Arena Geotermica di Larderello, un nuovo spazio culturale firmato Enel

Ecco l’Arena Geotermica di Larderello, un grande spazio per spettacoli all’interno dela torre di raffreddamento.

Un’arena per spettacoli, eventi e manifestazioni del territorio dell’alta Val di Cecina in un contesto più unico che raro: è questa, in sintesi, la nuova opera realizzata a Larderello da Enel Green Power in collaborazione con il Comune di Pomarance.

 

Arena Geotermica di Larderello, Enel Green Power: la struttura

La nuova struttura, utilizzata in anteprima per la rassegna Fra Terra e Cielo, si trova nell’area della centrale geotermica Nuova Larderello, già Larderello 3, e sorge all’interno della vecchia torre di raffreddamento la cui parte superiore è stata demolita, mentre il basamento e l’opera inferiore sono stati mantenuti e ristrutturati per dare forma a una grande arena all’interno della quale sorge un ampio spazio per spettacoli a cielo aperto, che può contenere fino a 300 persone.

L’acustica è ottima grazie all’ambiente delimitato dalle pareti basse della torre di raffreddamento e lo scenario nel suo complesso è davvero suggestivo perché unisce elementi di archeologia industriale a una moderna concezione di teatro contemporaneo, a cui si accede da appositi ingressi oppure da scale di nuova fattura.

Arena Geotermica di Larderello, Elen Green Power: i promotori dell’opera

L’Arena Geotermica è stata realizzata da Enel Green Power che ha fatto un investimento importante per dotare uno dei territori simbolo della geotermia nel mondo di uno spazio che fosse identificativo di questa energia pulita e rinnovabile.

L’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione con il Comune di Pomarance (dove si trova già il Museo della Geotermia) e con il sindaco Loris Martignoni, da anni impegnati per la valorizzazione storica, culturale e artistica dell’area geotermica.

“Siamo molto soddisfatti – ha detto Massimo Montemaggi, responsabile geotermia Enel Green Power – di aver realizzato questa opera unica al mondo, ci auguriamo possa diventare un punto di riferimento per l’arte e per la cultura in Toscana e in Italia. Insieme al Comune di Pomarance, che ringraziamo per la collaborazione, organizzeremo un momento di inaugurazione e presentazione ufficiale per illustrare tutte le potenzialità di questo luogo”.




Il Porto Vecchio di Trieste: storia e futuro

Il Porto Vecchio di Trieste rappresenta uno dei luoghi più importanti dell’archeologia industriale in Italia legati all’attività portuale.

Porto Vecchio Trieste: cenni storici

Il Porto Vecchio di Trieste copre un’area di circa mq. 601.403, estendendosi dallo sbocco del Canale di Ponte Rosso all’abitato periferico di Barcola. Comprende cinque moli (moli 0, I, II, III, IV), 3100 metri di banchine di carico e scarico merci, ventitrè grandi edifici tra hangars (in origine 38 corpi di fabbrica), magazzini ed altre strutture, è protetto da una diga foranea ed è direttamente collegato alla vecchia ferrovia del 1857.

L’aspetto del Porto Vecchio di Trieste è diverso da quello dei porti dell’area mediterranea in quanto riproduce, nell’impianto urbanistico e nelle regole costruttive dei suoi edifici, le caratteristiche dei Lagerhauser (brani di città destinati alla movimentazione delle merci) dei porti del nord-Europa, come la Speicherstadt di Amburgo.

Il Porto Vecchio di Trieste fu costruito tra il 1868 e il 1887, dopo un’ampia fase progettuale, per volontà dell’impero austroungarico che doveva dotarsi, a Trieste, di un grande porto capace di gestire il retroterra dell’Austria-Ungheria.

Porto Vecchio Trieste: gli edifici storici

Nel Porto Vecchio di Trieste le strutture portuali, i magazzini, gli hangars, gli edifici speciali (centrale idrodinamica e Sottostazione elettrica di riconversione), con le loro tipologie costruttive, le gru e le attrezzature elettromeccaniche testimoniano un aspetto essenziale della città-porto dell’ottocento e del primo novecento.
I magazzini e gli hangars, grandi edifici a uno e più piani, disposti su tre assi paralleli tra loro erano attrezzati con gru, elevatori, montacarichi ed altri arredi per le operazioni di carico e scarico merci; alcuni presentano alla base un “perron” (banchina a terra di movimentazione) adatto per le operazioni dai carri ferroviari o da autoveicoli.
La loro costruzione, che si fondava su progetti di altissima qualità architettonica e su tecniche d’avanguardia nell’uso del cemento armato, è un documento dell’epoca pionieristica dei brevetti detenuti dalle grandi imprese edili europee che avevano le loro filiali a Trieste (brevetto Hennebique della Ing. Odorico & C, brevetto viennese Ing. .Edmund Ast & Co, brevetto Wayss della Wayss, Freitag & Meinog di Innsbruck, brevetto della ditta triestina Ing. Geiringer e Vallon). Il completamento dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste si protrasse fino all’inizio del novecento in quanto richiese interventi straordinari di consolidamento delle fondazioni e delle banchine e dei manufatti.
Per il valore di tutto il complesso storico urbanistico, per la presenza dei grandi edifici d’epoca e degli impianti di movimentazione, il Porto Vecchio di Trieste è stato tutelato nell’agosto 2001 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali con vincoli di tutela diretti, indiretti e prescrizioni allo scopo di salvaguardarli e di consentire il restauro di tutta l’area attraverso proposte progettuali che non alterino l’esistente.

Porto Vecchio Trieste: il Polo Museale del Porto di Trieste e i primi restauri

I due edifici recentemente restaurati, Centrale idrodinamica e sottostazione elettrica, costituiscono il Polo museale del Porto di Trieste, iniziativa promossa nel 2004 da Italia Nostra con un percorso di realizzazione condiviso dalla Soprintendenza regionale del Friuli Venezia Giulia.
La Centrale idrodinamica è l’edificio di maggior valore tecnologico del Porto Vecchio di Trieste. Il porto di Trieste fu uno dei primi porti al mondo a dotarsi di un tale impianto, assieme ad Amburgo, Buenos Aires, Calcutta e Genova. Realizzata nel 1890, la Centrale del Porto Vecchio di Trieste è da considerarsi un capolavoro di archeologia industriale; ancor oggi conserva le sue prestigiose macchine (Breitfeld & Danek- Karolinenthal di Praga 1891) per la produzione di energia al servizio dei mezzi meccanici del porto.
Per il necessario ampliamento della già esistente sottostazione nel complesso della Centrale Idrodinamica, nel 1913 fu costruita accanto alla Centrale, e ad essa collegata, la Sottostazione elettrica di riconversione.
Questo edificio speciale si distingue stilisticamente dalle altre costruzioni perché costruito su disegno dell’architetto Giorgio Zaninovich, secondo i caratteri stilistici della Wagnerschule (Vienna). All’interno la sala trasformatori, le gallerie protette, le scale, le guide per gli argani, le apparecchiature elettriche e la disposizione degli arredi confermano ancora oggi la dignità e il prestigio di quell’architettura industriale.
In questi edifici verrà raccolto il patrimonio storico del porto di Trieste, che oltre a tutta l’area monumentale del Porto Vecchio, comprende un’ampia documentazione d’archivio.
A partire dal biennio 2012- 2013 la Centrale Idrodinamica e la Sottostazione elettrica di riconversione del Porto Vecchio di Trieste, sono state aperte al pubblico dall’Autorità portuale di Trieste con il contributo dei volontari di Italia Nostra.
In questi anni altri edifici sono stati restaurati dall’Autorità Portuale: il magazzino n. 1 sul molo quarto, il magazzino n. 26, la casa della piccola amministrazione e i varchi d’ingresso.

Porto Vecchio Trieste: il processo di riqualificazione e rigenerazione del distretto storico portuale

Oggi la vecchia area del porto di Trieste ed i magazzini ottocenteschi non sono più idonei a funzioni connesse ai traffici commerciali ed è in corso, dopo varie vicende fallite dagli anni settanta, un processo di riqualificazione e rigenerazione per nuove destinazioni che, nel rispetto dell’identità storica, ne consentiranno una riutilizzazione funzionale.
Se nel corso della rigenerazione non verranno rispettati i vincoli, l’intero distretto portuale storico rischierà di perdere la sua identità.

Sito archeologico industriale: Distretto storico portuale di Trieste (Porto Vecchio)
Settore industriale: Settore Portuale
Luogo: Trieste – Friuli Venezia Giulia – Italia
Proprietà/gestione: passaggio in corso da Autorità Portuale al Comune di Trieste
Testo a cura di: Antonella Caroli* – cartografia arch. Viviana Magnarin. (*Antonella Caroli: attualmente Ispettore onorario Mibac, direttore dell’Istituto di cultura marittimo portuale del porto di Trieste (fino ad aprile 2015), già Segretario Generale dell’Autorità Portuale di Trieste (2000-2004) si è laureata in architettura al Politecnico di Torino. Insieme a Italia Nostra e al comitato scientifico internazionale su Porto Vecchio, è impegnata sul riuso e sullo sviluppo del Porto di Trieste.)




Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: da fabbrica di spirito a fabbrica per la cultura

Scopriamo la ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce, storia di un’impresa del sud oggi affascinante esempio di recupero e valorizzazione dell’archeologia industriale in Puglia.

La storia dell’impresa De Giorgi, produttrice di alcol e liquori per il mercato provinciale ma nota anche in tutta Italia per il liquore Anisetta, è un caso di studio esemplare dell’imprenditoria del meridione d’Italia della prima metà del Novecento.

Vito (padre) e Nicola De Giorgi diventano distillatori sul finire dell’Ottocento. Nel 1906 smettono di lavorare nel mulino di Carmine de Bonis (suocero di Vito) e si dedicano esclusivamente alla produzione in proprio di alcol e liquori, iscrivendosi alla Regia Camera di Commercio ed Arti della provincia di Terra d’Otranto al n° 1570. Questa decisione fu presa dai De Giorgi perché favoriti dalle buone possibilità che offriva l’abbassamento dei costi di produzione dell’alcol, causato dall’aumento della materia prima (vinacce e fecce) e dalla riduzione delle imposte di fabbricazione.

Sin dal 1906 Casa De Giorgi è molto attiva nella pubblicizzazione dei propri prodotti, partecipando a numerose esposizioni. Tra i riconoscimenti, spesso ricordati anche sulle etichette dei prodotti, le medaglie d’oro ricevute all’Esposizione di Siena del 1907 e alle Esposizioni riunite di Roma del 1911.

Tra il 1912 e il 1915 avviene il passaggio di gestione dell’attività da Vito al figlio Nicola; negli stessi anni quest’ultimo sceglie di investire non solo nella produzione ma anche nella distribuzione dei propri prodotti: la scelta è evidente, visto che nel 1915 Nicola è definito negli atti pubblici «commerciante»; sempre nel 1915 è tra le ditte premiate iscritte al «Gran Libro d’Oro» dei Benemeriti del Lavoro.

A distanza di qualche anno Nicola è ormai pronto per divenire un vero e proprio «industriale» e tra il 1917 e il 1920 affida a Giovanbattista Forcignanò la progettazione e la costruzione, in via Vittorio Emanuele III, di un grande stabilimento. Egli progetta il suo complesso industriale puntando alla differenziazione dei prodotti e avviando perciò contemporaneamente una distilleria con annesso liquorificio e fabbrica di vermouth, con reparto di imbottigliamento; uno stabilimento vinicolo con reparto per la trasformazione delle vinacce e delle fecce. Per le dimensioni e l’economia di San Cesario di Lecce il progetto di Nicola De Giorgi ha dimensioni di certo ambiziose.

Intorno alla fine degli anni venti Nicola De Giorgi ha ormai compiutamente individuato la “mission” della sua impresa; gli anni successivi sono dedicati al perfezionamento dei diversi cicli produttivi, alla pubblicizzazione e all’espansione del volume di affari.
Dalla fine degli anni trenta in poi lo spirito non rettificato prodotto a San Cesario di Lecce viene, oltre che venduto a fabbriche di rettifica, inviato nell’altro stabilimento di San Pietro Vernotico (BR) e in seguito anche in quello di Squinzano (le due distillerie furono costruite, la prima nel 1936 e la seconda nel 1938) entrambi dotati di un impianto autorettificatore.

De Giorgi riesce a raggiungere anche il mercato nazionale e internazionale attraverso il liquore Anisetta, divenuto la specialità della Distilleria De Giorgi sin dai primi anni di attività; la fama raggiunta dal liquore va di pari passo con i riconoscimenti e la pubblicizzazione del prodotto fatta realizzare al noto pittore e illustratore Luigi Bompard. Ad appena 14 anni dalla nascita della ditta, il 20 luglio 1920, Nicola De Giorgi riceve da Vittorio Emanuele III° un autorevole riconoscimento quale il Brevetto della Casa Reale.

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: il recupero del patrimonio industriale

L’attenzione sull’opificio “Distilleria De Giorgi” di alcuni esperti di archeologia industriale e della comunità scientifica locale (Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali, già IsCOM di Lecce e Corso di laurea in Conservazione di Beni Culturali, poi Facoltà con la Cattedra di Archeologia industriale), viene rivolta tra la fine del 1996 e il 1997, quando nella distilleria era in attività solo il liquorificio. Tutto parte tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000 quando viene redatto e sottoscritto dalle parti un Protocollo d’intesa, tra Comune di San Cesario di Lecce, Facoltà di Beni Culturali, CNR-IsCOM (poi IBAM) di Lecce e Casa Editrice Piero Manni, per lo svolgimento di un’attività congiunta su “Archeologia e patrimonio industriale: sviluppo di un’azione di ricerca, valorizzazione e progettazione”.

