma soprattutto con quella attuale dell’impresa – i tre paesi di Sabbio, Mariano e Sforzatica. La creazione del nuovo Comune sancisce di fatto lo spostamento del baricentro di una serie di funzioni ed edifici pubblici dal loro insediamento originario, al nuovo spazio antistante gli stabilimenti, che si pone come polo della riorganizzazione del territorio, e quindi sede delle istituzioni che lo governano. In quest’area sorge così nel 1931 la nuova Chiesa di San Giuseppe, donata alla Parrocchia e inaugurata solennemente il 19 marzo, giorno di festa del patrono dei lavoratori. La nuova sede del Comune è inaugurata nel 1938 nel nuovo centro della città, progettato su disegno di Greppi, dove hanno sede anche la Casa del Fascio, il Dopolavoro aziendale e l’asta alzabandiera (l’”antenna”), costituita da un unico tubo senza saldatura prodotto nello stabilimento di Dalmine, e di fatto simbolo della città.

Al vertice del nuovo Comune di Dalmine, in veste di Podestà, siede il Direttore amministrativo della Dalmine, nonché amministratore delegato de La Pro Dalmine, la Società costituita nel 1935 con lo scopo di gestire il patrimonio non industriale della Dalmine. In questi anni la company town di Dalmine si realizza non solo e non tanto attraverso le pur numerose costruzioni di edifici destinati ad abitazione o ad usi pubblici, ma anche attraverso l’esercizio e il controllo di una serie di altre funzioni legate alla gestione ed organizzazione del tempo e dello spazio esterno a quello lavorativo o abitativo. Un articolato sistema di attività che costituisce il vero tessuto connettivo di una strategia di costruzione del consenso e di creazione di una comunità, ovvero quel “villaggio modello” che la propaganda cinematografica fascista del 1940 illustra con riferimento alla città di Dalmine.

“Dare la possibilità di risiedere in luogo”: il sistema abitativo della città-impresa di Dalmine

“Dare la possibilità di risiedere in luogo” è uno degli obiettivi perseguiti dall’impresa fin dai suoi primi anni di attività per ospitare personale proveniente dalla Germania e dall’Austria, attrarre manodopera, che i ritmi del lavoro di fabbrica richiedono risieda nelle vicinanze degli impianti produttivi e interrompere – se possibile – quel legame con il mondo rurale che comporta picchi di assenteismo nei periodi dei più importanti lavori agricoli. La casa rappresenta inoltre un importante elemento di riduzione del rischio di turn over della manodopera, soprattutto di quella specializzata, poiché il passaggio del posto di lavoro di padre in figlio, pratica assai diffusa, implica il rinnovo del contratto d’affitto. Contratti che, essendo assai restrittivi nella durata (solitamente annuale) e vincolati al mantenimento del posto di lavoro, sono in definitiva, totalmente sottoposti al potere e alle strategie dell’impresa. Nel 1935, all’inizio della sua attività, la Pro Dalmine gestisce circa 70 edifici, che danno alloggio a più di 150 famiglie impiegati e di operai, per un totale di oltre 800 persone. Negli anni ‘40 i fabbricati sono quasi 90, con un numero di locali che è quasi raddoppiato (1.460 al posto di 878).

VIDEO: Cronistoria TenarisDalmine

https://www.youtube.com/watch?v=aKXuwni7hh8

Dalmine company town: salute, previdenza e assistenza

La Società, fin dall’inizio dell’attività, tenta di porre rimedio alle precarie condizioni igienico-sanitarie e di garantire la salute dei propri dipendenti. Nei primi anni ‘10 favorisce così la nascita di una farmacia comunale e provvede inoltre a ospitare l’ambulatorio comunale nei locali dell’abitazione del medico aziendale, la cui attività si estende anche al di fuori dell’area industriale.

