Musei d’impresa: conservare il passato per ispirare il futuro

Musei d’impresa: conservare il passato per ispirare il futuro è l’articolo pubblicato all’interno della rivista Uomini e Imprese edita da Fiera Milano Media Spa.

Musei d’impresa: conservare il passato per ispirare il futuro è un viaggio nei luoghi dedicati alla conservazione e valorizzazione del nostro più recente patrimonio industriale.

“Gli oggetti, i documenti, le immagini raccolte in queste strutture hanno la straordinaria capacità di testimoniare l’evoluzione sociale, culturale ed economica dei territori, di interpretare la nostra storia e il nostro presente.”

Alberto Meomartini, vicepresidente della Camera di commercio di Milano e Presidente di Museimpresa

Musei d’impresa: conservare il passato per ispirare il futuro

Musei d’impresa. E, a pensarci bene, se si leggesse “impresa” nell’accezione di “iniziativa importante e difficile” invece che di “azienda” non si commetterebbe poi un errore, perché non è raro in questi luoghi imbattersi in vere e proprie “imprese industriali” che hanno rivoluzionato il nostro vivere.

di Simona Politini

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All’interno dell’articolo Musei d’Impresa si racconta di:
Officina Rancilio 1926, Galleria Campari, Museo del cappello Borsalino, Museo Salvatore Ferragamo, Museo Armani Silos, Museo Ferrari e Museo Enzo Ferrari, La macchina del tempo – Museo Storico Alfa Romeo, Museimpresa




Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale – Libro

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale. Creative factory, heritage telling, temporary use, business model è il nuovo libro sulla recupero dei siti di archeologia industriale e la loro rigenerazione.

Il libro Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale, a cura di  Cristina Natoli e Manuel Ramello, si inserisce nella consolidata attività di ricerca sulla rigenerazione urbana ed extraurbana delle aree a forte connotazione industriale in cui è in atto un processo di deindustrializzazione legato a trasformazioni economico-produttive e processi di globalizzazione del mercato le cui conseguenze hanno determinato una profonda metamorfosi territoriale.

Da queste riflessioni e dall’osservazione dei molteplici fenomeni a piccola e grande scala già in essere, si sono individuati quattro temi di grande attualità per confrontarsi con sguardo multidisciplinare alla rigenerazione del patrimonio industriale attraverso citazioni nazionali e internazionali ed esperienze in ambito locale. Arte, cultura, creatività, nuove tecnologie, unite alla narrazione dei luoghi e delle esperienze e sorrette da un progetto economico sostenibile sono oggi motore di rinnovamento urbano e sociale.

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: i contributi

Il libro Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: contiene i contributi di: Paola Bacchi, Pio Baldi, Michela Barosio, Francesco Bermond des Ambrois, Maria Consolata Buzzi, Davide Canavesio, Danilo Craveia, Stefania Dassi, Gianluca D’Incà Levis, Ferdinando Fava, Giovanni Luigi Fontana, Isabel Gollin, Maria Adriana Giusti, Jacopo Ibello, Carlo Infante, Renato Lavarini, Doris Messina, Gennaro Miccio, Marco Montemaggi, Stefania Moretti, Paolo Naldini, Cristina Natoli, Marco Pironti, Massimo Preite, Manuel Ramello, Emanuele Ronco, Manuela Salvitti, Angelica Sella Marco Trisciuoglio, Giovanni Vachino, Anna Zegna, Andrea Zorio.

Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale: i curatori del libro Cristina Natoli e Manuel Ramello

CRISTINA NATOLI, architetto PhD, dal 2010 funzionario del MiBACT della SABAPTo, attiva sulla SABAPNo con ruolo di Referente per l’area Educazione e Ricerca, svolge attività di tutela, ispezione, progettazione e restauro su beni architettonici e paesaggistici, progetti di educazione e ricerca scientifica, organizzazione mostre, convegni, seminari divulgativi e scientifico formativi, cura di attività editoriali. È membro del Comitato Scientifico della Fondazione Sella, del Direttivo di AIPAI – Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale. Svolge attività di ricerca sul patrimonio industriale in relazione alle nuove tecnologie e alle attività culturali e creative. È autore di articoli e pubblicazioni sui temi del patrimonio industriale, di storia dell’urbanistica e dell’architettura medievale, lettura stratigrafica del territorio per l’identificazione dei valori culturali, paesaggio.

MANUEL RAMELLO, architetto phD, dal 2002 svolge attività di ricerca sui temi della tutela e valorizzazione del patrimonio industriale alternando la libera professione con collaborazioni continuative con enti di ricerca. È docente di Rigenerazione Urbana al Master in Conservazione, Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Industriale – MPI dell’Università degli Studi di Padova, vicepresidente di AIPAI – Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale e condirettore della rivista semestrale AIPAI «Patrimonio industriale». Nel 2017 fonda con Alessandro Depaoli lo studio di progettazione dedicato ai temi del patrimonio industriale Ex Industria.

Titolo:Paesaggi industriali e patrimonio Unesco
Curatori: Cristina Natoli e Manuel Ramello
Casa Editrice:Edifir, Edizioni Firenze
ISBN:978 88 7970 877 7
Lingua: italiano




Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, il nuovo libro del Prof. Massimo Preite

Il volume Paesaggi industriali e patrimonio Unesco propone una raccolta degli scritti più significativi di Massimo Preite sui temi del patrimonio industriale.

Si tratta di comunicazioni presentate a convegni e di articoli già pubblicati, ma non facilmente reperibili. Molti sono stati ritradotti dalla loro originaria versione in lingua straniera e resi pertanto accessibili anche ai lettori italiani. Pur essendo stati redatti in occasioni e in tempi diversi, una volta raggruppati per sezioni tematiche, questi contributi rivelano un coerente filo conduttore: quello del paesaggio, declinato sotto diverse angolazioni.

Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, il nuovo libro di Massimo Preite: la trasformazione del paesaggio

 

Che il paesaggio sia l’elemento unificante del libro Paesaggi industriali e patrimonio Unesco unificante appare del tutto logico, dato che Massimo Preite è stato tra i primi in Italia ad analizzare le trasformazioni prodotte dai processi di patrimonializzazione nella percezione/ rappresentazione del paesaggio. Anni addietro egli aveva infatti avvertito come, nel passaggio da luoghi di lavoro a luoghi di loisir, quel che prima non era paesaggio poteva diventarlo, quando, ad esempio, la miniera cessava di operare e dalle complesse strutture dismesse (come in Sardegna o in Toscana), emergeva come per incanto – agli occhi dello studioso o del turista appassionato – “un’insospettata dimensione estetica, una ‘bellezza’ involontaria (perché inconsapevolmente ottenuta da chi progettò e realizzò quelle strutture”.

 

Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, il nuovo libro di Massimo Preite: il paesaggio minerario

 

Non per caso, dunque, la prima sezione tematica del volume Paesaggi industriali e patrimonio Unesco è dedicata al paesaggio minerario, ma con considerevoli approfondimenti e sviluppi rispetto agli approcci originari. Le molte esperienze fatte ed analizzate, in Italia, in Europa e nel mondo, rendono infatti del tutto evidente che proprio nei territori minerari dismessi l’intreccio fra ambiente naturale e industria estrattiva impone la scala del paesaggio come dimensione irrinunciabile di ogni progetto di recupero e valorizzazione.

 

Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, il nuovo libro di Massimo Preite: il paesaggio industriale urbano

 

La seconda sezione tematica del volume Paesaggi industriali e patrimonio Unesco affronta le problematiche del paesaggio industriale urbano, in cui il recupero dell’industrial heritage è oggi una delle leve strategiche per i nuovi programmi di rigenerazione urbana in Italia e in Europa, dimostrando quanto poco fondamento avessero i conclamati conflitti tra le ragioni della cultura e quelle dell’economia; e come pratiche orientate all’innovazione abbiano potuto permettere l’integrazione di edifici e siti industriali non più produttivi in nuove funzionalità urbane e la loro restituzione al pubblico come patrimonio culturale collettivo.

 

Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, il nuovo libro di Massimo Preite: i paesaggi culturali evoluti, ovvero i siti Unesco di archeologia industriale

 

In connessione con i temi relativi alla riqualificazione urbana, nella terza sezione del libro Paesaggi industriali e patrimonio Unesco Massimo Preite si occupa dei paesaggi iscritti nella Lista Unesco sotto la categoria dei paesaggi culturali evolutivi, che, in quanto tali, aprono scenari assolutamente inediti nella ricerca di nuovi equilibri tra trasformazione e conservazione. Ancora una volta, il riferimento al paesaggio – inteso secondo la Convenzione europea del 2000 non solo quale “componente essenziale del quadro di vita delle popolazioni”, ma anche quale “espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”- si rivela di grande utilità nel prefigurare un’evoluzione dalla comunità patrimoniale locale, quale referente naturale del patrimonio e dei significati ad esso associati, ad una società plurale, in cui occorre conciliare strategie talora in conflitto nella costruzione sociale del patrimonio culturale.

 

Paesaggi industriali e patrimonio Unesco: Massimo Preite e il patrimonio industriale

 

Nel loro insieme i lavori qui pubblicati documentano un’attività pluriennale di studio sui temi del patrimonio industriale che Massimo Preite ha svolto rivestendo molteplici ruoli: quello di ricercatore sui diversi modelli e percorsi di patrimonializzazione dei siti industriali; quello di docente a Firenze e a Padova, dove, dal diretto confronto con gli allievi del Master in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale e dell’Erasmus Mundus “Technique, patrimoine, territoires de l’industrie” (TPTI), ha potuto trarre non pochi stimoli di discussione e di approfondimento; quello di consulente per enti e amministrazioni in progetti di riconversione di siti dismessi e quello di membro del consiglio direttivo dei maggiori organismi internazionali che si occupano di patrimonio industriale (TICCIH, ERIH).

Le questioni affrontate nel volume hanno segnato anche le tappe evolutive del ventennale impegno sviluppato in svariate attività scientifiche ed operative dall’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, del cui Consiglio direttivo Massimo Preite è membro da lunga data. Nelle sue riflessioni sulla conservazione del patrimonio industriale, sui suoi modelli di valorizzazione, sul ruolo attivo che la riqualificazione dei siti industriali dismessi esercita nelle politiche contemporanee di rilancio della città e del territorio non è difficile riconoscere la forte assonanza con le tesi che la nostra associazione ha sostenuto in tutte le occasioni di dibattito e di intervento promosse negli ultimi anni .

L’interesse di questi scritti, soprattutto di quelli più recenti, è legato in particolare alla percezione delle nuove sfide che devono fronteggiare coloro che si occupano di patrimonio industriale. Oggi, infatti, non è più sufficiente la pur sacrosanta difesa della memoria storica e dei sistemi di valori relazionati alla comunità locale. Per perpetuarsi, la memoria deve vivificarsi in un progetto creatore di nuovi valori integrandosi nelle dinamiche evolutive dei territori e proiettandosi nel futuro. Non solo la straordinaria varietà e complessità del patrimonio industriale, la sua enorme estensione a tutte le latitudini, ma anche e soprattutto i rapidissimi cambiamenti culturali, economici e sociali in atto nelle diverse aree del mondo impongono oramai l’elaborazione di strategie e politiche di conservazione, riuso e valorizzazione sempre più innovative e diversificate.

Solo così le testimonianze della civiltà industriale saranno definitivamente assimilate nella comune eredità culturale con processi di integrazione già ben visibili nell’evoluzione delle normative internazionali e in molte esperienze in atto, tutte ispirate alla salvaguardia del patrimonio culturale nelle sue diverse componenti materiali e immateriali, alla protezione e promozione delle diversità culturali, allo sviluppo del dialogo interculturale, alla partecipazione della società civile alle attività di individuazione e di gestione del patrimonio e alla definizione delle relative politiche.