I risultati di quest’opera di patrimonializzazione furono tre pubblicazioni a stampa, un cdRom, due mostre e convegni, seminari e giornate di studio; questo permise al Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino (CUIS) di finanziare un progetto di ricerca dal titolo: Progetto pilota per la conservazione e valorizzazione del patrimonio archeo-industriale pugliese. Archeologia industriale a San Cesario di Lecce.

Tra la fine del 2002 e per tutto il 2003, la Distilleria De Giorgi è oggetto di studio (svolto dall’arch. Lorena Sambati) nell’ambito del Master in Conservazione, Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Industriale-Università degli Studi di Padova.

Nel 2005 l’Amministrazione comunale chiede alla Direzione Regionale per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Puglia, il vincolo di tutela, ai sensi del D.co L.vo n° 490 del 29.10.1999, di tutto l’immobile denominato “Antica Distilleria De Giorgi”; il 6 luglio del 2005 l’opificio “è stato dichiarato bene di interesse particolarmente importante”.

Il 2007 segna un anno importante per la ex Distilleria De Giorgi: viene celebrato il suo I° centenario; per l’occasione viene allestita una mostra documentaria e stampato il volume di Antonio Monte e Anna Maria Stagira (con un contributo di Lorena Sambati) dal titolo: La distilleria De Giorgi a San Cesario di Lecce: da opificio a monumento. Conservazione, recupero e valorizzazione.

Nel settembre 2007 il Comune redige un Progetto preliminare per il restauro e la conservazione dell’ex distilleria “Casa De Giorgi” da destinarsi a Museo dell’alcol a firma dell’ing. Paolo Moschettoni con la consulenza tecnico-scientifica dell’arch. Antonio Monte.
Dal 2008 a oggi sono continuati i rapporti scientifici con IBAM-CNR di Lecce, con AIPAI e Università degli Studi di Padova; infatti ogni anno (per dieci anni consecutivi tra giugno e settembre) il Comune ospita la Summer school del Master.

Con AIPAI nel settembre 2011 venne siglato un Protocollo d’intesa finalizzato alla tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio industriale.

La Distilleria De Giorgi il 16 marzo 2011 è stata aggiudicata alla Fondazione “Rico Semeraro” a seguito di una procedura fallimentare che ha avuto la durata di undici anni. Il 28 settembre 2012 la Fondazione, a nome del suo Presidente Giovanni Semeraro, cede gratuitamente al Comune di San Cesario di Lecce la distilleria con “[…] finalità sociali e culturali a beneficio della comunità di San Cesario […]”.

Grazie a questa donazione gli spazi produttivi, con tutte le aree di pertinenza, sono passati nei beni patrimoniali del Comune di San Cesario di Lecce; pertanto è stato possibile, nell’ambito della Legge Regionale n° 21/2008 su: Norme per la rigenerazione urbana (promossa grazie alle risorse del PO-FESR, Programma Operativo-Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, 2007-2013, Asse VII-Linea d’intervento 7.2-Azione 7.2.1), presentare un progetto per il recupero del Giardino storico e degli ambienti circostanti. Il 27 settembre 2014 con una manifestazione culturale pubblica (realizzata a fine lavori del I° lotto funzionale) è stato sancito l’avvenuto passaggio tra le parti.

Da febbraio 2016 a marzo 2017 si sono svolti i lavori del II° lotto grazie al Fondo di Sviluppo e Coesione 2007-2013 del CIPE n° 92/2012 “APQ Aree Urbane-Citta”, Azioni Pilota Programmate “Patto Città-Campagna”.

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: il sito di archeologia industriale ed i suoi macchinari

Il sito conserva al suo interno le macchine utilizzate nei diversi processi produttivi: un alambicco della Ditta Cecchin e Quacquarini-Costruzioni in rame e meccaniche, Milano; l’impianto di distillazione (tutto in rame e alto metri 11,80) della Ditta “Officina costruzioni industriali Frilli-San Gimignano (SI)” acquistato nel 1973, per sostituire un vecchio impianto del tipo “Barbet”, e utilizzato sino al 1989 anno in cui la Ditta De Giorgi cessò di produrre alcol; l’apparecchio distillatore delle fecce realizzato dalla Ditta “F.lli Mussi fu Girolamo-Milano” (in acciaio inox, ferro e rame, alto metri 9) acquistato nel 1961 e utilizzato sino al 1972; l’apparecchio dealcalinizzatore della Ditta “Ing. Castagnetti & C. S.p.A.-Grugliasco (TO)” (tutto in rame alto metri 3,90) acquistato nel 1958; una centrifuga delle “Officine Minetti-Milano” acquistata nel 1957; un filtro pressa della Ditta “F.lli Gianazza-Legnano (MI)” per il filtraggio del vermouth e due filtri pressa per il filtraggio delle fecce; le autoclavi in acciaio AISI 316 (alte metri 4) della Ditta “Metalizzazione Italiana” acquistate e impiegate dal 1971; la caldaia in lamiera e conci della Ditta “Impianti Idrotermici-Padova”, acquistata nel 1958; una pigiadiraspatrice della nota Ditta Giuseppe Pietro Garolla di Limena (PD); una tramoggia, con motore e vite senza fine, per spappolare la feccia; un miscelatore in rame della Ditta Officine Meccaniche Pellizzari-Arzignano (VI); 4 elettropompe; 4 filtri pressa della Ditta OCIM-Macchine per l’imbottigliamento, Cologno Monzese (MI); e tante altre.

 

GLI EVENTI ALLA EX DISTILLERIA DE GIORGI SAN CESARIO DI LECCE

Ex Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: venerdì 21 aprile 2017 inaugurazione di una nuova parte recuperata della distilleria

Venerdì 21 aprile, alle ore 18.00, sarà inaugurata un’altra parte della distilleria; in particolare tutta la zona produttiva relativa alla fermentazione delle vinacce, alla distillazione delle fecce, alla fabbrica di vermouth e agli spazi circostanti.

Il “caso-studio” della distilleria Nicola De Giorgi (con i numerosi studi fatti e la redazione di un progetto generale di rifunzionalizzazione e conservazione del sito industriale) ha attivato processi di partecipazione unici nella realtà dell’Italia meridionale, tanto che l’opera di patrimonializzazione della distilleria è un “caso di studio” per diverse realtà sia nazionali che europee.

Rispettando la volontà dalla Fondazione “Rico Semeraro”, che la destinazione del bene industriale fosse a “[…] fini culturali e sociali […]”, l’Amministrazione comunale ha fortemente voluto e sostenuto i due progetti di Rigenerazione urbana, mirati a far convertire, nel pieno rispetto dei luoghi del lavoro e dei suoi peculiari aspetti archeoindustriali, gli spazi per “prodotti alimentari” a “prodotti per la cultura”.

EX Distilleria De Giorgi San Cesario di Lecce: sabato 22 aprile 2017 giornata studio

Giornata di studio su: Patrimonio industriale e buone pratiche per la conoscenza e la valorizzazione Co-organizzata da AIPAI e Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, e Conservatori della Provincia di Lecce, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali-Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBAM), Comune di San Cesario di Lecce, Regione Puglia e E-FAITH.

Dopo i saluti istituzionali di Andrea ROMANO (Sindaco del Comune di San Cesario di Lecce), Salvatore CAPONE (Deputato e Assessore al Patrimonio e LL.PP.), Loredana CAPONE (Assessore della Regione Puglia allo Sviluppo Economico e all’Industria Turistica e Culturale, Gestione e Valorizzazione dei Beni Culturali), Maria PICCARRETA (Direttore della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto) e Rocco DE MATTEIS (Presidente Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, e Conservatori della Provincia di Lecce), Giovanni Luigi FONTANA (Università di Padova, Presidente Nazionale AIPAI) introdurrà i lavori e svolgerà una relazione sul ruolo di AIPAI nel panorama nazionale e internazionale.

In seguito ci saranno gli interventi di Renato COVINO (Università di Perugia, Past President AIPAI) su Il Meridione e il patrimonio industriale: Puglia e Basilicata. Conoscenza, valorizzazione, riuso; Massimo PREITE (Università di Firenze, Membro del Comitato Internazionale per la Conservazione del Patrimonio industriale del TICCIH su La valorizzazione del patrimonio industriale nei network internazionali: la Lista Unesco del patrimonio mondiale e la European Route of Industrial Heritage (ERIH); Luca GIBELLO (Direttore de “Il Giornale dell’Architettura”) su Il riuso dei contenitori industriali tra memoria, trasformazione e conservazione; Manuel RAMELLO (Politecnico di Torino, vice Presidente AIPAI) su RE-ACTS, vocazione al riuso adattivo; Franco MANCUSO (IUAV di Venezia) su Buone pratiche per la valorizzazione del patrimonio industriale; Augusto VITALE (Università Federico II di Napoli) su Uno “statuto” per il progetto di riqualificazione; Edoardo CURRA’ (Università di Roma “La Sapienza”, vice Presidente AIPAI) su Tipi edilizi complessi per l’industria e l’arte agli inizi del Novecento. Processi di conoscenza e valorizzazione in atto a Roma. Alcuni casi studio chiuderanno i lavori della Giornata di studio; Silvio CILLO e Luigi GALLO (Responsabile Unico del Procedimento; Architetto, Gruppo di progettazione “Studio A. Siza”) su Progetto di riqualificazione paesaggistica e ambientale dell’aera urbana ex Cave di Marco Vito; Michele LABALESTRA (Sindaco del Comune di Palagianello) su “Il Paesaggio delle Gravine”. Recupero del sito carsico in Parco Madonna delle Grazie di Palagianello e Antonio MONTE e Lorena SAMBATI (CNR-IBAM e vice Presidente AIPAI; architetto, AIPAI Puglia) su La distilleria Nicola De Giorgi. Dalla patrimonializzazione alle buone pratiche per la conoscenza e la valorizzazione.

Le conclusioni sono affidate al Presidente nazionale AIPAI e Direttore del Master in Conservazione gestione e valorizzazione del patrimonio Industriale, Giovanni Luigi FONTANA.

Modera i lavori Carla PETRACHI, Giornalista

Sito archeologico industriale: Distilleria Nicola De Giorgi
Settore industriale:Settore Alimentare
Luogo: San Cesario di Lecce – Lecce – Puglia – Italia
Proprietà/gestione: Comune di San Cesario di Lecce
Testo a cura di: Antonio MONTE, CNR-IBAM; AIPAI email: a.monte@ibam.cnr.it




Le centrali idroelettriche Edison in Lombardia | VIDEO

Scopriamo alcune delle centrali idroelettriche Edison in Lombardia, monumenti industriali di particolare bellezza.


Attraverso una serie di video realizzati da Edison, “la più antica società europea nel settore dell’energia e tra le principali società energetiche in Italia”, abbiamo l’opportunità di fare un viaggio alla scoperta di luoghi dal fascino unico che legano sapienza ingegneristica a gusto architettonico, luoghi che raccontano la nostra storia economico-industriale.

Ma prima di tutto è interessante capire come funziona la centrale idroelettrica. Lo scopriamo grazie ad un video sempre prodotto da Edison

 

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La centrale idroelettrica Bertini di Edison

La Centrale idroelettrica Bertini realizzata a Cornate d’Adda (MB), località Porto Inferiore, è la più antica centrale idroelettrica del gruppo Edison. Quando fu inaugurata, nel 1898, era il più grande impianto elettrico d’Europa e il secondo nel mondo… Continua qui

 

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La centrale idroelettrica Esterle di Edison

La centrale idroelettrica Esterle di Cornate d’Adda (MB), fu costruita tra il 1906 e il 1914. La centrale è stata dedicata alla memoria di Carlo Esterle, consigliere delegato della società Edison fino al 1918. Per l’epoca si trattava di un impianto di notevole importanza e capace di produrre 30.000 Kilowatt… Continua qui

 

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La centrale idroelettrica Guido Semenza di Edison

Nel 1917, Edison decise di sfruttare la quota ancora disponibile, nella stagione estiva, dell’energia dell’Adda e fu avviata la costruzione dell’ultimo, il più piccolo, degli impianti dell’Adda, quello di Calusco d’Adda (BG), poi intitolato all’Ing. Guido Semenza (direttore tecnico della società)… Continua qui

 

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Le centrali di S. Stefano, Venina e Publino di Edison

Gli impianti idroelettrici Edison denominati Armisa, Publino, Zappello, Vedello, Venina utilizzano le acque dei torrenti che nascono dalle Prealpi Orobie, tra cui i principali sono Malgina, Armisa, Caronno, Livrio, Venina, e dei loro affluenti, a loro volta affluenti di sinistra dell’Adda

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Dalmine dall’impresa alla città. Storia di una company town

Scopriamo Dalmine, la company town alle porte della città di Bergamo in Lombardia.

 

 

L’insediamento urbano di Dalmine, sorto nei primi anni del secolo scorso attorno allo stabilimento siderurgico, vive un rapido e intenso sviluppo architettonico e urbanistico fra gli anni ’20 e ‘40, quando, per iniziativa diretta dell’impresa e per la gran parte sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, vengono realizzate infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici e un fitto insieme di interventi che vanno via via a definire e caratterizzare una vera e propria città industriale. L’impresa costruisce e consolida inoltre una fitta trama di relazioni con le istituzioni locali e con il territorio, attraverso iniziative ed interventi di carattere sociale, assistenziale, ricreativo, rivolti in primo luogo ai propri dipendenti e alle loro famiglie. Interventi che sono parte integrante di un sistema di welfare aziendale di cui i manufatti architettonici, tracce materiali, sono oggi il sedimento più visibile.