Già nei primi anni ‘20 nascono inoltre una Cassa mutua operai, che sussidia i soci in malattia con il 60% della paga giornaliera, e la Cassa di previdenza per impiegati, che, attraverso il versamento di un contributo sulla paga mensile, di contributi volontari e di erogazioni liberali della Società, assicura un fondo di previdenza dal momento della loro cessazione in servizio. Entrambe le casse si occupano inoltre del pagamento delle convalescenze di particolare gravità e delle cure speciali sia per i dipendenti che per i loro figli.A questo fine la Dalmine può contare fin dagli anni ‘20 su di una colonia elioterapica, gestita della Direzione sanitaria dello stabilimento. A questa seguono, nel 1931, la Colonia montana di Castione della Presolana, nel 1938 quella marina di Riccione, e dal 1941 quella di Trescore Balneario, dotata di un padiglione per le cure termali. Le attività di welfare nell’ambito sanitario culminano negli anni ‘40 con la costruzione di un Poliambulatorio.

Dalmine company town: istruzione e formazione

Altro ambito cruciale di sviluppo del welfare aziendale è senza dubbio quello dell’organizzazione e controllo del sistema formativo, ovvero dell’istruzione primaria e tecnica. Già nel 1909 la Mannesmann contribuisce alla maggior parte delle spese per il mantenimento dell’istruzione di base nella frazione di Dalmine. E se la scuola elementare di Stato nasce a Dalmine solo nel 1928, già tre anni prima è invece attiva la scuola elementare fondata dall’impresa, composta da cinque classi miste. Nel 1916 nasce la prima Scuola popolare operaia e nel 1922 una Scuola professionale serale. Nel 1929 prendono invece avvio alcuni corsi serali domenicali per capi operai, che anticipano la nascita, nel 1937, della Scuola apprendisti, che forma, nei primi 11 anni di attività, oltre 200 operai specializzati. Si tratta di una istituzione formativa che fonda la propria attività sull’integrazione fra teoria e pratica, sulla didattica del lavoro. Una scuola in cui al tradizionale apprendistato fondato sul rapporto con operai più anziani si preferiscono, da un lato, i nuovi metodi di organizzazione del lavoro, e, dall’altro, una disciplina di tipo militare (alzabandiera, adunata, giochi ginnici, campeggio estivo).

Dalmine: industria e agricoltura in un sistema integrato

In quel 1941 in cui Dalmine riceve il riconoscimento di comune di notevole interesse industriale l’impresa risulta essere, dalla documentazione conservata presso l’Archivio comunale, anche uno dei maggiori produttori agricoli. Nel 1946 l’azienda agricola della Pro Dalmine coordina infatti 14 gruppi colonici, che ospitano 140 persone e danno lavoro a oltre 60 contadini. Le Cascine, significativamente denominate con nomi dell’impero fascista (Macallè, Adua, Asmara, Addis Abeba), sono insediate su terreni appartenenti alla Società e riforniscono l’impresa e la città con i loro prodotti, secondo il modello “autarchico” del regime fascista. I principali clienti dell’azienda agricola sono infatti la la Mensa aziendale e la Cooperativa di consumo, che offrono così prodotti agricoli, latte e carne a prezzi calmierati. Ma al di là degli aspetti ideologici – intensificati negli anni della battaglia del grano – nella strategia della Pro Dalmine vi è una continua attenzione a una gestione moderna, quasi industriale dei terreni non occupati dall’attività produttiva. Vengono investite cospicue risorse per rendere ogni singolo gruppo colonico maggiormente produttivo, applicando criteri moderni di rotazione dei raccolti e di selezione delle sementi. Anche la progettazione degli spazi rientra nel più ampio incarico affidato all’architetto dell’impresa, Giovanni Greppi.

