Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino – il Film

Scopriamo Rosignano Solvay, frazione più popolata del comune di Rosignano Marittima in provincia di Livorno in Toscana, uno dei più significativi esempi di company town.

Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino è il progetto video che racconta storia e storie della cittadina toscana cresciuta attorno alla fabbrica chimica Solvay, tanto da prenderne il nome nel 1917.

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Venerdì 6 ottobre alle 14:30 presso l’Unicredit Pavilion di Piazza Gae Aulenti a Milano, nel contesto del Festival Visioni dal Mondo, ci sarà la proiezione del film Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino (55 minuti). Al termine un breve incontro con i registi. Ingresso libero.


Rosignano Solvay – La fabbrica che si fece giardino (Trailer 30”) from PONGOFILMS on Vimeo.

 

Storia della company town Rosignano Solvay

All’inizio del Novecento, il famoso inventore e industriale belga Ernest Solvay si interessa ad un piccolo tratto di costa in Toscana, sotto Livorno. La presenza delle materie prime necessarie alla fabbricazione della soda inducono Solvay a costruire un grande stabilimento, cambiando per sempre il destino di quelle zone.

Sul modello di altre città europee dove erano presenti altri stabilimenti, Solvay decide di mettere in atto una grande operazione che non è solo industriale ma anche urbanistica e architettonica. Consapevole però di essere in Toscana, nella culla dell’arte e del Rinascimento, vi si dedica con particolare impegno, coinvolgendo grandi architetti e pianificatori.

Il risultato è una straordinaria company town, una cittadina pensata per i bisogni dell’azienda ma allo stesso tempo attenta a tutte le necessità della comunità che è in gran parte formata dai lavoratori Solvay e dalle loro famiglie. Un legame talmente forte che nel 1917, quello che inizialmente era solo un agglomerato urbano diventa Rosignano Solvay.

Ai piedi dello stabilimento case fatte di mattoncini, eleganti architetture, tutto rigorosamente Solvay e poi tanto verde. Viali alberati, palme, giardini che vanno a creare il cosiddetto Villaggio Solvay, con uno stile unico che lo rendono un luogo atipico e affascinante.

Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino: il Film

Un secolo dopo tante cose sono cambiate: cos’è rimasto di quel modello?

Il film Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino racconta Rosignano Solvay da vari punti di vista: storico, architettonico, urbanistico e sociale, con interviste ad esperti ma soprattutto a chi Rosignano la vive tutti i giorni e che magari ha lavorato nella fabbrica. Ne esce il ritratto sfaccettato di una città al bivio, fatto da un passato glorioso che riempie di orgoglio i cittadini, un presente incerto che vive una profonda transizione e un futuro tutto da pensare.

Cast artistico e tecnico
Regia: Gabriele Veronesi, Federico La Piccirella
DOP: Marco Brandoli
Editing: Gabriele Veronesi
Sound editor: Demis Bertani
Graphics & animation: Stefano Villani
Produzione: Taiga srl

Gabriele Veronesi (Modena, 1985) è un filmaker e giornalista modenese, lavora nel settore della produzione audiovisiva dal 2009 dedicandosi a reportage, documentari e advertising.

Federico La Piccirella (Bologna, 1986). Si laurea in Ingegneria-Architettura, formandosi tra l’Ateneo di Bologna e il Dessau Institute of Architecture, Bauhaus (Germania). Dal 2013 collabora presso lo studio di Mario Cucinella Architects (Italia).




Crespi d’Adda, Festival della Letteratura del Lavoro 2017

A Crespi d’Adda nasce il primo festival al mondo di letteratura del lavoro, dal 16 settembre al 2 ottobre 2017

Un progetto sviluppato dai ragazzi del liceo linguistico “Giovanni Falcone” in collaborazione con l’Associazione Crespi d’Adda

Festival della Letteratura del Lavoro: il progetto

Alternanza scuola-lavoro. Questo è il fine della collaborazione tra il liceo linguistico “Giovanni Falcone” e l’Associazione Crespi d’Adda. Un progetto che si propone l’articolato obiettivo di valorizzare e promuovere il villaggio operaio di Crespi d’Adda, esempio eccezionale di città industriale, perfettamente conservata, dal 1995 inserita nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

La letteratura sarà il tema oggetto di studio e analisi. La letteratura, bene immateriale per eccellenza, qui verrà utilizzata per ridare senso alla memoria di un luogo simbolico e, contestualmente, per valorizzarlo.