Dalmine – Le origini dell’impresa

Lo stabilimento sorge nel 1906, in una località denominata Dalmine, per iniziativa della Società Mannesmann, titolare del brevetto per la produzione di tubi in acciaio senza saldatura. La conformazione pianeggiante del terreno, il prezzo relativamente favorevole, la disponibilità di energia e acqua e, non ultimo fattore rilevante, l’ampio bacino di manodopera non specializzata a basso costo, favoriscono l’insediamento dell’attività in un’area agricola e priva di impianti industriali.

Fin dal principio l’impresa stabilisce un complesso sistema di relazioni e negoziazioni con i Comuni di Mariano, di Sforzatica e in particolare di Sabbio, sotto la cui giurisdizione si trova la allora frazione di Dalmine. Rapporti, che trovano una prima importante definizione nella firma di una convenzione del 1909, che insieme all’insediamento dell’impianto regolamenta la realizzazione di vie di trasporto, di una rete idrica ed elettrica e di servizi minimi per la popolazione. Accanto alle infrastrutture industriali sorge così un primo apparato di alloggi e servizi per il personale trasferitosi nell’area di Dalmine dalla Germania, nel caso di dirigenti e tecnici, e dai comuni limitrofi nel caso di manodopera generica.

Nel 1911, con le lavorazioni di laminazione ormai a regime, e la nuova acciaieria elettrica avviata da un anno, la Mannesmann impiega 700 addetti, quando gli abitanti complessivi dei tre Comuni di Sabbio, Mariano e Sforzatica ammontano complessivamente a 3.200.
Lo scoppio della prima guerra mondiale, l’allontanamento della proprietà tedesca, le difficoltà della riconversione ad una economia di pace e l’insorgere di tensioni sociali – che conducono all’occupazione dello stabilimento nel marzo del 1919 – contribuiscono a frenare lo sviluppo dell’impresa e di conseguenza la sua capacità di azione sul territorio.

La città industriale di Dalmine – Impresa e città

Soltanto dopo la metà degli anni ‘20 si presentano una serie di condizioni che conducono alla nascita e sviluppo di un progetto urbanistico e sociale. Un progetto che si realizza anche con la costruzione, da parte della nuova Società, ora di proprietà dello Stato e denominata Stabilimenti di Dalmine, di una solida rete di relazioni istituzionali e territoriali con le locali autorità ecclesiastiche e politiche, nell’ambito di un controllo sempre più stretto imposto dal regime fascista. Ma anche le condizioni interne all’impresa si sono stabilizzate: un netto miglioramento dei conti della Dalmine grazie all’incremento delle commesse unite ad un intenso ammodernamento degli impianti, compongono un quadro complessivamente favorevole nel quale il rapporto di committenza che lega l’impresa all’architetto Greppi, trova una concreta, articolata e sistematica realizzazione.

A partire dal 1924 nascono così il Quartiere operaio, il Quartiere impiegati, la Pensione privata, gli impianti sportivi, il Quartiere centrale, una fitta serie di edifici collettivi direttamente o indirettamente legati alle funzioni non strettamente produttive dell’impresa, edifici di rappresentanza, edifici religiosi, piazze, scuole, colonie e aziende agricole. Con la seconda metà degli anni ‘30, parallelamente alla crescita dell’impresa, che giunge ad occupare un’area di 650.000 metri quadrati e ad impiegare 3.850 addetti nel 1935 e circa 5.500 nel 1940, cresce anche la popolazione residente: dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941. La dichiarazione di notevole importanza industriale, ottenuta dal Comune di Dalmine nel 1941 per decreto del capo del Governo, sancisce formalmente il completamento del processo di formazione della company town. Questo secondo periodo di vita della Dalmine, ormai parte dell’industria di Stato, è quindi quello della costruzione della piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio.

La company town di Dalmine – “Il villaggio modello”

La città industriale trova una significativa riorganizzazione nel 1927, con la nascita del Comune di Dalmine, che accorpa – sotto una denominazione che coincide sì con quella originaria dell’area, ma soprattutto con quella attuale dell’impresa – i tre paesi di Sabbio, Mariano e Sforzatica. La creazione del nuovo Comune sancisce di fatto lo spostamento del baricentro di una serie di funzioni ed edifici pubblici dal loro insediamento originario, al nuovo spazio antistante gli stabilimenti, che si pone come polo della riorganizzazione del territorio, e quindi sede delle istituzioni che lo governano. In quest’area sorge così nel 1931 la nuova Chiesa di San Giuseppe, donata alla Parrocchia e inaugurata solennemente il 19 marzo, giorno di festa del patrono dei lavoratori. La nuova sede del Comune è inaugurata nel 1938 nel nuovo centro della città, progettato su disegno di Greppi, dove hanno sede anche la Casa del Fascio, il Dopolavoro aziendale e l’asta alzabandiera (l’”antenna”), costituita da un unico tubo senza saldatura prodotto nello stabilimento di Dalmine, e di fatto simbolo della città.

Al vertice del nuovo Comune di Dalmine, in veste di Podestà, siede il Direttore amministrativo della Dalmine, nonché amministratore delegato de La Pro Dalmine, la Società costituita nel 1935 con lo scopo di gestire il patrimonio non industriale della Dalmine. In questi anni la company town di Dalmine si realizza non solo e non tanto attraverso le pur numerose costruzioni di edifici destinati ad abitazione o ad usi pubblici, ma anche attraverso l’esercizio e il controllo di una serie di altre funzioni legate alla gestione ed organizzazione del tempo e dello spazio esterno a quello lavorativo o abitativo. Un articolato sistema di attività che costituisce il vero tessuto connettivo di una strategia di costruzione del consenso e di creazione di una comunità, ovvero quel “villaggio modello” che la propaganda cinematografica fascista del 1940 illustra con riferimento alla città di Dalmine.

“Dare la possibilità di risiedere in luogo”: il sistema abitativo della città-impresa di Dalmine

“Dare la possibilità di risiedere in luogo” è uno degli obiettivi perseguiti dall’impresa fin dai suoi primi anni di attività per ospitare personale proveniente dalla Germania e dall’Austria, attrarre manodopera, che i ritmi del lavoro di fabbrica richiedono risieda nelle vicinanze degli impianti produttivi e interrompere – se possibile – quel legame con il mondo rurale che comporta picchi di assenteismo nei periodi dei più importanti lavori agricoli. La casa rappresenta inoltre un importante elemento di riduzione del rischio di turn over della manodopera, soprattutto di quella specializzata, poiché il passaggio del posto di lavoro di padre in figlio, pratica assai diffusa, implica il rinnovo del contratto d’affitto. Contratti che, essendo assai restrittivi nella durata (solitamente annuale) e vincolati al mantenimento del posto di lavoro, sono in definitiva, totalmente sottoposti al potere e alle strategie dell’impresa. Nel 1935, all’inizio della sua attività, la Pro Dalmine gestisce circa 70 edifici, che danno alloggio a più di 150 famiglie impiegati e di operai, per un totale di oltre 800 persone. Negli anni ‘40 i fabbricati sono quasi 90, con un numero di locali che è quasi raddoppiato (1.460 al posto di 878).

VIDEO: Cronistoria TenarisDalmine

https://www.youtube.com/watch?v=aKXuwni7hh8

Dalmine company town: salute, previdenza e assistenza

La Società, fin dall’inizio dell’attività, tenta di porre rimedio alle precarie condizioni igienico-sanitarie e di garantire la salute dei propri dipendenti. Nei primi anni ‘10 favorisce così la nascita di una farmacia comunale e provvede inoltre a ospitare l’ambulatorio comunale nei locali dell’abitazione del medico aziendale, la cui attività si estende anche al di fuori dell’area industriale.

Già nei primi anni ‘20 nascono inoltre una Cassa mutua operai, che sussidia i soci in malattia con il 60% della paga giornaliera, e la Cassa di previdenza per impiegati, che, attraverso il versamento di un contributo sulla paga mensile, di contributi volontari e di erogazioni liberali della Società, assicura un fondo di previdenza dal momento della loro cessazione in servizio. Entrambe le casse si occupano inoltre del pagamento delle convalescenze di particolare gravità e delle cure speciali sia per i dipendenti che per i loro figli.A questo fine la Dalmine può contare fin dagli anni ‘20 su di una colonia elioterapica, gestita della Direzione sanitaria dello stabilimento. A questa seguono, nel 1931, la Colonia montana di Castione della Presolana, nel 1938 quella marina di Riccione, e dal 1941 quella di Trescore Balneario, dotata di un padiglione per le cure termali. Le attività di welfare nell’ambito sanitario culminano negli anni ‘40 con la costruzione di un Poliambulatorio.

Dalmine company town: istruzione e formazione

Altro ambito cruciale di sviluppo del welfare aziendale è senza dubbio quello dell’organizzazione e controllo del sistema formativo, ovvero dell’istruzione primaria e tecnica. Già nel 1909 la Mannesmann contribuisce alla maggior parte delle spese per il mantenimento dell’istruzione di base nella frazione di Dalmine. E se la scuola elementare di Stato nasce a Dalmine solo nel 1928, già tre anni prima è invece attiva la scuola elementare fondata dall’impresa, composta da cinque classi miste. Nel 1916 nasce la prima Scuola popolare operaia e nel 1922 una Scuola professionale serale. Nel 1929 prendono invece avvio alcuni corsi serali domenicali per capi operai, che anticipano la nascita, nel 1937, della Scuola apprendisti, che forma, nei primi 11 anni di attività, oltre 200 operai specializzati. Si tratta di una istituzione formativa che fonda la propria attività sull’integrazione fra teoria e pratica, sulla didattica del lavoro. Una scuola in cui al tradizionale apprendistato fondato sul rapporto con operai più anziani si preferiscono, da un lato, i nuovi metodi di organizzazione del lavoro, e, dall’altro, una disciplina di tipo militare (alzabandiera, adunata, giochi ginnici, campeggio estivo).

Dalmine: industria e agricoltura in un sistema integrato

In quel 1941 in cui Dalmine riceve il riconoscimento di comune di notevole interesse industriale l’impresa risulta essere, dalla documentazione conservata presso l’Archivio comunale, anche uno dei maggiori produttori agricoli. Nel 1946 l’azienda agricola della Pro Dalmine coordina infatti 14 gruppi colonici, che ospitano 140 persone e danno lavoro a oltre 60 contadini. Le Cascine, significativamente denominate con nomi dell’impero fascista (Macallè, Adua, Asmara, Addis Abeba), sono insediate su terreni appartenenti alla Società e riforniscono l’impresa e la città con i loro prodotti, secondo il modello “autarchico” del regime fascista. I principali clienti dell’azienda agricola sono infatti la la Mensa aziendale e la Cooperativa di consumo, che offrono così prodotti agricoli, latte e carne a prezzi calmierati. Ma al di là degli aspetti ideologici – intensificati negli anni della battaglia del grano – nella strategia della Pro Dalmine vi è una continua attenzione a una gestione moderna, quasi industriale dei terreni non occupati dall’attività produttiva. Vengono investite cospicue risorse per rendere ogni singolo gruppo colonico maggiormente produttivo, applicando criteri moderni di rotazione dei raccolti e di selezione delle sementi. Anche la progettazione degli spazi rientra nel più ampio incarico affidato all’architetto dell’impresa, Giovanni Greppi.

Dalmine, anni ’50: il welfare cambia

Nei primi anni del dopoguerra, pur in un quadro politico-istituzionale e di relazioni industriali totalmente rinnovato, la Società mantiene e rafforza il proprio apparato assistenziale sorto nei decenni precedenti ma ancora efficace nell’affrontare le necessità e i problemi postbellici. Ma negli anni delle lotte sindacali e del boom economico l’impresa promuove un nuovo sistema salariale, che tende a trasformare in retribuzione, o meglio in incentivi alla produzione, parte di quelle elargizioni in beni materiali o in servizi nate negli anni ‘20, legando così alla disciplina sul posto di lavoro la possibilità di usufruire dei vantaggi di appartenere alla “grande famiglia” di Dalmine.
Se quindi è vero che, a partire da questi anni, prende avvio il processo di progressiva riduzione da parte dell’impresa del proprio potere di governo diretto del territorio, è altrettanto vero che il tessuto connettivo della company town, ovvero quel sistema di relazioni fondato fra l’altro sulla comunicazione interna, sulle provvidenze, sui servizi al personale, sui servizi di assistenza e ricreazione, continua pressoché invariato nella sostanza.

Sito archeologico industriale: Dalmine Company Town
Settore industriale:Industria metallurgica
Luogo: Dalmine – Bergamo – Lombardia – Italia
Proprietà/gestione: TenarisDalmine – sede operativa di Tenaris in Italia – è il primo produttore italiano di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, automobilistica e meccanica. Tenaris è il maggior produttore e fornitore globale di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali.www.tenaris.com
Testo a cura di: Fondazione Dalmine www.fondazionedalmine.org
Fonti: Carolina Lussana, Manuel Tonolini, Dalmine: dall’impresa alla città, in Dalmine dall’impresa alla città. Committenza industriale e architettura, a cura di Carolina Lussana, Fondazione Dalmine, Dalmine, 2003.

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Ex Vetreria Ricciardi: simbolo dell’era industriale a Vietri sul Mare in Costiera Amalfitana

La ex Vetreria Ricciardi di Vietri sul Mare in provincia di Salerno conserva tra le sue mura le tracce di un passato tutto da scoprire e raccontare.