Dalmine, anni ’50: il welfare cambia

Nei primi anni del dopoguerra, pur in un quadro politico-istituzionale e di relazioni industriali totalmente rinnovato, la Società mantiene e rafforza il proprio apparato assistenziale sorto nei decenni precedenti ma ancora efficace nell’affrontare le necessità e i problemi postbellici. Ma negli anni delle lotte sindacali e del boom economico l’impresa promuove un nuovo sistema salariale, che tende a trasformare in retribuzione, o meglio in incentivi alla produzione, parte di quelle elargizioni in beni materiali o in servizi nate negli anni ‘20, legando così alla disciplina sul posto di lavoro la possibilità di usufruire dei vantaggi di appartenere alla “grande famiglia” di Dalmine.
Se quindi è vero che, a partire da questi anni, prende avvio il processo di progressiva riduzione da parte dell’impresa del proprio potere di governo diretto del territorio, è altrettanto vero che il tessuto connettivo della company town, ovvero quel sistema di relazioni fondato fra l’altro sulla comunicazione interna, sulle provvidenze, sui servizi al personale, sui servizi di assistenza e ricreazione, continua pressoché invariato nella sostanza.

Sito archeologico industriale: Dalmine Company Town
Settore industriale:Industria metallurgica
Luogo: Dalmine – Bergamo – Lombardia – Italia
Proprietà/gestione: TenarisDalmine – sede operativa di Tenaris in Italia – è il primo produttore italiano di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, automobilistica e meccanica. Tenaris è il maggior produttore e fornitore globale di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali.www.tenaris.com
Testo a cura di: Fondazione Dalmine www.fondazionedalmine.org
Fonti: Carolina Lussana, Manuel Tonolini, Dalmine: dall’impresa alla città, in Dalmine dall’impresa alla città. Committenza industriale e architettura, a cura di Carolina Lussana, Fondazione Dalmine, Dalmine, 2003.

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La Fondazione Dalmine presenta “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada”

La Fondazione Dalmine ospita la mostra “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada”, un evento organizzato nell’ambito del programma Triennale Xtra: in viaggio con la Triennale, mostre ed eventi di architettura, arte e design nei capoluoghi lombardi.

L’esposizione, curata da Andrea Gritti, è dedicata ai 49 Km di autostrada tracciati nel 1927 tra Milano e Bergamo: un campione significativo del territorio lombardo per l’enorme quantità di flussi che supportano e per l’implicito ruolo di “vetrina” delle trasformazioni territoriali che vi si sono addensate in meno di un secolo. Questo segmento della rete autostradale appare come il luogo dove oggi si svolge un conflitto cruciale tra sistemi eccezionali, dedicati alla regolazione del transito veloce su automezzi, e forme ordinarie di urbanizzazione, che li stringono d’assedio.

L’autostrada tracciata nel 1927 per collegare Milano e Bergamo non è solo la parte essenziale del sistema infrastrutturale che vertebra il territorio lombardo, ma è soprattutto il suo specchio, la “vetrina” dove si mostrano, a volte precocemente a volte tardivamente, le sue trasformazioni.

Dalmine: autostrada – territorio – industria

Storia dell’industria e storia del territorio sono inscindibilmente correlate. Il caso di Tenaris a Dalmine è particolarmente significativo. Dal 1906 e per oltre un secolo, l’azienda, oggi leader globale nella produzione di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali, si è insediata e sviluppata in una costante relazione con lo spazio circostante, realizzando impianti produttivi, servizi, abitazioni, sistemi viari. Questo processo, che ha condotto alla nascita di una company town, ha incrociato, dalla metà degli anni ’20, quello di costruzione e ampliamento dell’Autostrada MI-BG, sostenuta dalla stessa azienda in veste di membro del comitato promotore e poi di socio di minoranza. Dal 1927, lo stabilimento costituisce un vincolo fisico allo sviluppo del tracciato autostradale. In occasione delle espansioni impiantistiche degli anni ’30, ’50 e ’70, l’autostrada è per contro il confine lungo il quale l’azienda riorganizza spazi produttivi e infrastrutture. E, ancora, l’area industriale perimetrale è quella su cui si estendono, negli anni ’60, il raddoppio di corsia e il casello autostradale. Limite, quindi, ma al contempo punto di riferimento reciproco: questa è la chiave con cui, oggi, assume particolare attualità la storia della relazione fra questi due protagonisti del paesaggio antropizzato.”*

*Introduzione del catalogo della mostra di Carolina Lussana

La mostra

Come uno specchio questa autostrada è uno strumento per capire come e perché le cose stanno cambiando al suo interno e al suo intorno, registrare i segni del tempo recente, commentare l’attualità, interpretare il futuro prossimo in una delle aree metropolitane più critiche d’Europa. Mossi da questo convincimento i curatori e i ricercatori coinvolti nella preparazione di questa mostra hanno percorso e attraversato i 49 km del tracciato originale della Milano-Bergamo, partendo da punti di osservazione diversi, ma con l’intento di convergere verso un obiettivo comune: rappresentare il formidabile attrito generato dall’incontro tra questa autostrada e il territorio che attraversa.