Da marzo a settembre 2017 le classi di III C e IV C del liceo hanno lavorato alla definizione e organizzazione di un festival letterario per la selezione e rappresentazione di brani tratti dai più vari testi della letteratura industriale. Il progetto culminerà nel Primo Festival di Letteratura del lavoro che avrà luogo Crespi d’Adda dal 16 settembre al 2 ottobre. Data la complessità del progetto, si sono creati tre gruppi (seguiti da esperti professionisti) per la selezione dei testi sul tema dato, l’organizzazione del Festival e la comunicazione dell’evento sia sui social media che sulla carta stampata.

Nelle due settimane del Festival della Letteratura del Lavoro in cui il progetto si concretizzerà (16 settembre – 2 ottobre), turisti e scuole saranno accompagnati nella scoperta del villaggio operaio e dei luoghi più significativi del sito UNESCO.

I visitatori conosceranno Crespi d’Adda anche attraverso la lettura delle opere letterarie di Charles Dickens, Ferdinand Celine, Karl Marx, Victor Hugo, Emile Zola, Leone XIII e di molti altri autori. Saranno inoltre organizzate proiezioni di video inediti, workshop e conferenze con autori, critici ed esperti.

Per scoprire tutti gli appuntamenti del Festival della Letteratura del Lavoro di Crespi d’Adda cliccate qua




Dalmine dall’impresa alla città. Storia di una company town

Scopriamo Dalmine, la company town alle porte della città di Bergamo in Lombardia.

 

 

L’insediamento urbano di Dalmine, sorto nei primi anni del secolo scorso attorno allo stabilimento siderurgico, vive un rapido e intenso sviluppo architettonico e urbanistico fra gli anni ’20 e ‘40, quando, per iniziativa diretta dell’impresa e per la gran parte sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, vengono realizzate infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici e un fitto insieme di interventi che vanno via via a definire e caratterizzare una vera e propria città industriale. L’impresa costruisce e consolida inoltre una fitta trama di relazioni con le istituzioni locali e con il territorio, attraverso iniziative ed interventi di carattere sociale, assistenziale, ricreativo, rivolti in primo luogo ai propri dipendenti e alle loro famiglie. Interventi che sono parte integrante di un sistema di welfare aziendale di cui i manufatti architettonici, tracce materiali, sono oggi il sedimento più visibile.

Dalmine – Le origini dell’impresa

Lo stabilimento sorge nel 1906, in una località denominata Dalmine, per iniziativa della Società Mannesmann, titolare del brevetto per la produzione di tubi in acciaio senza saldatura. La conformazione pianeggiante del terreno, il prezzo relativamente favorevole, la disponibilità di energia e acqua e, non ultimo fattore rilevante, l’ampio bacino di manodopera non specializzata a basso costo, favoriscono l’insediamento dell’attività in un’area agricola e priva di impianti industriali.

Fin dal principio l’impresa stabilisce un complesso sistema di relazioni e negoziazioni con i Comuni di Mariano, di Sforzatica e in particolare di Sabbio, sotto la cui giurisdizione si trova la allora frazione di Dalmine. Rapporti, che trovano una prima importante definizione nella firma di una convenzione del 1909, che insieme all’insediamento dell’impianto regolamenta la realizzazione di vie di trasporto, di una rete idrica ed elettrica e di servizi minimi per la popolazione. Accanto alle infrastrutture industriali sorge così un primo apparato di alloggi e servizi per il personale trasferitosi nell’area di Dalmine dalla Germania, nel caso di dirigenti e tecnici, e dai comuni limitrofi nel caso di manodopera generica.