 

ex Vetreria Ricciardi - Vietri sul Mare - ph Francesco Lupo - prospetto sud scorcio

Originariamente sorto come monastero, il complesso venne convertito nel ‘700 in opificio per poi essere trasformato nell’800 in una grande fabbrica. Oggi la ex Vetreria Ricciardi è uno di quei beni di archeologia industriale che attende di essere recuperato e rigenerato per tramandare alle generazioni presenti e future la sua storia.

 

La storia industriale di Vietri sul Mare

La Costiera Amalfitana, con i suoi paesini aggrappati alle montagne ed i panorami mozzafiato, è oggi una delle mete turistiche più affascinanti d’Italia, ma fino a qualche secolo fa era tra i poli industriali più importanti del Mezzogiorno.

Vietri sul Mare, città capofila della Costiera Amalfitana dalla secolare tradizione di ceramica artigianale (testimonianze già nel Medioevo e più accreditate dal 1472), vede nascere i primi opifici nel XVII secolo con lavorazioni protoindustriali di ceramica, smalti, vetro, metalli carta e tessuti. Sfruttando l’energia idraulica del fiume Bonea per alimentare macchinari tecnologicamente sempre più sofisticati, contando su una fitta rete di scambi commerciali in tutto il Mediterraneo e godendo dell’autonomia politica dalla città di Cava de’ Tirreni sancita da Giuseppe Bonaparte nel 1806, Vietri sul Mare si afferma nell’800 non solo come centro di produzione industriale ma anche come prolifico ambiente culturale, ospitando artisti ed intellettuali da tutta Europa attirati dal fascino del Grand Tour. Nel Novecento, a causa della crisi del ’29 e dell’alluvione del ’54, si assiste alla progressiva ma inesorabile chiusura dei settori industriali, soppiantati dal comparto turistico.

Attualmente la Costiera Amalfitana viene percepita, in un certo senso, come un gioiello cristallizzato in un’epoca ormai lontana e irriproducibile, un museo a cielo aperto da visitare quasi esclusivamente d’estate, un paesaggio suggestivo da fotografare e incorniciare, impegnarsi dunque a ridare valore alla storica produzione industriale locale si configura come una delle possibili strade per diversificare e destagionalizzare il flusso turistico attraverso la sperimentazione di nuovi contenuti.

Ex Vetreria Ricciardi: ricerca storica, studio dell’architettura e del contesto territoriale

Nel 1736 il notabile Lorenzo Cantilena lascia in eredità tutti i suoi averi per la costruzione di un Monastero di sole donne nella zona dell’Olivone, una forcella tra le attuali via XXV Luglio e via Costiera Amalfitana a Vietri sul Mare. Dopo il completamento l’edificio viene sottratto alle religiose a causa delle leggi Murattiane e utilizzato come lanificio.

Successivamente viene acquistato da Luigi Maglione che ne utilizza i locali per produrre bottiglie in vetro. Nel 1860 la Famiglia Taiani rileva l’intero stabilimento, avvia le prime opere di ampliamento realizzando un capannone sul lato orientale e dando inizio alla produzione di vetri e cristalli.

La società Modigliani-Ricciardi nel 1880 acquista la fabbrica, continua la produzione vetraia e provvede ad ampliare ulteriormente la struttura realizzando un nuovo corpo di fabbrica sul lato meridionale, ma agli inizi del ‘900 la società si scioglie e Cesare Ricciardi resta alla guida dell’azienda realizzando nuove opere di ampliamento sul lato sud. Infine i Solimene, importante famiglia di ceramisti vietresi, acquista nel 1956 la vetreria e termina le opere di ampliamento innalzando ancora di un piano il capannone industriale ed il corpo di fabbrica ottocentesco posto sul lato meridionale.

Attualmente l’Ex Vetreria Ricciardi versa in uno stato di evidente degrado e addirittura dissesto nella zona occidentale. I numerosi cambi di destinazione d’uso, gli stravolgimenti architettonici nei locali interni per accogliere le svariate attività produttive e l’abbandono durante gli ultimi decenni hanno compromesso profondamente l’aspetto delle facciate principali rendendo per altro quasi impossibile la lettura delle interessanti stratificazioni storiche dei vari corpi di fabbrica che fanno di questo edificio un eccezionale esempio di archeologia industriale.

 

Prima di ipotizzare qualsiasi intervento di restauro si è reso pertanto necessario lo studio della fabbrica attraverso i rilievi fotografici, architettonici, materici e del degrado che hanno evidenziato la complessità di un edificio evolutosi in tre secoli di storia, le varie tecniche costruttive che lo caratterizzano e lo stato di conservazione dei materiali.

Un progetto di restauro e conservazione dell’Ex Vetreria Ricciardi

Da una fabbrica di vetro e ceramica ad una fabbrica di idee e progetti per il futuro.

Così si può sintetizzare il progetto proposto dall’architetto Francesco Lupo, che sulla ex Vetreria Ricciardi ha compilato la sua tesi di laurea in restauro architettonico all’interno della facoltà di Architettura.

Gli obiettivi generali del progetto sono due, il primo è quello di liberare le architetture permettendo una chiara lettura delle stratificazioni storiche dell’edificio attraverso la demolizioni delle aggiunte contemporanee incompatibili con la struttura, il riproporzionamento delle facciate nord e sud, la ricostruzione di alcuni moduli con i criteri dei restauro critico, la separazione mediante tagli e lucernai dei vari corpi di fabbrica appartenenti ad epoche differenti.

Il secondo obiettivo, concorde con le previsioni UNESCO per la Costiera Amalfitana, con i vincoli del Piano Urbanistico Territoriale vigente, nonché con le disposizioni della Soprintendenza ai Beni Culturali, consiste nel recuperare la vocazione industriale del territorio, incentivando la diffusione della conoscenza dell’arte della fabbricazione della ceramica e della carta mediante l’assegnazione della funzione scolastica (istituto tecnico professionale) ai locali situati al piano del chiostro ed ai piani superiori dell’Ex Vetreria Ricciardi e mantenendo la funzione industriale di fabbrica per la ceramica nei due piani parzialmente interrati.
Far coesistere in un unico edificio la scuola ed il lavoro, mettendo in comunicazione queste due realtà attraverso pozzi di luce, tagli nei solai e sistemi di risalita. La Scuola è il luogo dove la cultura può essere conservata, aggiornata e fatta evolvere, il posto dove la storia e l’arte sono tramandate e dove quindi nascono e si sperimentano le nuove idee. La Fabbrica è il luogo dove la teoria diventa concretezza, dove gli errori diventano esperienza, dove la passione diventa lavoro.

Questo progetto vuole proporre un luogo dove la cultura e il lavoro possano incontrarsi, mescolarsi e generare un cambiamento virtuoso.

Sito archeologico industriale: ex Vetreria Ricciardi
Settore industriale: Produzione ceramica e vetro
Luogo: Vietri sul Mare, Salerno, Campania, Italia
Testo a cura di: architetto Francesco Lupo
Crediti fotografici: foto e studio del progetto a cura dell’architetto Francesco Lupo




Tresigallo, la città corporativa di Edmondo Rossoni

Tresigallo, in provincia di Ferrara, è la più completa tra le città nuove, la sola e vera città corporativa realizzata nel ‘900. Risorta grazie alle idee rivoluzionarie di Edmondo Rossoni, Tresigallo si distingue nettamente dagli interventi dell’Agro Pontino per la sua complessità e per la visione sociale che sta a monte del progetto urbano. 

 

Nella pianura orientale della Provincia di Ferrara, sulla sponda sinistra del Po di Volano, si trova una piccola, quanto ancora sconosciuta, capitale del razionalismo italiano: Tresigallo, la città di marmo immersa nel verde della pianura padana.

Nonostante sia uno dei centri della provincia più antichi, Tresigallo conosce il suo massimo splendore tra il 1933 e il 1939, quando Edmondo Rossoni, allora Ministro dell’Agricoltura e Foreste, nativo del posto, dà un nuovo assetto urbano, industriale e architettonico al paese.

La nuova cittadina viene concepita in modo da creare non solo un’inscindibile relazione fra l’abitato e il territorio, attraverso l’industria di trasformazione, ma anche tutta quella complessità di relazioni sociali che fondano l’identità urbana.

Ma, se è vero che Tresigallo ha una storia molto diversa rispetto alle città nuove propagandate dal Duce, se è vero che la città è l’espressione e la concretizzazione del pensiero politico-economico del Ministro, bisogna prima conoscere la storia e le idee di Rossoni per poi comprendere la rifondazione del paese.

 

Edmondo Rossoni e le origini della trasformazione di Tresigallo

Tutto comincia e si realizza per volontà di Edmondo Rossoni, nato qui nel 1884, quando il paese era solo un povero agglomerato di vecchie case.

Anarchico, socialista, anima inquieta, insomma quel che si dice un perfetto rivoluzionario. Praticamente inarrestabile, presto diviene una vera e propria potenza politica, con una escalation che lo portò a conquistare, nel 1921, la carica di capo dei sindacati fascisti, aderendo così al fascismo, mantenendo sempre quel suo lato ribelle, spregiudicato di vecchio rivoluzionario.

Sempre avrà come sogno l’idea di un “Paese più giusto” e forte economicamente anche sulla scena internazionale, un Paese senza padroni né servitori e dove i proprietari non devono più considerarsi padroni. Edmondo Rossoni si fa così portavoce del “sindacalismo integrale”, ovvero l’organizzazione in un medesimo ente corporativo, autonomo sia dai partiti che dallo Stato, di datori di lavoro e prestatori d’opera. Questa teoria trova però ostacolo da parte dei datori di lavoro, per nulla disposti a rinunciare alla loro autonomia.

Dopo alcuni anni, nei quali Rossoni è appoggiato da un grandissimo consenso nazionale, nonché temuto dallo stesso Mussolini (il quale intuisce che quell’abilissimo oratore e trascinatore di folle andava ridimensionato), il 21 novembre 1928 avviene il cosiddetto “sbloccamento sindacale”, in cui il Sindacato unitario diretto da Rossoni viene diviso in sette parti. È la sconfitta politica di Rossoni, il quale perde potere e consenso.

Ma Rossoni è personaggio troppo importante e ingombrante. Così, nel settembre del 1930, entra a far parte del Gran Consiglio del Fascismo e nel luglio del 1932 viene nominato Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono questi gli anni in cui vengono costruite le prime città nuove volute dal Duce: sorgono Littoria, Sabaudia, Pomezia, Aprilia, Guidonia (nel Lazio), Mussolina (poi Arborea), Carbonia, Fertilia (in Sardegna). Rossoni presenzia personalmente alla costruzione e all’evoluzione di alcune di queste città – inaugurando nuovi stabilimenti industriali o visitando i cantieri – osservando allo stesso tempo le loro carenze organizzative e sociali: i problemi idrici, un’ascesa industriale mai veramente decollata, una bonifica troppo radicale, una migrazione “coatta” che destabilizzava l’individuo, il quale veniva a trovarsi a contatto con una realtà così differente dalla sua.

Edmondo Rossoni inizia così a pensare, segretamente e lontano da grandi clamori, alla costruzione di una “città modello”, la sua città, più “intelligente” rispetto a quelle dell’Agro Pontino e a quelle che si andavano diffondendo in tutta Italia, una città dove poter concretizzare le sue idee di sindacalismo integrale, sicuro del fatto che, se fosse riuscito a proporre un modello concreto di città corporativa, avrebbe dimostrato che la sua idea vincente poteva essere riprodotta su scala nazionale, ovvero: costruire una città utopica, mai realizzata prima di allora, dove ci sarebbe stata una viva collaborazione tra lavoratore e datore di lavoro, con obiettivi finalizzati a creare nuove risorse e opportunità, nuovo sviluppo, maggiore ricchezza e benessere per la gente.

È il 1933 quando viene costruita una strada che da Ferrara porta a Tresigallo, aprendo la viabilità e il commercio a quel piccolo paese, che viveva ormai da secoli nella povertà e nella miseria.

Con la nomina nel 1935 a Ministro dell’Agricoltura e Foreste, Rossoni si dedica a fondo alla costruzione della sua città, in modo quasi clandestino, senza utilizzare i grandi clamori propagandistici con cui le città nuove dell’epoca venivano seguite. Una volta nominato Ministro, Rossoni torna a Tresigallo, dove tutta la cittadinanza lo aspetta in teatro festante, e si impegna a ricostruire Tresigallo tutta nuova, con case, ospedale, fabbriche, piazze, vie, dando lavoro a quella cittadinanza che fino ad allora aveva vissuto soffrendo.

Era iniziata la rifondazione del paese.

 

La rifondazione di Tresigallo

Quando Rossoni si trova a Tresigallo, progetta a tavolino con l’ingegner Carlo Frighi, suo compaesano, al quale ha finanziato gli studi nella Scuola di urbanistica all’Università La Sapienza di Roma, il futuro sviluppo del paese, tracciando, probabilmente in privato, linee organizzative urbanistiche estremamente precise; quando il ministro è a Roma, spedisce all’amico Livio Mariani, macellaio del paese, degli schizzi, degli accorgimenti, delle lettere riguardanti la costruzione di nuovi edifici e strade. Rossoni mette fretta, ordina di fare presto, di concludere il prima possibile gli edifici prestabiliti. Così, non si fa in tempo a tracciare le vie che immediatamente crescono i corpi delle fabbriche, i muri, i solai, gli intonaci, le finestre e le tinteggiature delle case.

L’operazione di trasformazione della cittadina e del territorio avviene attraverso la partecipazione della gente del posto, la quale collabora e partecipa attivamente alla trasformazione del proprio territorio, anche se non ha un’adeguata preparazione professionale, come scriverà Rossoni in una lettera a Mussolini nel ’40 spiegando il proprio operato.