Ne fa fede anche la proposta di legge sul patrimonio culturale immateriale depositata alla Camera dei Deputati lo scorso maggio, dove, tra le varie categorie di beni intangibili, si annoverano “cognizioni e prassi relative alla natura e all’universo, conoscenze, saperi, competenze e pratiche tradizionali connessi al rapporto tra l’uomo e l’ambiente, all’uso delle risorse naturali e alla cura degli animali”; ”arti manuali, mestieri e manifatture tradizionali con i relativi saperi, taciti e codificati, competenze e pratiche, nonché siti, edifici, strumenti, impianti, attrezzature, oggetti, manufatti e infrastrutture a essi dedicati o associati”; “attrezzature, edifici, complessi e siti industriali, reti energetiche e comunicative, infrastrutture e spazi abitativi, sociali, culturali, assistenziali e del tempo libero a essi dedicati o associati”; “attività commerciali tradizionali, con i relativi saperi e competenze tecnici e organizzativi, luoghi storici del commercio”; “tradizioni alimentari ed enogastronomiche, con i relativi saperi e tecniche, taciti e codificati, quali espressioni dell’identità storico-culturale del territorio e strumenti per la tutela della biodiversità alimentare”.

Tutto ciò si inserisce perfettamente nel quado evolutivo del nostro sistema produttivo marcatamente orientato verso un’economia dei servizi, dove sono sempre più evidenti le interazioni tra settori un tempo separati e dove la frontiera della qualità si arricchisce di semlre nuovi contenuti e capacità comunicative che portano a dare crescente valore all’autenticità della produzione e alle esperienze di consumo. Quest’economia delle esperienze e dell’autenticità ha anche dal lato dell’offerta alcune importanti ricadute messe in luce di recente da alcuni economisti dello sviluppo che hanno sottolineato la rilevanza del legame con la storia, la cultura, le capacità specifiche di un territorio produttivo, le quali “diventano parte essenziale della qualità del bene o del servizio venduto”. Se questo aspetto “può sembrare scontato per il turismo, dove l’ambiente, naturale o storico, costituisce una componente fondamentale dell’attrattività del servizio” o per il settore agroalimentare e viti-vinicolo, in particolare quando la denominazione di origine risulta essenziale nella valutazione dei consumatori, può essere molto importante “anche per i prodotti manifatturieri che esprimono un’eccellenza collegata ad una tradizione artistica, artigianale o industriale del territorio”.
Nuove sfide, dunque, ma anche nuovi e stimolanti spazi per la creatività e la progettualità nella valorizzazione del patrimonio industriale all’interno di processi di sviluppo sostenibile capaci di mobilitare tutte le risorse e tutti i soggetti presenti nel territorio.

Introduzione al volume Paesaggi industriali e patrimonio Unesco
di Giovanni Luigi Fontana
Presidente AIPAI

Note sull’autore
MASSIMO PREITE, docente di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, insegna “Patrimoine industriel: connaissance et projet” nel corso di laurea magistrale Erasmus Mundus “Techniques, Patrimoine,Territoires de l’Industrie” presso l’Università di Padova.
È membro dei consigli direttivi di The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage (TICCIH), dell’European Route for the Industrial Heritage (ERIH), dell’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (AIPAI).
Collabora con ICOMOS alla valutazione di candidature del patrimonio industriale alla Lista UNESCO del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

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Titolo:Paesaggi industriali e patrimonio Unesco
Autore: Massimo Preite
Casa Editrice:Edizioni Effigi
ISBN:978-88-6433-838-5
Lingua: italiano




Ivrea e Olivetti, eredità di un luogo – Intervista al Segretario Generale della Fondazione Adriano Olivetti

Ivrea e Olivetti, eredità di un luogo, articolo pubblicato all’interno della rivista Uomini e Imprese edita da Fiera Milano Media Spa, racconta della visione di uomo e del patrimonio materiale e immateriale che questa ha generato.

Ragioni per le quali Ivrea Città Industriale del XX Secolo si candida a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale Unesco. Ne parliamo insieme a Beniamino de’ Liguori Carino, Segretario Generale Fondazione Adriano Olivetti.

Per le immagini si ringrazia il fotografo Gianluca Giordano

Ivrea e Olivetti, eredità di un luogo

Esistono luoghi che, pur perdendo la funzione originaria, non scompaiono né si mimetizzano all’interno del processo di urbanizzazione, ma rimangono lì, rigenerandosi attraverso la propria forza ed energia, a mantener vivo un ricordo che serve da ispirazione. È questo il caso di Ivrea, la città industriale di Adriano Olivetti.
di Simona Politini

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Chi va al mulino… Acque mulini e mugnai delle valli piemontesi – Il libro

Chi va al mulino… Acque mulini e mugnai delle valli piemontesi è il libro di Emanuela Genre edito da Neos Edizioni che racconta degli affascinanti mulini in Piemonte.

I mulini ad acqua, si sa, hanno un fascino del tutto particolare, hanno colpito la fantasia di scrittori e pittori e ancora oggi il loro potere di suggestione non è diminuito. Queste pagine, prendendo in esame un nutrito numero di mulini delle valli piemontesi, va oltre gli stereotipi e il mito un po’ romantico che ha connotato l’idea di queste strutture. Se ne vuole invece far conoscere il meccanismo di funzionamento e il piccolo universo che un tempo ruotava loro intorno: la relazione con la rete idrica del territorio, le figure dei mugnai, le normative che li regolavano e la loro importanza sociale, la loro sorte al giorno d’oggi.

 

Nel Pinerolese, sia nella zona pedemontana sia in quella di media montagna, sono tuttora visibili e visitabili numerosi mulini da cereali che hanno alle spalle una storia plurisecolare. In alta Val Pellice, ad esempio, il Comune di Bobbio Pellice possiede un mulino che, situato nel centro abitato a ridosso della cosiddetta “diga Cromwell”, presenta ancora la grande ruota verticale messa in movimento dall’acqua. Tale edificio vanta testimonianze che risalgono al primo decennio del XVIII secolo, quando già esso apparteneva alla comunità ed era da questa dato in affitto ad un mugnaio per un periodo di tre o nove anni. Nel corso dei secoli il mulino è stato oggetto di numerosi restauri, tentativi di miglioramento alle sue strutture ed ha attraversato periodi di maggiore o minore fortuna, ma intorno alla metà del XX secolo ha cessato la sua attività in modo definitivo. Nei primi anni duemila, per fortuna, il Comune ha ottenuto due finanziamenti con cui ha restaurato l’edificio, che è ora aperto al pubblico in alcune domeniche dell’anno; i visitatori hanno in tal modo la possibilità di vedere la ruota in movimento e tutti i macchinari in azione.