Nel 1911, con le lavorazioni di laminazione ormai a regime, e la nuova acciaieria elettrica avviata da un anno, la Mannesmann impiega 700 addetti, quando gli abitanti complessivi dei tre Comuni di Sabbio, Mariano e Sforzatica ammontano complessivamente a 3.200.
Lo scoppio della prima guerra mondiale, l’allontanamento della proprietà tedesca, le difficoltà della riconversione ad una economia di pace e l’insorgere di tensioni sociali – che conducono all’occupazione dello stabilimento nel marzo del 1919 – contribuiscono a frenare lo sviluppo dell’impresa e di conseguenza la sua capacità di azione sul territorio.

La città industriale di Dalmine – Impresa e città

Soltanto dopo la metà degli anni ‘20 si presentano una serie di condizioni che conducono alla nascita e sviluppo di un progetto urbanistico e sociale. Un progetto che si realizza anche con la costruzione, da parte della nuova Società, ora di proprietà dello Stato e denominata Stabilimenti di Dalmine, di una solida rete di relazioni istituzionali e territoriali con le locali autorità ecclesiastiche e politiche, nell’ambito di un controllo sempre più stretto imposto dal regime fascista. Ma anche le condizioni interne all’impresa si sono stabilizzate: un netto miglioramento dei conti della Dalmine grazie all’incremento delle commesse unite ad un intenso ammodernamento degli impianti, compongono un quadro complessivamente favorevole nel quale il rapporto di committenza che lega l’impresa all’architetto Greppi, trova una concreta, articolata e sistematica realizzazione.

A partire dal 1924 nascono così il Quartiere operaio, il Quartiere impiegati, la Pensione privata, gli impianti sportivi, il Quartiere centrale, una fitta serie di edifici collettivi direttamente o indirettamente legati alle funzioni non strettamente produttive dell’impresa, edifici di rappresentanza, edifici religiosi, piazze, scuole, colonie e aziende agricole. Con la seconda metà degli anni ‘30, parallelamente alla crescita dell’impresa, che giunge ad occupare un’area di 650.000 metri quadrati e ad impiegare 3.850 addetti nel 1935 e circa 5.500 nel 1940, cresce anche la popolazione residente: dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941. La dichiarazione di notevole importanza industriale, ottenuta dal Comune di Dalmine nel 1941 per decreto del capo del Governo, sancisce formalmente il completamento del processo di formazione della company town. Questo secondo periodo di vita della Dalmine, ormai parte dell’industria di Stato, è quindi quello della costruzione della piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio.

La company town di Dalmine – “Il villaggio modello”

La città industriale trova una significativa riorganizzazione nel 1927, con la nascita del Comune di Dalmine, che accorpa – sotto una denominazione che coincide sì con quella originaria dell’area, ma soprattutto con quella attuale dell’impresa – i tre paesi di Sabbio, Mariano e Sforzatica. La creazione del nuovo Comune sancisce di fatto lo spostamento del baricentro di una serie di funzioni ed edifici pubblici dal loro insediamento originario, al nuovo spazio antistante gli stabilimenti, che si pone come polo della riorganizzazione del territorio, e quindi sede delle istituzioni che lo governano. In quest’area sorge così nel 1931 la nuova Chiesa di San Giuseppe, donata alla Parrocchia e inaugurata solennemente il 19 marzo, giorno di festa del patrono dei lavoratori. La nuova sede del Comune è inaugurata nel 1938 nel nuovo centro della città, progettato su disegno di Greppi, dove hanno sede anche la Casa del Fascio, il Dopolavoro aziendale e l’asta alzabandiera (l’”antenna”), costituita da un unico tubo senza saldatura prodotto nello stabilimento di Dalmine, e di fatto simbolo della città.