Il ministro agisce con intelligenza, dimostra personalmente agli imprenditori, i quali inizialmente rifiutano di aiutarlo, che vi può essere un guadagno reale. Con questo spirito, all’inizio del 1935 si iniziano a vedere le prime opere, le prime strade, i primi stabilimenti industriali. Si sperimentano straordinarie tecniche di costruzione, per l’epoca geniali: ad esempio, vennero adoperati, essendo in piena autarchia, materiali poveri a portata di mano, come il cemento per simulare il marmo (da vedere il porticato della chiesa di piazza Italia), ottenendo le venature con del sale grosso sparso sulle lastre in essiccazione.

Tresigallo città di Fondazione - libro di Stefano Muroni

“Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” Autore Stefano Muroni Casa editrice Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Uscita: 8/10/2015

La costruzione del Loggiato della Chiesa rivestito in marmo bianco e ornato con formelle inneggianti al lavoro agricolo; la Casa del Fascio, attualmente caserma dei Carabinieri, anch’essa rivestita in marmo bianco; la maestosa piazza della Rivoluzione, a forma di D, con al centro un’elegante fontana arricchita da quattro sculture bronzee che rappresentano quattro gazzelle protese nell’intento d’abbeverarsi; l’Ospedale (la cosiddetta Colonia Post-Sanatoriale) per la cura della tisi, tempio eretto al culto della salute contro i germi del decadentismo, sfoggiante di una bellissima scala interna a spirale, la terrazza-solarium e una serie di finestre a forma di oblò; la monumentale entrata del Campo Sportivo, realizzato in marmo travertino; sono queste – col senno di poi – alcune opere della rifondazione che portarono ad un momento felice di pregiata architettura razionalista italiana.

Diversamente dalle città rurali create dal Regime, Tresigallo fu anche fornita di una dotazione di servizi pubblici di prim’ordine: la Scuola di Ricamo per le ragazze, l’Acquedotto, l’Albergo Italia, l’Albergo Domus Tua (di lusso), un Asilo Nido, dedicato alla madre di Rossoni, Maria Dirce Cavalieri Rossoni, un Asilo Infantile (già esistente nel nucleo novecentesco del paese), impreziosito con un portale d’ingresso, su cui spicca il bassorilievo del balcone raffigurante il Sacrario ai Caduti, la Casa del Balilla, divenuta poi Casa della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), luogo della formazione ideologica-fisica dei giovani con annessi i Bagni Pubblici, una Sala da Ballo per lo svago della popolazione, la Scuola Elementare, il Teatro Corporativo (poi Cooperativo), l’edificio delle Assicurazioni Generali Venezia.

Tresigallo viene arricchita con un arredo urbano costituito da cento e più lampioni, panchine, fontane, centinaia di alberi selezionati: nel parco del nuovo ospedale, lungo il viale del nuovo cimitero, lungo viale Roma, lungo viale Verdi, in piazza della Rivoluzione e intorno agli opifici, ovunque.

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo, da borgo agricolo a città industriale

Tresigallo è rivoluzionata non solo dal punto di vista urbanistico, ma cambia soprattutto l’economia dell’intera area: nell’intenzioni di Rossoni, Tresigallo doveva essere una cittadella di tecnici costruita da tecnici e lavoratori, dove il nucleo generatore fosse la fabbrica.

Viene prodotto un ammodernamento socio-economico della sua originaria configurazione di borgo agricolo padano, attrezzandolo – come in un vero polo agro-industriale di scala regionale – con fabbriche destinate a vari scopi: alla produzione di attrezzature meccaniche per l’agricoltura; al trattamento industriale dei prodotti agricoli proveniente dal circostante latifondo bonificato (canapa, barbabietola, latte, frutta); infine alla produzione di una merceologia autarchica, ricavata principalmente dalla lavorazione della fibra della canapa o dei suoi sottoprodotti.

Negli anni della rifondazione sono state rispettivamente impiantate: la distilleria della Società SADA., per l’estrazione dell’alcool dalle bietole speciali a tale sfruttamento, con annesso lo zuccherificio della Soc. ANB per la lavorazione delle bietole; il CAFIOC, per la trasformazione della canapa in fiocco tendente a ridurre al minimo l’importazione del cotone; la SIARI (Società Incremento Agricolo e Rinnovamento Industriale) per la lavorazione del latte con la sua trasformazione in burro, caseina e quindi lana sintetica; il magazzino del Consorzio Agrario Provinciale, per l’ammasso grano con annesso impianto meccanico dell’essiccatoio granone; il CATEXIL, per la trasformazione della canapa in fiocco pregiato; lo stabilimento della Soc. An. Canapificio, per la lavorazione della canapa verde; il magazzeno del CALEFO (Consorzio Agrario Lavorazione ed Esportazione Frutta e Ortaggi), per la raccolta e la selezione della frutta da esportazione; l’INTA (Industria Nazionale Tessile Autarchico), adibito alla trasformazione degli stracci in lana artificiale; la MALICA (Manifattura Lino Canapa), per la stigliatura della canapa verde; la SAAT, (Società Anonima Agricola Tresigallo), per l’allevamento dei bovini, la SAIMM (Società Anonima Industriale Meccaniche e Metallurgiche), per la produzione di macchine agricole; il grande magazzino della FEDERCANAPA, per l’ammasso e la selezione della canapa da esportazione; la CELNA (Cellulosa Nazionale), a quel tempo tra le più grandi d’Europa, per la produzione della cellulosa dal canapolo e dalla paglia.

Inoltre, escludendo le unità lavorative impegnate nei campi, nella costruzione di opere pubbliche, negli ammasso grano e ammasso canapa, come guardiani delle fabbriche e nelle istituzioni pubbliche, l’impegno di mano d’opera fu: distilleria e zuccherificio: 270 unità; CAFIOC: 200; S.I.A.R.I.: 50, CATEXIL: 60; Canapificio: 120; S.A.I.M.M.: 150; CEL.NA: 500; C.A.L.E.F.O.: 50.
In totale 1450 capi famiglia, cioè la metà di quelli collocati in Agro Pontino, senza mezzi straordinari e il tutto in una sola frazione.

 

Tresigallo ed il nuovo riassetto urbanistico

Dal punto di vista urbanistico, il tracciato della nuova strada Ferrara-Tresigallo, oltre a essere un importante snodo viario, permette di dislocare le industrie vicino al paese ma, nello stesso tempo, queste sono separate da tale arteria di traffico; gli insediamenti sono infatti a sud del paese, oltre la strada, e ad ovest, su di una strada di bonifica che collega Tresigallo con Jolanda di Savoia.

Inoltre, osservando la pianta del paese, il quale ha una strana e insolita forma trapezoidale, si può comprendere come la scelta di Rossoni non sia stata casuale: egli dispone le arterie stradali in modo che fossero sviluppate attorno a una “croce di via” formata dal nuovo centralismo di viale Roma in direzione est-ovest, e in direzione nord-sud dalla via Filippo Corridoni che, dallo stabilimento CAFIOC, arriva dritto sino al cimitero, utilizzando uno schema urbanistico basato sull’assialità. All’estremità di quest’ultima via erano quindi rappresentati simbolicamente il Lavoro e il Riposo Eterno.

Agli estremi di viale Roma vi erano a est la chiesa parrocchiale e a ovest la Casa dell’Opera Nazionale Balilla, quasi a testimoniare il bisogno di religiosità ma anche di svago terreno. Sui lati di viale Roma si insediarono le maggiori attività commerciali del paese e la piazza di fronte alla chiesa diventò il vero centro del sito.

Anche piazza della Rivoluzione, metà quadrata e metà circolare, somigliante a un grande anfiteatro, rivestì per Rossoni parecchia importanza, tanto da indurlo a donare al Comune, affinché ne ornasse la fontana, le quattro statuette di bronzo raffiguranti le gazzelle.

Con l’intervento di Rossoni, si è passati certo da un’architettura di terra a una architettura di fabbrica.

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo e l’esperimento sociale di Rossoni: la città corporativa

A Tresigallo non ci fu solo un’evoluzione industriale dell’intero paese, ma pure un cambiamento sostanziale dell’apparato lavorativo, sia a livello individuale che collettivo. Riprendendo il dibattito tra “città” e “azienda”, è evidente, una volta studiato il caso, che Tresigallo non rientra in quelle città denominate autarchiche o nate dall’autarchia, come Torviscosa, Carbonia e Arsia. Tresigallo non sarà la città del padrone, finalizzata allo sfruttamento delle risorse in loco e costituita da una società divisa in classi; come non avrà una produzione monofunzionale (Torviscosa la cellulosa; Carbonia il carbone; Arsia la lignite).

Il nuovo apparato economico-lavorativo tresigallese viene concepito, secondo le concezioni rossoniane, per risolvere problemi nuovi e ancestrali attraverso la collaborazione di classe, basata sulla concatenazione gerarchica delle competenze e l’accentuazione degli sforzi per la creazione di maggiori capacità tecniche, nella visione condivisa di un interesse collettivo superiore. Non c’è dunque un mero sviluppo industriale, ma tutta la comunità ogni giorno è chiamata individualmente a realizzarsi nel proprio lavoro.

Anche dal punto di vista architettonico, non è un caso se a Tresigallo, a fianco delle case degli operai, si trovino le villette degli industriali; vicino a quelle dei braccianti si trovino quelle degli impiegati: tutte le categorie sociali dovevano aspirare alla serena coabitazione, civile e lavorativa. Assieme si andava a lavoro, ognuno con le proprie mansioni, e assieme si ritornava. I giardini e le recinzioni delle varie case confinavano tra loro. Questo sistema lavorativo-civile, basato sulla collaborazione di classe e su una “democrazia architettonica”, permetteva di abbassare notevolmente il divario – sociale e culturale – tra bracciante e capitalista, manovale e capo d’industria. Per questi motivi Tresigallo “supera” le città autarchiche e quelle rurali dell’Agro Pontino e di tutt’Italia: per la sua concezione economica-civile e la sua realizzazione urbanistica. Tra le città di fondazione, diviene così – col senno di poi – la più completa tra le città nuove, la sola e vera città corporativa realizzata nel ‘900.

I risultati concreti della diffusa industrializzazione del paese furono un aumento demografico e soprattutto la terziarizzazione dello scenario socio-economico. Tresigallo non era più il borgo agricolo costituito da braccianti, ma questi si erano trasformati in operai una volta inseritisi nelle fabbriche di nuova costruzione. Qui, hanno poi incontrato tecnici provenienti da altri paesi che li hanno addestrati alle più aggiornate tecnologie della lavorazione del legno, del ferro, al montaggio di parti staccate, al lavoro con macchine utensili, a una cantieristica moderna. Molti di questi operai sono diventati artigiani.

 

Tresigallo e la rivoluzione antropologica

Ma la rivoluzione è stata di ampiezze maggiori: si sono attirati capitali e lavoro, create nuove attività economiche, è stato un vero e proprio cambiamento antropologico, che ha mutato usi, tempi di vita, ritmi di lavoro, prospettive di vita, sogni.

Con la costruzione della nuova Tresigallo, c’è stata una vera e propria rivoluzione antropologica.
Ancora adesso gli anziani tresigallesi, a quel tempo bambini, ricordano quegli anni di grande sviluppo. L’anziano Vittore Castaldini ci confida che:

«La manodopera veniva da tutta la provincia: vennero dottori, chimici agrari, imprenditori con le loro famiglie, le quali si sono inserite con quelle del paese. I tresigallesi sono venuti a contatto con la cultura portata appunto da queste persone. Quando senti i vecchi tresigallesi parlare, magari iniziano il discorso in dialetto ma lo finiscono sempre in italiano. Questo è ancora il residuo di quell’epoca: pensa ai barbieri, a chi aveva il negozio, a chi vendeva la frutta: da un giorno all’altro vennero in contatto con persone che venivano dalla provincia, dalla regione, dalle città. Furono quasi obbligati i cittadini di Tresigallo a iniziare a parlare l’italiano per farsi capire. E questa fu una vera rivoluzione linguistica».

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo ai giorni nostri

La meraviglia che emerge, a distanza di ottant’anni dalla rifondazione del paese, dalle parole di queste persone che hanno vissuto direttamente quell’epoca storica, esprime nella loro totalità il cambiamento avvenuto in pochissimi anni.

Alle soglie del 1939, sembrava che tutto procedesse per il meglio: un altro anno e Tresigallo sarebbe stato completato, con l’avviamento delle ultime fabbriche costruite e la costruzione degli ultimi edifici. Invece, nell’ottobre del 1939, Rossoni viene sollevato dalla carica di Ministro (la nascita di Tresigallo fu motivo di numerose accuse giunte a Rossoni da più parti, le quali hanno contribuito al suo allontanamento dalla carica di ministro). A peggiorare la situazione, è stata l’entrata in guerra da parte dell’Italia nel 1940, che provoca la chiusura definitiva dei lavori a Tresigallo; alcune fabbriche non entrano in funzione e solo una piccola parte di esse è stata riconvertita.

A distanza di ottanta anni, Tresigallo emerge tra le città di nuova fondazione caratterizzata dalla contemporaneità e dallo stile architettonico, che possiamo definire razionalista, per una visione dello stilema urbanistico diversa da quelle delle altre città di fondazione. Tresigallo rappresenta una felice quanto solitaria operazione di “democrazia urbanistica”.

Nel 2004 la Regione Emilia-Romagna ne ha riconosciuto l’appartenenza al prestigioso circuito delle Città d’Arte.