L’allestimento di questa mostra consiste nella disseminazione di frammenti e testimonianze della presenza dell’autostrada dentro il tessuto urbano della company town di Dalmine, un emblema inevitabilmente complementare a quello della modernità autostradale.
Il principio adottato per questa scomposizione esprime un debito nei confronti della ricerca archeologica, in un certo senso ripercorrendo il tragitto che mezzo secolo fa avevano tracciato i pionieri dell’archeologia industriale. Rilievi, sondaggi, repertori, inventari sono pertanto il supporto di una stratigrafia che ha provato a ridurre questo tratto di autostrada in elementi, a riconoscere i paesaggi che attraversa, a nominare le architetture che lo hanno identificato come specifico contesto, a esporre le fotografie che li rappresentano simultaneamente.

La scomposizione in temi e conseguentemente in oggetti da mostrare è messa in scena negli allestimenti delle diverse sedi della mostra. Presso la Fondazione Dalmine i disegni, le immagini e i video che descrivono le architetture campeggiano dentro gli spazi domestici di una delle antiche palazzine e sono realmente circondati dalle tavole a scala geografica e dalle schede botaniche di dettaglio installate nel parco per descrivere i paesaggi naturali, agricoli, residuali.
Sotto le volte della pensilina dell’autostazione, eccezionalmente liberate da altri usi civici, sono allestiti gli elementi che provengono dai siti industriali dove prendono forma i pezzi e le parti dell’ingegneria autostradale. Infine nell’ex spaccio aziendale della Dalmine, restituito all’aspetto originale, con le grandi altezze interne nelle cinque navate completamente visibili, si trovano le due gallerie nelle quali sono state disposte le fotografie, che documentano la lunga campagna di ricognizione e osservazione che ha accompagnato tutte le fasi della ricerca.

“Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada” è il frutto della collaborazione tra la Triennale di Milano, la Regione Lombardia, il Comune di Dalmine, la Fondazione Dalmine, la Fondazione Bergamo nella storia, la Fondazione Sestini e Confindustria Bergamo.

Hanno patrocinato l’iniziativa il Comune di Bergamo, la Presidenza Regionale Lombardia del Fondo Ambiente Italiano, l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Bergamo, l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Brescia, la Scuola di Architettura e Società e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Bergamo.

Conferenze e visite guidate

Alla mostra “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada” è affiancato un programma di conferenze e visite guidate organizzate con la collaborazione dell’Associazione Bergamo Scienza e della Fondazione Dalmine.

Save The Date:
13 ottobre 2015 | ore 18.00
Peppino Ortoleva conversa con curatori, studiosi e fotografi
A seguire visita guidata
Ingresso libero

17 ottobre 2015 | ore 15.00 – 18.00
Visite guidate con i curatori

Info

Quando:
28.09.2015 / 31.10.2015
Dove:
Dalmine (BG)
Fondazione Dalmine – Piazza Caduti del 6 luglio 1944, 1
Pensilina autostazione – Piazzale del Risorgimento
Ex spaccio aziendale Dalmine S.P.A. – via Cavour, 4
Orari di apertura:
dal lunedì al venerdì 15.00-18.00

Ingresso libero
Contatti:
tel 035 560 3418 segreteria@fondazionedalmine.org




D17. Fotografie Da Re – Archivio Fondazione Dalmine

TenarisDalmine presenta la mostra D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine.