Al vertice del nuovo Comune di Dalmine, in veste di Podestà, siede il Direttore amministrativo della Dalmine, nonché amministratore delegato de La Pro Dalmine, la Società costituita nel 1935 con lo scopo di gestire il patrimonio non industriale della Dalmine. In questi anni la company town di Dalmine si realizza non solo e non tanto attraverso le pur numerose costruzioni di edifici destinati ad abitazione o ad usi pubblici, ma anche attraverso l’esercizio e il controllo di una serie di altre funzioni legate alla gestione ed organizzazione del tempo e dello spazio esterno a quello lavorativo o abitativo. Un articolato sistema di attività che costituisce il vero tessuto connettivo di una strategia di costruzione del consenso e di creazione di una comunità, ovvero quel “villaggio modello” che la propaganda cinematografica fascista del 1940 illustra con riferimento alla città di Dalmine.

“Dare la possibilità di risiedere in luogo”: il sistema abitativo della città-impresa di Dalmine

“Dare la possibilità di risiedere in luogo” è uno degli obiettivi perseguiti dall’impresa fin dai suoi primi anni di attività per ospitare personale proveniente dalla Germania e dall’Austria, attrarre manodopera, che i ritmi del lavoro di fabbrica richiedono risieda nelle vicinanze degli impianti produttivi e interrompere – se possibile – quel legame con il mondo rurale che comporta picchi di assenteismo nei periodi dei più importanti lavori agricoli. La casa rappresenta inoltre un importante elemento di riduzione del rischio di turn over della manodopera, soprattutto di quella specializzata, poiché il passaggio del posto di lavoro di padre in figlio, pratica assai diffusa, implica il rinnovo del contratto d’affitto. Contratti che, essendo assai restrittivi nella durata (solitamente annuale) e vincolati al mantenimento del posto di lavoro, sono in definitiva, totalmente sottoposti al potere e alle strategie dell’impresa. Nel 1935, all’inizio della sua attività, la Pro Dalmine gestisce circa 70 edifici, che danno alloggio a più di 150 famiglie impiegati e di operai, per un totale di oltre 800 persone. Negli anni ‘40 i fabbricati sono quasi 90, con un numero di locali che è quasi raddoppiato (1.460 al posto di 878).

VIDEO: Cronistoria TenarisDalmine

https://www.youtube.com/watch?v=aKXuwni7hh8

Dalmine company town: salute, previdenza e assistenza

La Società, fin dall’inizio dell’attività, tenta di porre rimedio alle precarie condizioni igienico-sanitarie e di garantire la salute dei propri dipendenti. Nei primi anni ‘10 favorisce così la nascita di una farmacia comunale e provvede inoltre a ospitare l’ambulatorio comunale nei locali dell’abitazione del medico aziendale, la cui attività si estende anche al di fuori dell’area industriale.

Già nei primi anni ‘20 nascono inoltre una Cassa mutua operai, che sussidia i soci in malattia con il 60% della paga giornaliera, e la Cassa di previdenza per impiegati, che, attraverso il versamento di un contributo sulla paga mensile, di contributi volontari e di erogazioni liberali della Società, assicura un fondo di previdenza dal momento della loro cessazione in servizio. Entrambe le casse si occupano inoltre del pagamento delle convalescenze di particolare gravità e delle cure speciali sia per i dipendenti che per i loro figli.A questo fine la Dalmine può contare fin dagli anni ‘20 su di una colonia elioterapica, gestita della Direzione sanitaria dello stabilimento. A questa seguono, nel 1931, la Colonia montana di Castione della Presolana, nel 1938 quella marina di Riccione, e dal 1941 quella di Trescore Balneario, dotata di un padiglione per le cure termali. Le attività di welfare nell’ambito sanitario culminano negli anni ‘40 con la costruzione di un Poliambulatorio.