 

Visitare Tresigallo: luoghi capolavoro del razionalismo italiano

Piazza Repubblica
La piazza, che si colloca lungo l’asse urbano che collega il Cimitero (luogo della memoria) alla zona industriale (luogo del lavoro), crea un senso percettivo unitario esaltato dalla caratteristica forma a ferro di cavallo. Lo spazio è delimitato da una cortina di edifici pensati unicamente per il popolo, escludendo qualsiasi funzione di regime. Pur rappresentando il baricentro fisico del paese, infatti, la piazza non concentra in sé funzioni civili, politiche o rappresentative ma riveste un ruolo essenzialmente simbolico, formale e percettivo. Gli alti porticati su piazza della Repubblica ritagliano dunque uno spazio “ibrido”, in cui Pubblico e Privato cooperano per governare questo raffinato filtro spaziale, tra piazza ed abitazioni. L’unico edificio pubblico a funzione collettiva è il teatro, elemento mediano tra la piazza e viale Roma e accessibile da più lati.
E’ probabile che la forma ad arena fosse l’espressione di un desiderio diretto di Rossoni per fornire alla popolazione uno spazio attrezzato per spettacoli musicali e teatrali all’aperto; ipotesi che spiega la significativa assenza di quell’usuale palcoscenico retorico rappresentato dalla torre littoria, sostituito da quello spazio balconato, aggettante sulla piazza. Da notare inoltre che – andando contro la tradizione italiana – la piazza fu impreziosita dalla “passeggiata”: due filari di pini marittimi delineavano il perimetro dello spazio pubblico.

Chiesa e portici
La chiesa di Sant’Apollinare Martire, dall’originale facciata settecentesca, occultata negli anni ‘30, ed interamente rivestita con lastre di travertino impreziosite da bassorilievi in marmo candido, rappresenta l’unico episodio del genere nell’ambito delle differenti rifondazioni realizzate in Italia. Il nuovo intervento ha nascosto le origini romaniche dell’edificio (di cui si hanno notizie a partire dal 1044 d.C. e la cui unica testimonianza rimane la torre campanaria) e successivamente modificato in epoca barocca.
Il porticato della Chiesa, dall’impianto curvilineo e dalla forte simmetria, enfatizza prospetticamente l’intero snodo urbano che si apre su Via Verdi (un corso alberato che accoglie l’architettura sociale); cadenza il cornicione del lungo porticato che abbraccia la chiesa parrocchiale, una lunga sequenza di lapidee formelle in bassorilievo, che, con rara efficacia epigrammatica, raccontano didascalicamente al religioso pellegrino la cultura agricola della realtà rurale tresigallese pre-rossoniana, studiata e analizzata da Don Chendi, agrario locale del ‘600 (come la pigiatura dell’uva, la raccolta della frutta, la raccolta del granturco, attrezzi agricoli).
Un disegno di rara eleganza realizzato in struttura di cemento armato rivestito da intonaco in graniglia che simula, con incredibile efficacia, gli elementi lapidei.

Scuola Elementare
Uno degli edifici maggiormente rappresentativi del paese è la scuola elementare Forlanini. L’edificio era stato progettato per contenere dodici aule, con l’ingresso principale su piazzale Forlanini e due corpi laterali allungati. In realtà il numero delle aule è stato ridotto e il corpo laterale di destra non è mai stato costruito. Nel tempo è stata ampliamente rimaneggiata mediante interventi pesanti sulla forometria delle porte e delle finestre che ne hanno alterato l’immagine. La volumetria complessiva resta di fatto inalterata permettendo di apprezzare comunque la forma e l’imponenza dell’edificio. Attualmente è in corso uno studio per il recupero filologico dell’edificio.Il disegno delle aperture superiori è stato ampiamente rimaneggiato.

Campo Sportivo
Vero e proprio arco di trionfo, risulta poderoso ma privo di decorazioni.
Stiamo parlando dell’ingresso monumentale del campo sportivo (piazzale Forlanini) che costituisce, insieme alle facciate degli edifici circostanti, una vera e propria quinta scenica per questo polo urbano a carattere sociale. Realizzato in marmo travertino è il simbolo della Tresigallo razionalista; l’arco trionfale, espressione di quella romanità di cui il fascismo intendeva riappropriarsi, diventa una nuova porta del centro abitato alla quale si affiancava un portale di raccordo, ora rimosso. L’edificio ospitava al suo interno l’appartamento del custode del campo sportivo svolgendo pertanto una funzione che non era solo monumentale. L’edificio è stato restaurato nel 2006.

Sala da ballo Domus Tua
Sorta nella prima metà degli anni ‘30, la Domus Tua, nata come sala da ballo, aveva in origine uno sviluppo planimetrico maggiore. Negli anni ‘90, in seguito ad un incendio, il corpo retrostante è stato demolito, per lasciare spazio ad un complesso residenziale. La snella torretta enfatizza la funzione scenica dell’edificio, in posizione di ingresso al paese.
L’edificio è stato restaurato è convertito a struttura recettiva nel 2009.

Colonia post-Sanatoriale
La costruzione della Colonia Post-Sanatoriale fu appaltata alla cooperativa Muratori e Decoratori di Carpi, e iniziò ufficialmente l’8 febbraio del 1936. La ditta era diretta dal geom. Ferretti, l’architetto Turchi e l’assistente Bassoli. La Colonia Post-Sanatoriale fu realizzata a 5 piani (compreso l’interrato), con muri a intercapedine e col recinto perimetrale.
Al tempo dell’edificazione ospitava sole donne che, durante il periodo di convalescenza controllata, venivano preparate al reinserimento lavorativo apprendendo nozioni di lavoro professionale.
La Colonia – ultimo dell’intervento rossoniano – collocata al limite dell’abitato, centrale rispetto al parco che lo circonda, rappresenta per forme ed espressione architettonica une delle opere più importanti dell’ing. Frighi.
Spunta di scorcio, tra la rigogliosa vegetazione del parco circostante, l’aggetto del vano scale del corpo centrale (soluzione caratteristica dell’architettura “Novecentista” nazionale). Intorno all’impianto, un ricco polmone verde maschera al visitatore l’edificio sanatoriale, infilato nella scenografia del viale d’accesso. L’ingresso al parco circostante è sottolineato da due edifici gemelli di servizio, mentre l’imponente corpo principale a blocco, ancora parzialmente in funzione, rimane arretrato e conserva, in alcune sue parti, infissi e rivestimenti originari. Interessante il muro di cinta ora vincolato e, in particolare l’originale esedra che affaccia su via del Mare.
Degni di particolare nota sono il vano scale dell’edificio centrale che con la forma elicoidale produce un’affascinante ritmia spaziale e la cappella per funzioni religiose.

Albergo Domus Tua
L’edificio, costituito da un corpo centrale parallelepipedo con due volumi semicircolari apposti ai lati, deve la sua imponente massa volumetrica alla destinazione d’uso pubblica che ospitava in origine (era di fatti l’albergo di lusso Domus Tua). In questo caso le modifiche non interessano solo il sistema delle finiture ma, per adeguamenti funzionali, sono state aggiunte delle parti che ne hanno alterato l’originale disegno. L’edificio è stato ristrutturato e destinato a Casa Protetta nel 1990.

Casa del Fascio
La ex Casa del Fascio è uno degli edifici più eleganti e rappresentativi del regime, la cui monumentalità è espressa dallo sfalsamento dei volumi che articolano la facciata e dall’uso di materiali di pregio come il travertino romano.
Inizialmente, doveva sorgere sul nodo urbano di fronte alla Casa del Balilla, andando idealmente a delineare il fulcro dell’attività fisica (in contrapposizione a quella spirituale, rappresentata dalla chiesa, situata all’estremità opposta del viale principale del paese). Per problemi legati all’acquisto dell’area prescelta, la casa littoria venne realizzata lungo l’asse urbano di viale Roma in una posizione anomala perché priva del consueto slargo antistante per le adunate e perché percettivamente meno incombente sul resto della città. Per aumentare l’importanza e la forte valenza simbolica furono realizzati ai suoi fianchi due edifici gemelli utilizzando particolari espedienti prospettici e cromatici: l’altezza dei marciapiedi, il diverso allineamento sul fronte stradale e le differenti cromie dei materiali utilizzati nelle due fasce che compongono ciascun fronte sottolineano la monumentalità della Casa del Fascio e la verticalità della sua torre. Al piano terra erano collocate tutte le attività di controllo, come gli uffici amministrativi e la segreteria principale di partito, la sala riunioni ed adunate; mentre al primo piano gli ambienti accoglievano le sale del dopolavoro, oltre all’arengario, al balcone per le personalità illustri alla sinistra e al balcone per gli ospiti alla destra dell’arengario. I solai realizzati nella Casa del Fascio di Tresigallo sono in latero-cemento gettati in opera con elementi in laterizio Sap, prodotti dalle Fornaci RDB di Piacenza. Oggi è la caserma dei carabinieri.

Bar Roma
Secondo dei due edifici gemelli nati per enfatizzare l’imponenza della Casa Littoria (grazie alla posizione arretrata in pianta, al gioco cromatico alternato delle fasce del fronte e agli allineamenti orizzontali) conserva gran parte degli elementi originali. L’abbandono in cui versa, da un lato, ha evitato la sostituzione di dettagli di pregio (tra i quali spiccano gli infissi in ferrofinestra al piano terra e nel vano scale e ilo rivestimento del piano terra in litoceramica).
La scritta BAR ROMA, (dell’epoca, realizzata in pietra artificiale), ricorda caratteri futuristici.

Assicurazioni Generali Venezia
L’edificio è dedicato alla compagnia Assicurazioni Generali. Il corpo dell’edificio risulta interessante per la conformazione dei volumi che presentano forme pure e si impongono in modo deciso sulla scenografia di viale Roma. Edificio di rappresentanza, mantiene sulla facciata il bassorilievo con il simbolo dell’attività che ospitava. Il candore del finto travertino, scansito da piattabande murarie, ne segnala l’esemplare originalità.

Casa del Balilla
L’ex Casa Balilla (poi Casa della G.I.L) era il luogo della formazione fisico-ideologica dei giovani.
A Tresigallo, la Casa della GIL si propone come tipo edilizio isolato, dove il linguaggio appare semplificato, decisamente innovativo rispetto al fare architettonico del tempo, in linea con le avanguardie nazionali. I sottili aggetti in cls armato, le pareti curve, l’elemento architettonico della torre, il disegno stilizzato degli infissi, la bicromia giallo e rosso delle facciate sono solo alcune delle caratteristiche peculiari dell’edificio che lo fanno rientrare appieno tra le architetture del moderno italiano. L’impianto planimetrico della Casa del Balilla tiene fede alle disposizioni dettate dalla manualistica dell’epoca: nucleo ordinatore della Casa è la palestra di cui furono fissati orientamento, dimensioni, condizioni di illuminazione, rivestimenti per la pavimentazione e le pareti. Grandi aperture rivolte a sud-ovest, opportunatamente protette dai raggi solari e piccole aperture poste nella parte superiore, per potervi inserire le giuste attrezzature, illuminano un vasto spazio rivestito di sughero e finiture a gesso lisciato, per poter lasciar esercitare contemporaneamente 40 ragazzi, su un piano sopraelevato rispetto al piano stradale, in condizioni di igiene. Ad essa si affiancano gli spogliatoi, i servizi igienici e i locali accessori: in dimensioni decisamente più ridotte e distinti in volumi conclusi, come la sala lettura e la torre della scala, sono tra loro collegati e disposti attorno alla palestra.

Bagni
L’edificio, costruito in contemporanea con la Casa della GIL di cui era a servizio, collegato da un unico accesso e da aree sterne comuni, era destinato a spogliatoi e bagni per i giovani inquadrati nelle formazioni propagandistiche del regime. Funzionò come tale per un solo anno dopo di che fu abbandonato e negli anni fu radicalmente modificato con superfetazioni che ne hanno reso illeggibile il disegno originale. Restaurato nel 2010, oggi stupisce su via del lavoro, per volume e colore, essendo tornato alla sua immagine di estremo razionalismo e pulizia che lo aveva caratterizzato negli anni della sua costruzione.

Cimitero
Il Cimitero, il cui progetto risale al 1934 è situato al termine dell’asse prospettico che taglia il paese longitudinalmente e collega idealmente il cimitero alle fabbriche, attraverso piazza della Repubblica, con evidenti connotati simbolici. Il cimitero è circondato da un muro di cinta che viene spezzato, per sottolinearne l’ingresso, da un poderoso portale a trifora a chiusura del segmento urbano sopra citato.
Al suo interno è custodita la tomba celebrativa di Edmondo Rossoni – protagonista e fautore della rifondazione razionalista di Tresigallo – destinata ad ardere in modo perenne sullo svettante braciere di questa mitica ara. Il progetto del mausoleo è opera del valente architetto fiorentino Ugo Tarchi, rimasto nella storia dell’architettura del ‘900 per la realizzazione, tra le altre cose, dello straordinario Mausoleo dedicato a don Luigi Sturzo realizzato a Caltagirone.
All’entrata, due bassorilievi dell’epoca, stranamente asimmetrici, raffiguranti la madonna con in braccio Gesù bambino. Altra particolarità del luogo: è l’unico cimitero italiano dove, nel suo progetto originale, non compare il simbolo della croce.
Durante l’avvicinamento pedonale – chissà se qualcuno se ne è accorto – è particolarmente apprezzabile l’immagine, composta all’interno del fornice principale del portale, dell’angelo – opera dell’importante scultore Enzo Nenci – che sembra scivolare e nascondersi al di sotto della monumentale fiaccola in marmo verde del Brasile; mentre, quando ci allontaneremo dal cimitero – fateci caso – l’angelo, magicamente, ricomparirà, come per librarsi al di sopra del mausoleo e, sembrerebbe, quasi a proteggere i cittadini e la cittadina di Tresigallo, la Città d’Arte del ‘900. Sarà il volo dell’angelo che ci riaccompagnerà al centro di Tresigallo, dove si concluderà la nostra visita.

Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina




Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro in Franciacorta compie 30 anni

Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro in Franciacorta, ci accompagna alla scoperta della antiche tradizioni e delle tecniche del lavoro legate all’economia agricola.

 

Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro è il frutto della più che trentennale ricerca di Gualberto Ricci Curbastro, uno dei dieci fondatori, con il Disciplinare del 1967, della moderna Franciacorta.
Inaugurato nel luglio 1986 e negli anni continuamente ampliato, il museo è una realtà unica in Franciacorta che conserva nei rustici dell’Azienda Agricola Ricci Curbastro migliaia di oggetti testimoni del lavoro agricolo d’un tempo.

Le radici della stessa Ricci Curbastro, antica famiglia di agricoltori, si fondano su tradizione storia e cultura ramificandosi nella passione per il mondo agricolo e per il proprio mestiere. La Ricci Curbastro, Azienda Agricola storica, è infatti attiva nella produzione di vino almeno fin dal 1885, anno dell’etichetta più antica ancora conservata, ma anche nel settore zootecnico e agricolo più in generale.

Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro valorizza le tradizioni raggruppandole per temi:

Zootecnia. La “sala della veterinaria” ospitata nella vecchia scuderia, contiene attrezzi per la lavorazione del terreno quali vecchi aratri in legno o del fieno con insoliti forconi realizzati in un unico pezzo piegando i rami degli alberi.
Molto spazio è dedicato alla veterinaria e alla cura degli animali, includendovi l’antica arte dei maniscalchi.
Carri agricoli, ruote, gioghi, basti, strumenti da carrettieri completano il panorama del lavoro dell’uomo con l’ausilio degli animali.

Lavori artigiani e trasformazione. L’antico fienile ospita strumenti per le attività artigianali come la filatura di canapa, lino e seta, la tessitura, la falegnameria, la caccia, il banchetto di un calzolaio.
Nella sala sono inoltre conservati oggetti comuni della vita quotidiana delle cascine quali lame e utensili per la lavorazione della carne e dei salumi, scaldini e scaldaletto, ferri da stiro, lampade e portacandele, macina orzo e caffè, fino ad una curiosa macchina per fare le caramelle.

Enologia e Viticoltura. La “sala dell’enologia” è dedicata alla vite, al vino e all’attività di bottaio includendo anche una ricca collezione di torchi e vecchie tappatrici.
Il cuore della storia vitivinicola della Franciacorta raccontato da pezzi unici come un torchio orizzontale del 1893 costruito da Arnaldo Zanelli a Palazzolo s/O (Brescia), un torchio dal grande basamento in pietra arenaria grigia proveniente dalla cava del Vanzago in Capriolo (Brescia). Ed ancora: un torchio idraulico della fine del XIX secolo, torchi montati su carri trainati da cavalli, una tra le prime pigiadiraspatrici costruita nel 1895 dai F.lli Vitali a Villongo S. Alessandro (Bergamo).

Il Museo si allarga anche in cantina, ove sono esposte tappatrici, pompe da vino e bascule, per creare un unico percorso tra passato e presente, tra tradizione, fortemente mantenuta e valorizzata, e innovazione, uno dei punti di forza della Ricci Curbastro e del territorio Franciacortino.

Le attività  del Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro

Scopri il vigneto. Nel 2012 nasce l’ultimo progetto in ordine di tempo www.scopriilvigneto.it
Il vigneto, la campagna, il paesaggio tradizionale non più raccontati attraverso immagini e documentari pur ben fatti ma luoghi aperti, da calpestare, da toccare con mano, il tutto mentre si sperimentano nuove varietà di vitigni.
Nel suo insieme “scopri il vigneto” è un percorso natura ad uso didattico per le scuole destinato a ricerche storiche (la seta e l’industria tessile capriolese, la viticoltura e l’enologia in Franciacorta), ambientali (agricoltura a basso impatto ambientale, ricerca di nuove varietà), naturalistiche (nidificazione degli uccelli insettivori, scoperta di specie arboree e arbustive tipiche e loro proprietà).

Acinello – la mascotte del Museo Ricci Curbastro. Nel 2001 il Museo si apre ai giovani con la nascita della mascotte Acinello che accoglie gli studenti guidandoli alla scoperta del mondo del vino.
Il percorso tra Museo e cantina si chiude con una degustazione professionale: nascono i Laboratori di educazione al gusto ed all’olfatto.

Sala Conferenze. Nel 1995 viene aperta la nuova sala conferenze, lo spazio che mancava, anch’essa ricca di vetrine di esposizione. Nacque anche il Progetto la Piazzetta del Villaggio: conferenze, mostre, concerti, dibattiti, un luogo di incontro o meglio la Piazza del Villaggio dove trovarsi di tanto in tanto a scambiarsi opinioni Informazioni, idee. Un programma tuttora attivo che porterà l’Azienda alla finale del Premio Impresa e Cultura nel 2004.

Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro compie 30 anni

Nel 1967 Gualberto Ricci Curbastro e altri 10 sognatori immaginarono che una denominazione d’origine potesse cambiare il corso di uno sviluppo già scritto per la loro terra, la Franciacorta, che pareva destinata a diventare un immenso territorio industriale alle porte di Brescia. Ebbero ragione e oggi, neanche cinquant’anni dopo, la Franciacorta non è solo un’area vitivinicola d’eccellenza, ma anche un distretto con oltre il 70% di vigneti biologici, dove 18 Comuni ragionano insieme di sviluppo sostenibile e uso del territorio.

Vent’anni dopo, nel 1986, Gualberto Ricci Curbastro capisce che lo sviluppo vitivinicolo della Franciacorta cambierà per sempre il suo volto agricolo. Sogna di salvare la memoria storica di ciò che era prima del cambiamento e dà vita a Capriolo, accanto alla sede della sua cantina, al Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro che viene inaugurato sabato 12 luglio 1986.

A ricordare il trentennale, è stata realizzata una capsula destinata a fissare i tappi dei Franciacorta raffigurante il logo del Museo, che si andrà ad affiancare, per la gioia dei collezionisti, alle altre capsule della serie dei personaggi storici dell’azienda.

Informazioni
MUSEO AGRICOLO E DEL VINO RICCI CURBASTRO
Via Adro, 37 – Capriolo – Brescia
Tel. +39 030736094 www.riccicurbastro.it

Sito archeologico industriale: Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro
Settore industriale: Agricolo e vitivinicolo
Luogo: Capriolo (Franciacorta), Brescia, Lombardia, Italia
Proprietà e Gestione: Ricci Curbastro www.riccicurbastro.it
Testo a cura di: Az. Agr. Ricci Curbastro




La Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA a Fabriano “città della carta”

La Fondazione G. Fedrigoni, Istituto Europeo di Storia della Carta e delle Scienze Cartarie (ISTOCARTA), nasce l’8 marzo 2011 a Fabriano – “città della carta” per antonomasia.

 

Ente non-profit che contribuisce alla promozione degli studi di storia della carta e delle discipline connesse, ed allo sviluppo e divulgazione delle scienze cartarie, fortemente voluta dalla fondatrice Fedrigoni SpA – cartiera veronese che nel 2002 ha acquisito le Cartiere Miliani Fabriano, la Fondazione G. Fedrigoni gestisce l’importante patrimonio archivistico, librario e scientifico e tecnologico ereditato dalle storiche cartiere fabrianesi.

La tradizione cartaria della “città della carta” affonda le sue solide radici già dal sec. XIII. Una tradizione plurisecolare che subisce un’importante trasformazione alla fine del 1700. Nel 1782, infatti, nasce, grazie a Pietro Miliani, l’omonima Cartiera che in breve tempo assorbe parte degli opifici concorrenti e raggiunge un alto grado di efficienza degli impianti e di sviluppo commerciale, dovuto soprattutto alle capacità imprenditoriali del titolare, il quale con sicurezza e tenacia punta al miglioramento qualitativo del prodotto, affrontando ingenti spese per rinnovare l’attrezzatura degli opifici, fino a produrre carta tanto pregiata da essere apprezzata da famosi tipografi ed incisori tra i quali Bodoni, Rosaspina, Morghen, ecc. A Pietro succedono il nipote Giuseppe e il pronipote Giambattista che proseguono lo sforzo di acquisizione delle cartiere concorrenti e la meccanizzazione della produzione, oltre allo sviluppo qualitativo della lavorazione a mano delle carte pregiate e carte valori.

La Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA ha sede nel maestoso complesso storico delle Cartiere Miliani che presenta un impianto planimetrico a “C” tipico dell’industria cartaria del XVIII secolo (già idealmente rappresentata nell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert del 1751) con un corpo longitudinale principale e due ali trasversali poste agli esterni, ed un ulteriore elemento longitudinale che collega le due ali trasversali, fungendo da ingresso, che fa assumere al complesso una forma chiusa, a corte. Un caso singolare in quanto si tratta di un edificio nato appositamente per ospitare un’attività produttiva evoluta, moderna, distante dal, più frequente (in questo campo), riuso di una struttura esistente o dall’uso di una forma architettonica non specifica per questo tipo di attività (v. Archeologia Industriale nelle Marche. L’Architettura a cura di Alessia monti e Paolo Brugè, p. 67). Un’architettura monumentale che rimanda all’epoca rinascimentale e barocca caratterizzata da una perfetta simmetria degli elementi, che oggi – utilizzata solo in parte – ospita alcuni uffici della Fedrigoni SpA, lo splendido l’Archivio Storico con i suoi trecento metri lineari di documenti datati a partire dal 1782 (data di fondazione delle Cartiere Miliani) ed annessa “biblioteca” specializzata in ambito cartario, e gli oltre “duemila metri quadrati” di strumenti per la fabbricazione della carta a mano e a macchina.

L’Archivio delle Cartiere Miliani

L’Archivio delle Cartiere Miliani è il primo Archivio d’Impresa dichiarato di «notevole interesse storico» in Italia, con provvedimento vincolistico emesso il 20 luglio 1964 dal Professor Emerito della Sapienza di Roma, Elio Lodolini, allora Soprintendente Archivistico per le Marche. Le fonti documentarie inventariate ed ordinate in serie e fondi, risalgono alla fondazione delle Cartiere Miliani nella seconda metà del sec. XVIII, e ne illuminano l’attività tecnica ed economica, i problemi seriali relativi ai lavoratori ivi occupati, i rapporti con esponenti del mondo delle lettere, delle arti e della politica, le relazioni commerciali di rilievo internazionale (v. L’Archivio Storico delle Cartiere Miliani di Fabriani di Valeria Cavalcoli, Fabriano 2014, P. 17. Rist. an. edita dalla Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA): i copialettere dal 1783, documentano l’antica corrispondenza tra Pietro Miliani e la fittissima rete commerciale estesa in tutto il mondo. Tra la clientela emergono nomi importanti di personalità ed istituzioni pubbliche e private. Da Antonio Canova, Giambattista Bodoni (tipografo), Francesco Rosaspina (incisore), i fratelli Filippo e Giorgio Harckert, le famiglie nobiliari Leopardi, Torlonia, Colonna, Mastai Ferretti, a vari Istituti di Credito (Banca d’Italia, Monte dei Paschi, Banca Commerciale Italiana), note aziende del Made in Italy (FIAT, Pirelli, Fernet Branca, Borsalino, Mont Blanc, ecc.). Di rilevante importanza sono la fototeca con più di 1.287 fotografie, recentemente digitalizzate, testimonianza del patrimonio archeologico industriale, architettonico, paesaggistico e degli aspetti identitari della società e della cultura cartaria dal 1871, e la raccolta di filigrane realizzata nel 1946 dal consigliere delegato delle Cartiere Miliani, Luigi Tosti duca di Valminuta, ricca di oltre 1.500 esemplari.

Il patrimonio industriale cartario della Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA

Un ricco patrimonio archivistico, le cui fonti documentarie hanno fornito e forniscono tutt’ora un valido contributo per gli studi di storia della carta e delle scienze e delle tecniche cartarie, tanto più se affiancate da un patrimonio archeologico, scientifico e tecnologico di inestimabile valore, rappresentato da macchinari e strumenti indispensabile ai fine della fabbricazione della carta: un impianto di pile idrauliche a magli multipli risalente alla fine del 1700 – necessario alla pestatura degli stracci (da cui si ricavava la poltiglia per l’impasto) ed attivo fino alla metà del Novecento – era azionato dall’energia idrica fornita da corsi d’acqua adiacenti alla Cartiera; 2.300 forme (vergate e veline), per la produzione della carta a mano, tutte filigranate; 793 tele metalliche cilindriche per la produzione della carta a macchina in tondo, di un metro di diametro e circa due metri di larghezza, anch’esse con pregiatissime filigrane, destinate a rivestire il tamburo creatore; e vari strumenti annessi alla realizzazione di forme e tele, come gli oltre n. 3.000 punzoni in legno, bronzo e rame necessari per imprimere la filigrana in chiaro-scuro sulla tela (velina).

Le 2.300 forme, datate dalla prima metà dell’Ottocento, sono ognuna differente dall’altra. Ogni forma riporta sulla superfice della tela una filigrana, “segno” o “marca” realizzata con filo metallico di argentana, rame o bronzo modellato a mano, cucita manualmente o saldata a stagno (filigrana in chiaro); oppure impressa sulla tela attraverso un punzone (filigrana in chiaro, in scuro o in chiaro-scuro). Le filigrane realizzate con filo metallico, sono veri capolavori di oreficeria (ritratti di papi, principi, principesse come Francesco Giuseppe I ed Elisabetta d’Austria, Papa Pio IX) e quelle in chiaro-scuro (filigrana artistica), modellano la tela metallica della forma riproducendo ritratti di personaggi famosi della storia italiana ed internazionale o particolari di opere d’arte (Ludwig van Beethoven, Dante Alighieri, Giacomo Leopardi, “L’Adorazione dei Magi” del Gentile da Fabriano, “La Madonna della Seggiola” di Raffaello Sanzio, ecc.).