Accanto ad esempi di edifici simili convertiti a musei, sono poi ancora presenti alcuni mulini che continuano a macinare cereali, come accade al Mulino della Bernardina di Giaveno. Si tratta in questo caso di un edificio adibito in parte ad abitazione ed in parte a mulino, quest’ultimo funzionante grazie al canale che scorre alle sue spalle e che mette in moto una ruota verticale. Di certo, la produzione di farina rappresenta ormai un’attività marginale e piuttosto di nicchia, ma è comunque interessante verificare come modalità di produzione risalenti ai secoli scorsi riescano a sopravvivere ancora ai giorni nostri.

 

Chi va al mulino… Acque mulini e mugnai delle valli piemontesi è un’opera affascinante che tratta il tema con la consapevolezza che il mondo di cui facevano parte i mulini così come era è passato, ma può ancora costituire motivo di interesse, offrendo tanti aneddoti, curiosità, suggestioni; può offrire anche spunti di riflessione a una nuova generazione di operatori e consumatori che vuole riavvicinarsi con un approccio attuale alla tradizione molitoria della nostra terra.

Titolo:Chi va al mulino… Acque mulini e mugnai delle valli piemontesi
Autore: Emanuela Genre
Casa Editrice: Neos edizioni http://www.neosedizioni.it/
ISBN:9788866082477
Lingua: italiano




Le fabbriche della cultura – luoghi dell’archeologia industriale dedicati all’arte

Le fabbriche della cultura, articolo pubblicato all’interno della rivista Uomini & Imprese edita da Fiera Milano Media Spa, racconta di alcuni suggestivi luoghi dell’archeologia industriale che hanno trovato una nuova destinazione d’uso all’insegna dell’arte

Le fabbriche della cultura

Dalla produzione materiale alla produzione culturale: storie di luoghi, di gente, di energie, di obiettivi e di visioni. Un viaggio lungo l’Italia alla scoperta dei luoghi dell’industria convertiti in spazi culturali, luoghi nei quali la creatività rigenera la memoria come leva propulsiva del fare.

di Simona Politini

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All’interno dell’articolo Le fabbriche della cultura si racconta di: Pirelli Hangar Bicocca, Macro di Roma, Mambo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Auditorium Niccolò Paganini a Parma, Fonderia39 a Reggio Emilia, Teatro delle Rocce di Gavorrano in provincia di Grosseto, Limone Fonderie Teatrali a Moncalieri, Laboratori artistici del Teatro di San Carlo di Napoli, Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Napoli, Museo del Tessuto di Prato, Museo dell’Arte della Lana di Stia, Villaggio Operaio di Crespi D’Adda, Università Iuav di Venezia, Università Cattaneo – Liuc e altri luoghi ancora.




“[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica” Studio sul riuso del patrimonio industriale in luogo per lo spettacolo

“[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.”: una pubblicazione che indaga sul riuso del patrimonio industriale abbandonato e la sua trasformazione in luogo per lo spettacolo.

 

Che ruolo possono giocare l’esperienza e la percezione degli spettatori nel processo di trasformazione di un luogo di archeologia industriale a luogo culturale? Questa è stata la domanda principale all’interno del laboratorio di progettazione partecipata [RE]FRAME organizzato dalla ricercatrice universitaria Marline Lisette Wilders e dall’architetto Edoardo Mentegazzi nella città di Torino nel 2016.

Il processo ed il risultato di questo laboratorio di progettazione interdisciplinare vengono narrati all’interno della pubblicazione “[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.”

Questa edizione della casa editrice East Wind Academic Publishers risulta essere rilevante per gli architetti, gli organi comunali e le organizzazioni riguardanti la salvaguardia del patrimonio, offrendo un contributo prezioso alle possibili strategie di riqualificazione nelle città europee.

REFRAME, LABORATORIO DI PROGETTAZIONE PARTECIPATA: DALL’INDUSTRIA AL TEATRO

Il laboratorio di progettazione partecipata [RE]FRAME è stato concepito come parte empirica della ricerca scientifica “From Working Space to Theatre Space: the user perspective” volta a studiare e valutare in che modo la conversione di siti industriali abbandonati e trasformati in spazi teatrali permanenti può ridefinire, in termini di memoria, valore e significato, il sito stesso.

Questa ricerca, della durata di due anni, è stata vincitrice del programma Rubicon finanziato dall’NWO (Istituto Nazionale di Ricerca Olandese) ed è stata svolta in collaborazione con il Politecnico di Torino.

Torino, esempio emblematico di città che da ex one-company town si è trasformata in una smart city post industriale, utilizzando la cultura come elemento e strumento di sviluppo.

 

REFRAME, RIPENSARE LA FABBRICA: LA TRASFORMAZIONE DELL’EX MANIFATTURA TAPPETI PARACCHI DI TORINO

Nella prima fase della ricerca sono stati analizzati due casi studio: le Fonderie Teatrali Limone e la Lavanderia a Vapore. È stata svolta, all’uopo, un’indagine sul pubblico, tramite l’utilizzo di metodologie di ricerca quantitative e qualitative, atta ad indagare sul rapporto intrinseco tra questi luoghi industriali “rifunzionalizzati” e l’esperienza diretta del pubblico.

Queste analisi sono state utilizzate all’interno del laboratorio di progettazione partecipata [RE] FRAME il cui obiettivo è stato quello di affrontare il tema del recupero dell’ex Manifattura tappeti Paracchi di Torino e della sua trasformazione d’uso.

Tramite la creazione di un “tavolo di lavoro” interdisciplinare, che ha visto partecipi giovani architetti, studenti di architettura, addetti ai lavori e soprattutto spettatori che avevano partecipato alla prima fase della ricerca, si è giunti così, come risultato, ad una concreta proposta progettuale e a questa pubblicazione.