L’esposizione, curata dalla Fondazione Dalmine, si terrà dal 28 febbraio al 22 marzo nei prestigiosi spazi delle Scuderie della Villa Borromeo d’Adda, in collaborazione con il Comune di Arcore, Assessorato alla Cultura.

La Fondazione Dalmine è attiva dal 1999 nella diffusione della cultura industriale e nella valorizzazione del ricco archivio storico di TenarisDalmine, che conserva fra l’altro oltre 35.000 immagini relative a impianti, processi, prodotti, persone, attività, spazi industriali. Questo patrimonio visivo risale al 1906 – anno di fondazione dello stabilimento di Dalmine, il più antico di Tenaris – includendo via via documenti e foto storiche su altri siti produttivi che nel corso del tempo sono entrati a far parte di TenarisDalmine.

La mostra D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine propone una selezione di immagini storiche realizzate tra gli anni ’30 e gli anni ’70 dallo studio bergamasco dei fotografi Da Re, che per oltre mezzo secolo ha collaborato strettamente con l’impresa. D17 è infatti la sigla in codice con cui lo studio identificava le fotografie realizzate per conto dell’azienda nell’epoca in cui era denominata Dalmine (da cui la lettera D): foto di siti produttivi, realizzazioni, prodotti che raccontano, con l’efficacia di un linguaggio universale, una storia dalle radici molto lontane.

Le immagini presentate nella mostra offrono al pubblico alcuni percorsi che non raccontano una storia lineare nel tempo, ma al contrario propongono un gioco di rimandi visivi e di letture inedite, che vanno al di là del contenuto storico e informativo specifico. Sebbene relativi al sito di Dalmine e a un limitato periodo della ben più lunga vicenda aziendale gli scatti esposti in D17 sono in primo luogo un omaggio agli autori, al loro “lavoro” di fotografi. Ma sono anche un esempio dell’efficacia, ricchezza e forza espressiva della fotografia come linguaggio ideale per rappresentare il mondo dell’industria e del lavoro. Queste immagini storiche sono uno spaccato singolare di una cultura, quella industriale, che Sandro e Umberto Da Re hanno saputo interpretare seguendo le esigenze della committenza senza rinunciare allo stile e alla qualità formale di autori.
La mostra è corredata da video, oggetti storici, apparati informativi sulla storia dello Studio Da Re e sulla storia dell’azienda. Anche per questo motivo, è proposta alle scuole primarie e secondarie del Comune di Arcore nell’ambito di un programma di visite guidate curato e gestito dal team didattico della Fondazione Dalmine (www.3-19.org). Sono inoltre previste visite per gruppi, su prenotazione (www.fondazionedalmine.org).

D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine, in questa tappa espressamente dedicata ad Arcore, è alla sua terza edizione, dopo il debutto alla GAMeC di Bergamo nel 2012 e l’allestimento al Museo Nazionale di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano nel 2013, entrambi curati da Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini. Con questa edizione nella prestigiosa sede delle scuderie di Villa Borromeo, la Fondazione Dalmine prosegue un filone di attività culturali dedicate alla fotografia e al rapporto che, nel corso di oltre cento anni di storia, ha legato l’azienda TenarisDalmine all’operato di importanti fotografi, confermando anche il proprio impegno nella promozione della cultura industriale non solo attraverso la conservazione degli archivi aziendale, ma anche attraverso la divulgazione al pubblico di temi legati alla storia come elemento per comprendere la contemporaneità.

Fondazione DalmineComune di Arcore

Informazioni

D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine
28 febbraio – 22 marzo 2015
Scuderie del parco della Villa Borromeo D’Adda, Arcore
Inaugurazione sabato 28 febbraio, ore 17.00

Orari
sabato e domenica: 15.00 | 18.00
feriali: su prenotazione scuole e gruppi
ingresso gratuito

Fondazione Dalmine
Manuel Tonolini
T +39 035 5603418 / C +39 3299016366
segreteria@fondazionedalmine.org
www.fondazione.dalmine.it

Comune di Arcore
T +39 039 616158
bibarcore@sbv.mi.it
comune.arcore.mb.it