Dalmine company town: istruzione e formazione

Altro ambito cruciale di sviluppo del welfare aziendale è senza dubbio quello dell’organizzazione e controllo del sistema formativo, ovvero dell’istruzione primaria e tecnica. Già nel 1909 la Mannesmann contribuisce alla maggior parte delle spese per il mantenimento dell’istruzione di base nella frazione di Dalmine. E se la scuola elementare di Stato nasce a Dalmine solo nel 1928, già tre anni prima è invece attiva la scuola elementare fondata dall’impresa, composta da cinque classi miste. Nel 1916 nasce la prima Scuola popolare operaia e nel 1922 una Scuola professionale serale. Nel 1929 prendono invece avvio alcuni corsi serali domenicali per capi operai, che anticipano la nascita, nel 1937, della Scuola apprendisti, che forma, nei primi 11 anni di attività, oltre 200 operai specializzati. Si tratta di una istituzione formativa che fonda la propria attività sull’integrazione fra teoria e pratica, sulla didattica del lavoro. Una scuola in cui al tradizionale apprendistato fondato sul rapporto con operai più anziani si preferiscono, da un lato, i nuovi metodi di organizzazione del lavoro, e, dall’altro, una disciplina di tipo militare (alzabandiera, adunata, giochi ginnici, campeggio estivo).

Dalmine: industria e agricoltura in un sistema integrato

In quel 1941 in cui Dalmine riceve il riconoscimento di comune di notevole interesse industriale l’impresa risulta essere, dalla documentazione conservata presso l’Archivio comunale, anche uno dei maggiori produttori agricoli. Nel 1946 l’azienda agricola della Pro Dalmine coordina infatti 14 gruppi colonici, che ospitano 140 persone e danno lavoro a oltre 60 contadini. Le Cascine, significativamente denominate con nomi dell’impero fascista (Macallè, Adua, Asmara, Addis Abeba), sono insediate su terreni appartenenti alla Società e riforniscono l’impresa e la città con i loro prodotti, secondo il modello “autarchico” del regime fascista. I principali clienti dell’azienda agricola sono infatti la la Mensa aziendale e la Cooperativa di consumo, che offrono così prodotti agricoli, latte e carne a prezzi calmierati. Ma al di là degli aspetti ideologici – intensificati negli anni della battaglia del grano – nella strategia della Pro Dalmine vi è una continua attenzione a una gestione moderna, quasi industriale dei terreni non occupati dall’attività produttiva. Vengono investite cospicue risorse per rendere ogni singolo gruppo colonico maggiormente produttivo, applicando criteri moderni di rotazione dei raccolti e di selezione delle sementi. Anche la progettazione degli spazi rientra nel più ampio incarico affidato all’architetto dell’impresa, Giovanni Greppi.

Dalmine, anni ’50: il welfare cambia

Nei primi anni del dopoguerra, pur in un quadro politico-istituzionale e di relazioni industriali totalmente rinnovato, la Società mantiene e rafforza il proprio apparato assistenziale sorto nei decenni precedenti ma ancora efficace nell’affrontare le necessità e i problemi postbellici. Ma negli anni delle lotte sindacali e del boom economico l’impresa promuove un nuovo sistema salariale, che tende a trasformare in retribuzione, o meglio in incentivi alla produzione, parte di quelle elargizioni in beni materiali o in servizi nate negli anni ‘20, legando così alla disciplina sul posto di lavoro la possibilità di usufruire dei vantaggi di appartenere alla “grande famiglia” di Dalmine.
Se quindi è vero che, a partire da questi anni, prende avvio il processo di progressiva riduzione da parte dell’impresa del proprio potere di governo diretto del territorio, è altrettanto vero che il tessuto connettivo della company town, ovvero quel sistema di relazioni fondato fra l’altro sulla comunicazione interna, sulle provvidenze, sui servizi al personale, sui servizi di assistenza e ricreazione, continua pressoché invariato nella sostanza.

Sito archeologico industriale: Dalmine Company Town
Settore industriale:Industria metallurgica
Luogo: Dalmine – Bergamo – Lombardia – Italia
Proprietà/gestione: TenarisDalmine – sede operativa di Tenaris in Italia – è il primo produttore italiano di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, automobilistica e meccanica. Tenaris è il maggior produttore e fornitore globale di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali.www.tenaris.com
Testo a cura di: Fondazione Dalmine www.fondazionedalmine.org
Fonti: Carolina Lussana, Manuel Tonolini, Dalmine: dall’impresa alla città, in Dalmine dall’impresa alla città. Committenza industriale e architettura, a cura di Carolina Lussana, Fondazione Dalmine, Dalmine, 2003.