 

REFRAME, RIPENSARE LA FABBRICA: LA PROSPETTIVA DEI FRUITORI NEL PROCESSO DI TRASFORMAZIONE: GLI AUTORI

 

Marline Lisette Wilders: ricercatrice interdisciplinare e vincitrice del progetto “From Working Space to Theatre Space: the user perspective” insignito dall’NWO. Ha conseguito presso l’Università di Groningen le lauree in Arte e Politiche dell’Arte ed in Storia dell’Arte e dell’Architettura ed il dottorato sul rapporto tra la percezione teatrale e lo spazio teatrale stesso.

Edoardo Mentegazzi: si laurea in Architettura al Politecnico di Torino con una tesi sperimentale sulle grid shells, indagando sulla relazione intrinseca tra forma e struttura. Il suo studio interdisciplinare EMA si occupa di progettazione architettonica a diverse scale, di design e di attività di ricerca e pubblicazione.

 

Per saperne di più sullo studio From Working Space to Theatre Space cliccare qua
Per scaricare l’e-book gratis “[RE]FRAME. Ripensare la fabbrica: la prospettiva dei fruitori nel processo di trasformazione.” cliccare qua




CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa – Nuovo libro dell’Associazione Crespi d’Adda

“CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa” è il titolo del nuovo libro pubblicato dall’Associazione Crespi d’Adda, dal 1991 impegnata nelle attività di ricerca, valorizzazione e promozione culturale e turistica del sito Patrimonio dell’Umanità di Crespi d’Adda.

“CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa” è una pubblicazione di cinquanta pagine dedicata alla narrazione delle vicende storiche di quello che fu, in origine, il Cotonificio Benigno Crespi, fondato nel 1878 dall’imprenditore bustocco Cristoforo Benigno Crespi e del villaggio operaio che quest’ultimo gli costruì intorno. Uno straordinario esperimento urbano e industriale che venne riconosciuto, nel 1995, meritevole dell’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità creato dall’Unesco. Il testo è impreziosito di settanta immagini, sia recenti che storiche. Queste ultime, provenienti da archivi privati e pubblici e scattate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, rappresentano una testimonianza eccezionale della vita operaia del tempo.

L’autore è Giorgio Ravasio, da molti anni in prima linea nella promozione culturale di Crespi d’Adda e dei territori limitrofi, che ha già pubblicato libri “Il castello sul fiume, la storia e le storie della fortificazione di Trezzo” e “Crespi d’Adda, città del lavoro proficuo, della metafora architettonica e dell’utopia sociale”.

Lo stesso autore dichiara:” Si tratta di un volume pensato per diffondere il più possibile la conoscenza di questo luogo e del suo valore. Crespi d’Adda ha ancora molto da insegnarci oggi perché rappresenta un modo di fare impresa che coniugava armoniosamente vita e lavoro, funzionalità e bellezza, natura e architettura. Oltretutto, oggi più che mai, è di fondamentale importanza riscoprire il valore della nostra gloriosa storia per preservarne il futuro. Il gesuita Matteo Ricci sosteneva che la memoria è un palazzo che si costruisce un tassello alla volta ma l’edificio poi è solido e indistruttibile. Ricordare, insomma, non solo per non dimenticare ma per costruire la terra su cui poggiare i nostri piedi.

Lucia Colombo, vicepresidente della Associazione Crespi d’Adda dichiara: “la pubblicazione vede la luce all’inizio della nostra stagione turistica che si apre proprio con il giorno di Pasqua. Si tratta di un prodotto editoriale completo ma snello che abbiamo pensato per tutti quei turisti alla ricerca di uno strumento agile e completo per l’interpretazione del luogo.
Il prezzo di due euro è stato pensato per favorirne l’acquisto anche da parte degli studenti delle scuole primarie e secondarie che potranno utilizzarlo per le ricerche e gli approfondimenti. Il valore sarebbe indiscutibilmente maggiore ma l’idea che ci ha guidato è stata quella di privilegiare la diffusione della conoscenza. Potete trovare tutte le informazioni sul nostro sito www.crespidadda.it”.

Il libro contiene anche due ulteriori contributi. Una prefazione di Andrea Biffi, biologo e naturalista, ideatore e coestensore della nomination di Crespi d’Adda per l’Unesco nel 1994, ed una postfazione di Simona Politini, fondatrice della piattaforma ArcheologiaIndustriale.net.

 

Dove acquistare il libro “CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa”

Il libro è disponibile soltanto nei punti vendita di Crespi d’Adda al prezzo di 2 euro a partire da lunedì 4 aprile 2016
La versione digitale, invece, è acquistabile sin da subito al prezzo di 1 euro cliccando qua 




Archeologia industriale. Palermo – Libro edito da Kalós

Archeologia industriale. Palermo a cura di Daniela Pirrone e Maria Antonietta Spadaro è l’ultimo volume edito da Edizioni d’arte Kalós inserito nella collana Itinerari d’arte.

Archeologia industriale. Palermo è una ricognizione storico-fotografica sulle testimonianze di archeologia industriale presenti sul territorio palermitano.

Oltre ai saggi iniziali che ripercorrono la storia imprenditoriale della città, il testo comprende schede approfondite e sintetiche circa le fabbriche individuate e raggruppate in tre sezioni.

La prima sezione è relativa alle strutture industriali abbandonate come ad esempio la Chimica Arenella, vasto complesso attualmente in stato di abbandono che, in considerazione della splendida posizione si presterebbe a un riuso di notevole pregio per la città.

La seconda parte del volume è attinente alle strutture ancora attive nelle sedi storiche come la ditta Fratelli Contorno, l’unica tra le più antiche industrie conserviere a essere ancora in attività presso il sito originario.

La terza sezione del volume riguarda i siti recuperati e impiegati per le nuove attività un esempio ne sono gli stabilimenti delle industrie San Lorenzo olii-conserve, acquisiti di recente dal gruppo Vita s.r.l. che ne ha avviato un progressivo recupero volto ad ospitare attività commerciali. Altri esempi sono poi Palazzo Petyx, sede dell’opificio Dagnino, che oggi ospita gli uffici della Banca Popolare Sant’Angelo. Anche Banca Nuova.

Si tratta spesso di strutture dalle dimensioni notevoli, che occupano aree rilevanti il cui recupero impone riflessioni che vanno recepite dagli strumenti di pianificazione territoriale, prevedendo pratiche di intervento studiate caso per caso,che comportino inoltre una valorizzazione complessiva del territorio, come mostrano tanti esempi italiano e internazionali.