La mole e l’importanza del patrimonio archivistico, librario e scientifico e tecnologico cui è dotata la Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA, la rendono, nel suo genere e per i suoi scopi, un’istituzione unica in Italia, grazie alla fondatrice Fedrigoni S.p.A. che ha deciso di offrire un ampio sostegno alla cultura, alla ricerca scientifica e tecnica, alla tutela e valorizzazione di questo patrimonio, fonte di ricchezza e sviluppo intellettuale, sociale ed economico.

La Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA è nella Rete di Archivi d’Impresa, progetto della Direzione Generale per gli Archivi e collabora allo sviluppo di temi e percorsi del Portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN) e del Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA). È tra i soci di Museimpresa, l’associazione italiana dei musei e degli archivi d’impresa, promossa da Assolombarda e Confindustria.

Sito archeologico industriale: Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA
Settore industriale: Industria cartaria
Luogo: Viale Pietro Miliani 31/33 60044 Fabriano (AN) – Marche – ITALY
Proprietà e Gestione: La Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA è stata fondata dalla Fedrigoni SpA www.istocarta.it
Testo a cura di: Ufficio Comunicazione Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA
Immagini: Le immagini pubblicate sono coperte da Copyright. © Fondazione G. Fedrigoni ISTOCARTA




La Via della Carta: le cartiere di Lucca e il turismo industriale

Dalla fabbricazione della carta al turismo industriale, nuova vita alle cartiere di Lucca.

Storia della carta a Lucca

La fabbricazione della carta a Lucca ha origini molto lontane nel tempo ed è strettamente legata alla ricchezza di acqua presente nel territorio.
Una prima importante traccia è datata 1307, anno in cui viene creata la Corporazione dei Cartolai a Lucca, i cartolai si dedicavano alla produzione di carta pergamena per scrivere (prodotta con il vello degli animali – ovini e caprini – anche chiamata cartapecora).

La prima vera cartiera a Lucca nasce nella metà del ‘500 nel borgo di Villa Basilica ad opera di Vincenzo Busdraghi. La sede è un vecchio mulino, attrezzato e restaurato, grazie anche all’aiuto economico della famiglia nobile lucchese Buonvisi. Per circa un secolo questa rimane l’unica cartiera nel territorio lucchese.

Intorno alla metà del ‘600 alcune importanti famiglie nobili lucchesi, ed in particolare la famiglia Biagi, cominciano a dedicarsi al business della carta e, alla fine del secolo, nello Stato di Lucca si contano ben 8 cartiere: la cartiera Buonvisi, la cartiera Montecatini a Piegaio, la cartiera Biscotti a Villa Basilica, la cartiera Tegrimi a Vorno, la cartiera del capitano Francesco Pacini a Villa Basilica, la cartiera Grassi, la cartiera di Anchiano e la cartiera di Collodi.

In questo periodo le cartiere dell’area lucchese sono generalmente su tre piani, che corrispondono alle fasi di lavorazione della carta: al pianterreno ci sono il tino (la vasca dove vengono lavati gli stracci) e le pile (sorta di magli di legno mossi ad intervalli regolari da mulini ad acqua per la triturazione degli stracci); al primo piano vengono preparati gli stracci, ultimati i lavori di rifinitura della carta ed eseguito il confezionamento in risme e in balle; all’ultimo piano trova posto lo stenditoio per l’asciugatura.

Le 8 cartiere di questo periodo raggiungono una produzione annuale di 16.000/20.000 risme di carta. Tuttavia proprio questa fioritura di cartiere e la conseguente prosperità portano, verso la fine del ‘600, alla guerra degli stracci: una contesa tra alcuni mercanti che, salpando dal porto di Viareggio vogliono esportare gli stracci, e gli imprenditori delle cartiere, che desiderano conservare in patria la materia prima. Ad ottenere la meglio sono i fabbrichieri della carta, così che l’esportazione degli stracci venne limitata e regolamentata. Il ‘700 si caratterizza come teatro di forti sviluppi nel settore e la carta continua ad essere fonte di un’intensa attività a Lucca.

Si arriva così alle soglie del XIX secolo, che porta con sé la rivoluzione della carta paglia: un farmacista di Villa Basilica, Stefano Franchi, inventa per caso la carta-paglia, ossia la carta gialla usata per imballare. Si tratta di un composto di paglia, calcina e acqua. Grazie a questa “invenzione” può essere creato un prodotto di facile rifornimento e a basso costo. Il successo ottenuto è davvero notevole: basti pensare che nel 1911 la provincia di Lucca “vanta” 106 cartiere artigianali e a conduzione familiare, con circa 1.400 addetti in totale soprattutto donne. Un contesto nel quale proprio la carta-paglia continua ad essere il prodotto principale con 65.000 quintali di produzione l’anno. Tanta è l’importanza della carta-paglia, che proprio nel quartiere lucchese di Borgo Giannotti viene stabilito il prezzo della materia prima (la paglia) e definito il costo di riferimento per tutta Europa.

Nel dopoguerra diverse cartiere attuarono una profonda riconversione industriale modificando i sistemi di lavorazione della carta. Infatti la materia prima che veniva sempre più usata era rappresentata da “carta da macero” e l’asciugamento avveniva a “caldo”: la carta usciva dalla macchina già completamente asciutta. Con questo sistema si sono resi inutili i locali adibiti a “spanditoi” che poi con il passare del tempo sono andati in decadenza. Questa nuova lavorazione ha procurato un notevole incremento della produzione in termini quantitativi; la forza idraulica venne sostituita dalla forza motrice dell’energia elettrica e si rese necessario avere aree a corredo sempre più ampie.

Nel 1971 le cartiere di Lucca sono 211 e proprio negli anni Settanta la carta-paglia viene sostituita dalla produzione di tissue e cartone ondulato, finisce l’era della tanto amata “carta gialla”e nel 1976 una legge, rivolta a proteggere l’acqua come bene ambientale, ne rende, infatti, troppo onerosa la produzione.

Principalmente a causa della mancanza di aree adeguate le storiche famiglie Villesi che hanno prodotto carta in questa valle, si sono trasferite nella piana Lucchese dove, in pochi decenni, hanno permesso a Lucca di diventare il polo cartario più importante d’Italia ed uno dei più importanti d’Europa. Tra queste famiglie i Pasquini, i Perini, e gli Stefani,oggi sono rimaste in attività nella valle di Villa Basilica solo una decina di cartiere.

Video “La carta ritrovata”

https://www.youtube.com/watch?v=vt2y6fhDpEA

Quale futuro per le storiche Cartiere di Lucca?

Cattedrali della carta, i vecchi ruderi non sono stati salvati e riutilizzati in un territorio ad alta vocazione turistica : una sorta di terra di mezzo tra Collodi famosa per “Pinocchio” e Bagni di Lucca antica città termale affollata in ogni periodo dell’anno di turisti inglesi sulle tracce dei poeti Shelley e Byron.

Il turismo non è ancora vissuto come risorsa economica e cosa ancora più grave non esiste una coscienza turistica: consapevolezza dell’importanza che ha e può avere il turismo dal punto di vista economico, occupazionale, di scambio culturale e arricchimento linguistico .

Le istituzioni stanno cominciando a muoversi adesso ed è in preparazione un offerta turistica e culturale che dovrà essere collegata ai sistemi turistici già presenti – dal Parco di Pinocchio a Collodi alle Terme di Montecatini, dal turismo culturale di Lucca e Pistoia, al turismo balneare della Versilia passando dalle strade dell’olio e del vino e il carnevale di Viareggio – si chiamerà La Via della carta” attuato dalla Lucense società pubblico/privata che opera nei settori della ricerca tecnologica industriale.

Sito archeologico industriale: le Cartiere di Lucca
Settore industriale: Industria cartaria
Luogo: Lucca, Toscana, Italia
Proprietà e Gestione: varia
Testo e immagini a cura di: Michela Panigada




L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea

L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea (TO) conserva la documentazione di una delle aziende che ha segnato la storia economica del nostro paese, non solo da punto di vista tecnologico, ma anche per la cultura del lavoro che in essa si perseguiva.

La Olivetti – cenni storici

Costituita ad Ivrea nel 1908 come “prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”, fin dagli inizi l’Olivetti si distingue per l’attenzione alla tecnologia e all’innovazione, la cura del design, la presenza internazionale, la sensibilità verso gli aspetti sociali del lavoro e l’azione diretta a vantaggio dello sviluppo del territorio, sotto il profilo culturale ed urbanistico. Questi caratteri sono impressi dal fondatore Camillo Olivetti e in particolare dal figlio Adriano, che a metà degli anni Trenta, trasforma l’azienda familiare in un moderno gruppo industriale internazionale capace di conquistare in diversi campi e in diversi momenti storici, posizioni di assoluta eccellenza a livello mondiale.

In un ambiente favorevole alla libera espressione dello spirito di iniziativa e delle capacità personali, aperto alla cultura umanistica come a quella tecnico-ingegneristica, emergono numerosi personaggi di grande valore: operai che diventano direttori generali, intellettuali e umanisti che ricoprono cariche importanti, tecnici, economisti e strateghi di primo piano, grafici e designer che legano indissolubilmente il nome Olivetti all’eleganza delle forme e alla funzionalità dei prodotti.

Conquistate posizioni di leadership mondiale nei prodotti meccanici per ufficio, già negli anni ’50 l’Olivetti investe nella tecnologia elettronica con importanti risultati.

La scomparsa di Adriano Olivetti (1960) e il peso degli investimenti rallentano la transizione verso l’elettronica; ma nel 1965 esce il primo calcolatore elettronico da tavolo la Programma 101, nel 1978 la prima macchina per scrivere elettronica a livello mondiale e nel 1982 il primo PC professionale europeo.

Negli anni ’80, Olivetti accelera lo sviluppo nell’informatica e nei sistemi. I nuovi sviluppi delle telecomunicazioni, negli anni ’90 spingono l’Olivetti a spostare il baricentro verso questo settore, dapprima creando Omnitel (1990) e Infostrada (1995) e poi acquisendo il controllo di Telecom Italia (1999), con la quale si fonde nel 2003.

La Olivetti – Archivio Nazionale Cinema d’Impresa

https://www.youtube.com/watch?v=DeOyQzQ3b9s

L’Associazione Archivio Storico Olivetti – attività e scopi

Costituita a Ivrea nel 1998 su iniziativa della Società Olivetti, in accordo con la Fondazione Adriano Olivetti e con la partecipazione di importanti soci pubblici e privati, l’Associazione si occupa del recupero, della conservazione, gestione, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico documentale della Olivetti.

I fondi documentali sono costituiti da documenti, lettere, libri, giornali, riviste, manifesti, disegni, foto, filmati, audiovisivi, prodotti, modellini e plastici, che divengono oggetto di un sistematico lavoro di schedatura elettronica e per quanto possibile di digitalizzazione.

L’attività dell’Associazione non si esaurisce con l’impegno strettamente archivistico di recupero, catalogazione e conservazione dei documenti, ma si manifesta anche attraverso l’attività di assistenza e consulenza nei confronti di studiosi e ricercatori, di collaborazione con iniziative culturali di enti privati e pubblici, di realizzazione di mostre, filmati, conferenze, studi, ricerche e pubblicazioni finalizzate a promuovere e approfondire la conoscenza della storia e dei valori olivettiani.

Con questa medesima finalità l’Associazione gestisce e continuamente arricchisce il suo portale www.storiaolivetti.it che attraverso testi e foto gallery illustra diversi aspetti della storia olivettiana.

L’Associazione conserva anche una Biblioteca Specialistica che fa parte del coordinamento delle biblioteche speciali e specialistiche di Torino, e che conta al momento oltre 21.000 titoli ivrea.erasmo.it; l’Emeroteca raccoglie 186 periodici italiani ed esteri (tra cui gli house organ delle consociate della Società).

L’Associazione svolge attività educative, organizza tour didattici per le scuole e attività formative per le aziende del territorio, anche oltre l’ambito regionale; promuove e conduce visite (gratuite) per le scuole, di ogni ordine e grado, alla mostra permanente, Cento anni di Olivetti, il progetto industriale.

Dichiarato nel 1998 di “notevole interesse storico” da parte della Soprintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, l’Archivio Storico Olivetti è nella Rete di Archivi d’Impresa, progetto della Direzione Generale per gli Archivi e collabora allo sviluppo di temi e percorsi del Portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN) e del Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA). È tra i soci fondatori dell’Associazione Nazionale degli Archivi e dei Musei d’Impresa, Museimpresa; nel 2005 diventa socio dell’AAA/Italia, l’Associazione nazionale degli Archivi di Architettura contemporanea.

L’Archivio collabora inoltre con molti enti del Territorio, tra cui il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli Studi di Torino sede di Ivrea, e l’Accademia dell’Hardware e del Software libero “Adriano Olivetti”. È partner tecnico-scientifico del Tavolo di coordinamento della Candidatura Unesco di Ivrea città industriale del XX secolo.

Sito archeologico industriale: Archivio Storico Olivetti
Settore industriale: Industria tecnologica
Luogo: Ivrea, Torino, Piemonte, Italia
Proprietà e Gestione: Olivetti / Telecom Italia SpA – www.arcoliv.org
Testo a cura di: Associazione Archivio Storico Olivetti