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I villaggi operai in Italia: su Virgilio.it una bella foto gallery

Virgilio.it presenta una bella foto gallery sui villaggi operai in Italia.

E l’archeologia industriale trova spazio anche su Virgilio, il primo portale internet italiano.

Attento ai trend in ogni ambito e spinto dalla costante volontà di offrire ai propri lettori contenuti sempre interessanti e di valore, Virgilio ha deciso di dedicare una foto gallery con un breve approfondimento sul nostro patrimonio industriale scegliendo il tema dei villaggi operai.

Per realizzare questo contenuto, testuale e visivo, Virgilio ha deciso di affidarsi all’Associazione Archeologiaindustriale.net che dal 2013 si occupa di promuovere il patrimonio industriale italiano.

Sperando che sia il primo di una serie, Archeologiaindustriale.net ringrazia Virgilio per l’interesse manifestato e per la possibilità di diffondere tramite i propri canali il patrimonio archeologico industriale e ringrazia altresì le organizzazioni che hanno contribuito a realizzare il pezzo: Associazione Crespi d’Adda (Crespi d’Adda), Associazione Amici della scuola Leumann e la dott.ssa Carla Gutermann discendente dei Leumann (Villaggio Leumann), Sassi Editore (Schio), il Comune di Torviscosa (Torviscosa) e Stefano Muroni (Tresigallo) e tutti i fotografi che gentilmente hanno collaborato coi propri scatti.

Per vedere la Foto Gallery dei Villaggi Operai pubblicata su Virgilio cliccate a qui

 

Nota:

Pubblicata nella sezione locale di Bergamo, a breve la Foto Gallery andrà online anche nella Home Page di Virgilio e Libero: diffondiamo insieme il nostro patrimonio industriale.




Tresigallo, la città corporativa di Edmondo Rossoni

Tresigallo, in provincia di Ferrara, è la più completa tra le città nuove, la sola e vera città corporativa realizzata nel ‘900. Risorta grazie alle idee rivoluzionarie di Edmondo Rossoni, Tresigallo si distingue nettamente dagli interventi dell’Agro Pontino per la sua complessità e per la visione sociale che sta a monte del progetto urbano. 

 

Nella pianura orientale della Provincia di Ferrara, sulla sponda sinistra del Po di Volano, si trova una piccola, quanto ancora sconosciuta, capitale del razionalismo italiano: Tresigallo, la città di marmo immersa nel verde della pianura padana.

Nonostante sia uno dei centri della provincia più antichi, Tresigallo conosce il suo massimo splendore tra il 1933 e il 1939, quando Edmondo Rossoni, allora Ministro dell’Agricoltura e Foreste, nativo del posto, dà un nuovo assetto urbano, industriale e architettonico al paese.

La nuova cittadina viene concepita in modo da creare non solo un’inscindibile relazione fra l’abitato e il territorio, attraverso l’industria di trasformazione, ma anche tutta quella complessità di relazioni sociali che fondano l’identità urbana.

Ma, se è vero che Tresigallo ha una storia molto diversa rispetto alle città nuove propagandate dal Duce, se è vero che la città è l’espressione e la concretizzazione del pensiero politico-economico del Ministro, bisogna prima conoscere la storia e le idee di Rossoni per poi comprendere la rifondazione del paese.

 

Edmondo Rossoni e le origini della trasformazione di Tresigallo

Tutto comincia e si realizza per volontà di Edmondo Rossoni, nato qui nel 1884, quando il paese era solo un povero agglomerato di vecchie case.

Anarchico, socialista, anima inquieta, insomma quel che si dice un perfetto rivoluzionario. Praticamente inarrestabile, presto diviene una vera e propria potenza politica, con una escalation che lo portò a conquistare, nel 1921, la carica di capo dei sindacati fascisti, aderendo così al fascismo, mantenendo sempre quel suo lato ribelle, spregiudicato di vecchio rivoluzionario.