Un ricco e rappresentativo apparato iconografico completa le schede di questa singolare rassegna su una nuova e suggestiva forma d’arte.

PREZZO SPECIALE PER I LETTORI DI ARCHEOLOGIAINDUSTRIALE.NET

Il volume Archeologia industriale. Palermo è disponibile presso le librerie al prezzo di copertina di 20,00€ e sul sito di Edizioni d’arte Kalós a 17,00€ con uno sconto del 15%.

I lettori di Archeologiaindustriale.net potranno avere il volume al prezzo speciale di 15,00€ inserendo il codice “ARCHEOLOGIAPA” al momento dell’acquisto tramite lo shop online della casa editrice.

Per acquistare Archeologia industriale. Palermo al prezzo speciale a voi dedicato cliccate qui




Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura | Il Calendario del Popolo

Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura, titola così il nuovo numero della rivista culturale Il Calendario del Popolo pubblicata da Sandro Teti Editore

Un numero molto speciale questo della storica rivista fondata nel 1945, un numero doppio che dedica tutta la prima parte al nostro patrimonio industriale, nella fattispecie a quegli edifici che sono stati riconvertiti in luoghi di cultura, rigenerandosi nella funzione produttiva e sociale.

Apre il numero l’intervento firmato dal Prof. Giovanni Luigi Fontana, professore ordinario di Storia Economica all’Università di Padova, nonché uno dei massimi studiosi del patrimonio industriale, ad oggi Presidente dell’associazione AIPAI – Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale – e Direttore del Master in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale – MPI, attivato da oltre un decennio presso l’Università di Padova.

Industrial Heritage, questo il titolo dell’intervento, ci introduce nel cuore delle dibattute questioni relative al recupero di questa tipologia di beni, il più delle volte caratterizzati da vaste cubature non semplici da gestire che inducono ad una prima valutazione superficiale a porre in secondo piano tutta quella serie di aspetti storici, scientifici e sociali che la materia porta con sé e che necessitano pertanto di un approccio multidisciplinare.

V’è dunque necessità di un lavoro scientifico più sistematico, metodico, per una protezione ragionata e selettiva, che rimane ancora da fare su scala nazionale. Ci sono monumenti, strutture uniche o assai rare per epoca storica, contenuti tecnici, valori formali e simbolici che vanno salvati, restaurati e trasmessi alle generazioni future nella loro integralità, e non solo negli involucri esterni. E c’è il rapporto con il loro intorno, con la rete degli altri elementi cui sono collegati, per cui pari attenzione va rivolta ai contesti, ai sistemi di riferimento. In altri casi, invece, ci si può limitare alla conservazione di alcune parti, per altri ancora si può adottare un criterio di trasformazione più radicale o di cancellazione, salvo che entrino in gioco altre ragioni di progettualità territoriale che ne suggeriscano o ne rendano profittevole il mantenimento (ad esempio nella costruzione di itinerari, in ambiti ecomuseali, per l’omogeneità dei tessuti edificati o l’inserimento in contesti paesistici di pregio).

Dopo l’editoriale firmato da Sandro Teti segue l’articolo redatto dalla Prof.ssa Giovanna Rosso Del Brenna, storica dell’arte e docente di Archeologia Industriale all’Università Cattolica di Milano e presso l’Università degli Studi di Genova. La Prof.ssa Del Brenna da anni, all’interno dei suoi corsi, indaga “i complessi rapporti che legano patrimonio industriale e progetto, con particolare attenzione alle arti contemporanee e agli artisti che hanno scelto il luogo industriale dismesso per operare, esporre, in qualche caso vivere”. In La fabbrica abbandonata: luogo per la creatività la Prof.ssa Del Brenna ci accompagna lungo un percorso di riappropriazione degli elementi fisici del patrimonio industriale attraverso la creatività: dalle Anonyme Skulpturen di Bernd e Hilla Becher, coppia di fotografi tedeschi che ci hanno lasciato un’affascinante testimonianza dell’architettura industriale in Europa e America, passando per l’occupazione degli spazi industriali del Cast Iron District di New York da parte degli artisti americani, da Robert Rauschenberg a Jasper Johns, alla nuova sede milanese della Fondazione Prada all’interno della ex distilleria Società Italiana Spiriti inaugurata nel maggio di quest’anno su progetto di Rem Koolhaas.

Dalla cultura del fare al fare cultura. Dopo questi due primi interventi che fungono da introduzione ad una materia che si rivela sempre più complessa e sfaccettata per le sue molteplici implicazioni, si snodano una serie di articoli che ripercorrendo l’Italia da nord a sud raccontano di realtà industriali un tempo protagoniste della storia economica ed oggi fucine di creatività e sapere.

Così in Ex Ansaldo e Mudec: «Una sintesi perfetta», una lunga intervista realizzata da Simona Politini, Fondatrice e Project Manager, nonché Presidente, dell’Associazione Archeologiandustriale.net, a Natalina Costa, Amministratore Delegato 24 Ore Cultura, si racconta l’affascinante sfida del Mudec – Museo delle Culture, inaugurato nel marzo 2015 all’interno della ex Ansaldo di via Tortona a Milano (attraverso una gara pubblica indetta nel 2014 la 24 Ore Cultura srl è stata scelta come partner del Comune di Milano per 12 anni consecutivi di questo ambizioso progetto culturale, ndr).

Dalla Lombardia ci spostiamo in Friuli Venezia Giulia per scoprire in Una “cattedrale” della tecnologia l’interessante esperienza di Immaginario Scientifico e del suo visitatissimo Science Centre all’interno della ex centrale idroelettrica Enel “Antonio Pitter” di Malnisio in provincia di Pordenone. Il pezzo ha triplice firma: Paolo Tomasella, Assessore alla Cultura e Istruzione del Comune di Montereale Valcellina (il Comune di Montereale Valcellina è ad oggi proprietario della struttura, ndr), il Prof. Piero Pinamonti dell’Università di Udine e Serena Mizzan, Direttore di Immaginario Scientifico.

Dal Friuli al Veneto per farci raccontare da Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee, in Il Villaggio abitato, come col Progetto Borca, nato dalla collaborazione col Gruppo Minoter-Cualbu, attuale proprietario dell’insediamento abitativo, attraverso l’arte contemporanea ha dato nuova vita all’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, esperimento visionario di architettura sociale voluto dall’imprenditore illuminato Enrico Mattei e firmato da Edoardo Gellner

Restiamo ancora nel nord Italia per conoscere un’altra realtà dove la sperimentazione artistica trova la sua collocazione all’interno di un’altra ex Centrale Idroelettrica: la Centrale di Fies. Siamo in Trentino Alto Adige, e a Fies, per l’appunto, frazione del comune di Dro in provincia di Trento, scopriamo un centro per l’arte contemporanea attivo grazie alla Coopertiva Il Gaviale che ha assunto la gestione l’immobile di proprietà della Hydro Dolomiti Enel. Il contributo «Le cose vengono fatte accadere» è firmato da Marla Haddad.

Spostandoci da est a ovest arriviamo in Liguria dove Alice Cutullè, esperta di archeologia industriale in Dalla ceramica a distretto culturale ci racconta la storia della ex Ceramica Ligure Vaccari di Ponzano Magra in provincia di La Spezia. All’interno del suo contributo Alice Cutullè intervista Juri Mazzanti, sindaco di Santo Stefano di Magra, deus ex machina del Progetto Nova Cantieri Creativi che ha fortemente voluto la riconversione nel segno dell’arte e della creatività di questo splendido complesso industriale dalle molteplici potenzialità.

In Piemonte, Elena Rosina e Paolo Naldini, rispettivamente responsabile del Dipartimento Didattica e Direttore della Cittadellarte realizzata da Michelangelo Pistoletto all’interno dell’ex Lanificio Trombetta lungo il torrente Cervo in quel di Biella, conosciuta un tempo come la “Manchester d’Italia” per le sue prestigiose manifatture tessili, nel contributo dal titolo Gli “Uffizi” di Cittadellarte ci raccontano la storia di questo luogo e il suo presente di cantiere culturale, un recupero complesso che ha richiesto più di due decenni e che è ancora in atto, tuttavia “A distanza di 25 anni dall’inizio del processo di riqualifica degli stabilimenti del lanificio Trombetta, Cittadellarte dimostra di aver raggiunto, tra gli altri obiettivi, anche quello di recuperare uno spazio che ha contribuito a plasmare la storia e l’economia biellese, la riqualifica di oltre un chilometro di città e la generazione di un grande laboratorio del “fare”, in continuo divenire e in continua crescita.

Arriviamo così nel capoluogo dell’Emilia Romagna dove attraverso la lettura dell’articolo MAMbo in Progress, firmato da Piero Orlandi e Laura Carlini, rispettivamente Responsabile Servizio Beni Architettonici e Ambientali – IBC e Direttore della struttura, scopriamo la storia ed il progetto culturale di una delle più importanti istituzioni pubbliche dedite all’arte contemporanea: il MAMbo – Museo d’arte moderna di Bologna che trova sede all’interno dell’ex Forno del Pane . L’ex Forno del Pane fu “costruito nel 1915 dal sindaco della prima giunta di sinistra, Francesco Zanardi, con l’intento di dotare la città di un panificio gestito dal Comune per fronteggiare i problemi di approvvigionamento della farina portati dalla guerra, e poi ristrutturato nel 1928-29 quale sede dell’Ente autonomo dei consumi. Inutilizzato per molti anni, fu destinato dal Pru della Manifattura a nuova sede museale”.

In Campania, a Napoli, un’altra giovane esperta di archeologia industriale, Rossella Monaco, ci raccontata in Ex stazione Bellini: l’arte in tensione come “Nel quartiere Avvocata, dove un tempo sorgeva l’antico borgo del Limpiano, oggi racchiuso nelle strade che nei loro odonimi conservano memoria dell’insediamento della casata dei Pontecorvo, tra i vicoli stretti che si arrampicano fra palazzi nobiliari, condomini popolari, chiese e monasteri, si staglia la mole bianca del Museo archivio laboratorio per le arti contemporanee Hermann Nitsch, istituito a Napoli dalla Fondazione Morra e inaugurato nel settembre del 2008” collocato in quella che un tempo fu una piccola centrale elettrica: la stazione Bellini datata al 1891.

Ci spostiamo in Puglia, dove, difronte ad uno splendido mare azzurro, scopriamo la Fondazione Pino Pascali che trova la sua collocazione all’interno dell’ex Mattatoio comunale di Polignano a Mare. In Un faro per la cultura firmato da Antonio Frugis ne apprendiamo storia passata e storia presente: “Il mattatoio
venne inaugurato nel 1913. La sua funzione cessò definitivamente nel 1984, quando ormai la struttura, nel frattempo diventata vetusta, non era più rispondente alle nuove norme vigenti in fatto di sicurezza sanitaria. Da allora vari progetti sono stati presentati ma solo nel 2004 sono cominciati i lavori di ripristino per trasferirvi, in seguito, la sede della Fondazione Museo Pino Pascali nel 2012”.

Dalla Puglia al Lazio, da un piccolo comune sul mare alla capitale, si, perché è proprio a Roma che si trova uno dei maggior esempi di recupero di archeologia industriale destinati al settore culturale: stiamo parlando della ex Centrale Montemartini di Roma ostiense, oggi Museo della Centrale Montemartini parte del polo espositivo dei Musei Capitolini di Roma. E chi meglio di Emilia Talamo, già Direttrice del Museo della Centrale Montemartini, ce ne può raccontare la storia? Attraverso il dettagliato contributo di Emilia Talamo, Le macchine e gli Dei, ripercorriamo così la storia di questo luogo magico dove scultura classica e macchinari industriali si incontrano in una cornice architettonica funzionale agli scopi produttivi, ma, al tempo stesso, di estrema eleganza, un luogo che è in grado di incantare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. “Due mondi diametralmente opposti, come l’archeologia classica e l’archeologia industriale, viaggiano su piani paralleli senza che l’una snaturi l’altra, catturando l’attenzione del visitatore ora sulla scura macchina, ora sulla bianca maestosità e delicatezza dei marmi antichi.