Sempre avrà come sogno l’idea di un “Paese più giusto” e forte economicamente anche sulla scena internazionale, un Paese senza padroni né servitori e dove i proprietari non devono più considerarsi padroni. Edmondo Rossoni si fa così portavoce del “sindacalismo integrale”, ovvero l’organizzazione in un medesimo ente corporativo, autonomo sia dai partiti che dallo Stato, di datori di lavoro e prestatori d’opera. Questa teoria trova però ostacolo da parte dei datori di lavoro, per nulla disposti a rinunciare alla loro autonomia.

Dopo alcuni anni, nei quali Rossoni è appoggiato da un grandissimo consenso nazionale, nonché temuto dallo stesso Mussolini (il quale intuisce che quell’abilissimo oratore e trascinatore di folle andava ridimensionato), il 21 novembre 1928 avviene il cosiddetto “sbloccamento sindacale”, in cui il Sindacato unitario diretto da Rossoni viene diviso in sette parti. È la sconfitta politica di Rossoni, il quale perde potere e consenso.

Ma Rossoni è personaggio troppo importante e ingombrante. Così, nel settembre del 1930, entra a far parte del Gran Consiglio del Fascismo e nel luglio del 1932 viene nominato Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono questi gli anni in cui vengono costruite le prime città nuove volute dal Duce: sorgono Littoria, Sabaudia, Pomezia, Aprilia, Guidonia (nel Lazio), Mussolina (poi Arborea), Carbonia, Fertilia (in Sardegna). Rossoni presenzia personalmente alla costruzione e all’evoluzione di alcune di queste città – inaugurando nuovi stabilimenti industriali o visitando i cantieri – osservando allo stesso tempo le loro carenze organizzative e sociali: i problemi idrici, un’ascesa industriale mai veramente decollata, una bonifica troppo radicale, una migrazione “coatta” che destabilizzava l’individuo, il quale veniva a trovarsi a contatto con una realtà così differente dalla sua.

Edmondo Rossoni inizia così a pensare, segretamente e lontano da grandi clamori, alla costruzione di una “città modello”, la sua città, più “intelligente” rispetto a quelle dell’Agro Pontino e a quelle che si andavano diffondendo in tutta Italia, una città dove poter concretizzare le sue idee di sindacalismo integrale, sicuro del fatto che, se fosse riuscito a proporre un modello concreto di città corporativa, avrebbe dimostrato che la sua idea vincente poteva essere riprodotta su scala nazionale, ovvero: costruire una città utopica, mai realizzata prima di allora, dove ci sarebbe stata una viva collaborazione tra lavoratore e datore di lavoro, con obiettivi finalizzati a creare nuove risorse e opportunità, nuovo sviluppo, maggiore ricchezza e benessere per la gente.

È il 1933 quando viene costruita una strada che da Ferrara porta a Tresigallo, aprendo la viabilità e il commercio a quel piccolo paese, che viveva ormai da secoli nella povertà e nella miseria.

Con la nomina nel 1935 a Ministro dell’Agricoltura e Foreste, Rossoni si dedica a fondo alla costruzione della sua città, in modo quasi clandestino, senza utilizzare i grandi clamori propagandistici con cui le città nuove dell’epoca venivano seguite. Una volta nominato Ministro, Rossoni torna a Tresigallo, dove tutta la cittadinanza lo aspetta in teatro festante, e si impegna a ricostruire Tresigallo tutta nuova, con case, ospedale, fabbriche, piazze, vie, dando lavoro a quella cittadinanza che fino ad allora aveva vissuto soffrendo.

Era iniziata la rifondazione del paese.