Conclude il monografico il contributo di Antonella di Lullo, OUTDOOR 2015 – HERE, NOW, curatrice del Outdoor Festival che ha scelto come location per l’edizione 2015 la ex Caserma di Servizio alla Reale Fabbrica di Armi di via Guido Reni a Roma.

Termina qui Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura, un viaggio alla scoperta di vecchi luoghi e nuove realtà per scoprire insieme come l’energia del produrre possa trasformarsi in energia creativa, un ventaglio di buone pratiche per ispirare le scelte future sul destino del nostro splendido patrimonio industriale.

Oltre ad alcune immagini dei luoghi di cui si parla all’interno degli interventi, gentilmente concesse dalle realtà presenti, il numero è corredato da un progetto fotografico realizzato dal fotografo professionista specializzato in architetture Alberto Muciaccia: gli scatti si caratterizzano per le linee pulite ed essenziali così come le eleganti forme dell’archeologia industriale ci insegnano.

Il monografico Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura è stato ideato e curato da Simona Politini, Fondatrice e Project Manager, nonché Presidente, dell’Associazione Archeologiandustriale.net

Il monografico Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura è un progetto editoriale patrocinato dell’Associazione AIPAI – Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale e rientra nella programmazione del 2015 European Industrial and Technical Heritage Year

L’Associazione Archeologiaindustriale.net è Media Partener del progetto.

Archeologia Industriale_Media Partner_Patrocinio

 

SAVE THE DATEPiù-libri-più-liberi-2015

Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura, n° 70 della rivista culturale Il Calendario del Popolo pubblicata da Sandro Teti Editore sarà presentato martedì 8 dicembre alle ore 14:00 nella Sala Corallo durante l’evento Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che si terrà a Roma dal 4 all’8 dicembre presso il palazzo dei Congressi, Eur

Intervengono:
Antonella Di Lullo, NUfactory, curatrice Outdoor Festival;
Alberto Muciaccia, fotografo;
Simona Maria Politini, fondatrice di archeologiaindustriale.net
Emilia Talamo, già direttrice della Centrale Montemartini
Sandro Teti, direttore Calendario del Popolo

Modera:
Rachele Masci, caporedattrice della rivista

La rivista sarà in vendita durante l’evento

Dove acquistare la rivista:
• da metà gennaio all’interno del circuito Feltrinelli
• già da adesso attraverso spedizione contattando direttamente l’editore

 

Titolo: Archeologia Industriale – Luoghi per l’arte e la cultura. Nuovo numero della rivista culturale Il Calendario del Popolo
Autore: AA.VV.
Fotografia: Alberto Muciaccia
Casa Editrice: Sandro Teti Editore www.sandrotetieditore.it
ISSN:  9-770393-374002-50767
Lingua: italiano




Archeologia industriale e architettura contemporanea nel Porto di Genova

Il libro “Archeologia industriale e architettura contemporanea nel Porto di Genova” ci accompagna alla scoperta del porto di Genova e delle sue meravigliose testimonianze di archeologia industriale.

Archeologia industriale e architettura contemporanea nel Porto di Genova è il terzo volume della  collana Per mare a cura di Farida Simonetti che così intitola la sua prefazione: Scoprire dove nasce la Genova Futura, si, perché il libro scritto dalla professoressa Giovanna Rosso Del Brenna – storica dell’arte e docente di Archeologia Industriale presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università degli Studi di Genova – non solo ci illustra il patrimonio industriale del porto di Genova, ma ci invita ad una riflessione sul rapporto tra antico e contemporaneo in quell’area urbana, che, a differenza del resto della città “ormai inevitabilmente bloccato in un assetto pressoché definitivo”, è in continua evoluzione.

Alla prefazione segue Memorie e tracce di un porto,  l’intervento di Guido Rosato – funzionario architetto presso la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria – che, in una prospettiva a volo d’uccello ci regala un dipinto delle così diverse e peculiari aree del porto che lui definisce “una sintesi lineare di tutte le contraddizioni e le bellezze che questa città ci offre mostrandoci come vive”.

Il libro prosegue con una serie di illustri interventi sull’argomento raccolti dalla professoressa Rosso Del Brenna, tra i quali: Renzo Piano, Giancarlo De Carlo, Ennio Poleggi.

E siamo giunti al cuore de volume: le Schede.
Preceduta da una cartina che ce ne illustra la collocazione, ecco una presentazione ragionata dei luoghi del porto di Genova. Immagini a confronto di ieri e di oggi – realizzate da Patrizia Traverso, autrice di numerosi libri fotografici – ci permettono di assaporare i cambiamenti dei siti durante il corso del tempo. Ogni scheda, scientificamente redatta, presenta la propria bibliografia.

Partendo dalla Fiera del Mare, progetto affidato all’architetto Luigi Carlo Daneri nel 1958, leggiamo la storia dei Bacini di carenaggio del molo Giano, i primi due risalenti al 1888, proseguendo poi con il grande edificio delle ex Officine Allestimenti e Riparazioni Navi (OARN), dove nel 1931-32 venne allestito il transatlantico Rex ed oggi occupati in parte da officine varie e da una divisione “marina” di ABB per la riparazioni e macchinari navali; e ancora: la Gru galleggiante “Langer Heinrich” del 1915 in calata Boccardo, in perfetto stato grazie ad un’accurata operazione di restauro, l’ex Lavanderie Navali in calata Gadda del 1930 ca., i Magazzini del Cotone (già Magazzini generali) nel Molo Vecchio, ricadenti nel progetto del Porto Antico di Renzo Piano, e tanti altri siti storici che dialogano con quelli contemporanei come la Bolla o le Gru super post-Panamax che, poste una affianco all’altra, fendono il cielo protraendosi verso il mare.

Archeologia industriale e architettura contemporanea nel Porto di Genova è un libro che nel suo formato tascabile raccoglie un immenso patrimonio industriale dove storia e contemporaneità si fondono proiettandosi verso il futuro.

Titolo: Archeologia industriale e architettura contemporanea nel Porto di Genova
Autore: Giovanna Rosso del Brenna
Fotografia: Patrizia Traverso
Casa Editrice: Sagep Editori www.sagep.it
ISBN: 9-788863-732344
Lingua: italiano