 

La rifondazione di Tresigallo

Quando Rossoni si trova a Tresigallo, progetta a tavolino con l’ingegner Carlo Frighi, suo compaesano, al quale ha finanziato gli studi nella Scuola di urbanistica all’Università La Sapienza di Roma, il futuro sviluppo del paese, tracciando, probabilmente in privato, linee organizzative urbanistiche estremamente precise; quando il ministro è a Roma, spedisce all’amico Livio Mariani, macellaio del paese, degli schizzi, degli accorgimenti, delle lettere riguardanti la costruzione di nuovi edifici e strade. Rossoni mette fretta, ordina di fare presto, di concludere il prima possibile gli edifici prestabiliti. Così, non si fa in tempo a tracciare le vie che immediatamente crescono i corpi delle fabbriche, i muri, i solai, gli intonaci, le finestre e le tinteggiature delle case.

L’operazione di trasformazione della cittadina e del territorio avviene attraverso la partecipazione della gente del posto, la quale collabora e partecipa attivamente alla trasformazione del proprio territorio, anche se non ha un’adeguata preparazione professionale, come scriverà Rossoni in una lettera a Mussolini nel ’40 spiegando il proprio operato.

Il ministro agisce con intelligenza, dimostra personalmente agli imprenditori, i quali inizialmente rifiutano di aiutarlo, che vi può essere un guadagno reale. Con questo spirito, all’inizio del 1935 si iniziano a vedere le prime opere, le prime strade, i primi stabilimenti industriali. Si sperimentano straordinarie tecniche di costruzione, per l’epoca geniali: ad esempio, vennero adoperati, essendo in piena autarchia, materiali poveri a portata di mano, come il cemento per simulare il marmo (da vedere il porticato della chiesa di piazza Italia), ottenendo le venature con del sale grosso sparso sulle lastre in essiccazione.

Tresigallo città di Fondazione - libro di Stefano Muroni

“Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” Autore Stefano Muroni Casa editrice Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Uscita: 8/10/2015

La costruzione del Loggiato della Chiesa rivestito in marmo bianco e ornato con formelle inneggianti al lavoro agricolo; la Casa del Fascio, attualmente caserma dei Carabinieri, anch’essa rivestita in marmo bianco; la maestosa piazza della Rivoluzione, a forma di D, con al centro un’elegante fontana arricchita da quattro sculture bronzee che rappresentano quattro gazzelle protese nell’intento d’abbeverarsi; l’Ospedale (la cosiddetta Colonia Post-Sanatoriale) per la cura della tisi, tempio eretto al culto della salute contro i germi del decadentismo, sfoggiante di una bellissima scala interna a spirale, la terrazza-solarium e una serie di finestre a forma di oblò; la monumentale entrata del Campo Sportivo, realizzato in marmo travertino; sono queste – col senno di poi – alcune opere della rifondazione che portarono ad un momento felice di pregiata architettura razionalista italiana.

Diversamente dalle città rurali create dal Regime, Tresigallo fu anche fornita di una dotazione di servizi pubblici di prim’ordine: la Scuola di Ricamo per le ragazze, l’Acquedotto, l’Albergo Italia, l’Albergo Domus Tua (di lusso), un Asilo Nido, dedicato alla madre di Rossoni, Maria Dirce Cavalieri Rossoni, un Asilo Infantile (già esistente nel nucleo novecentesco del paese), impreziosito con un portale d’ingresso, su cui spicca il bassorilievo del balcone raffigurante il Sacrario ai Caduti, la Casa del Balilla, divenuta poi Casa della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), luogo della formazione ideologica-fisica dei giovani con annessi i Bagni Pubblici, una Sala da Ballo per lo svago della popolazione, la Scuola Elementare, il Teatro Corporativo (poi Cooperativo), l’edificio delle Assicurazioni Generali Venezia.

Tresigallo viene arricchita con un arredo urbano costituito da cento e più lampioni, panchine, fontane, centinaia di alberi selezionati: nel parco del nuovo ospedale, lungo il viale del nuovo cimitero, lungo viale Roma, lungo viale Verdi, in piazza della Rivoluzione e intorno agli opifici, ovunque.

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo, da borgo agricolo a città industriale

Tresigallo è rivoluzionata non solo dal punto di vista urbanistico, ma cambia soprattutto l’economia dell’intera area: nell’intenzioni di Rossoni, Tresigallo doveva essere una cittadella di tecnici costruita da tecnici e lavoratori, dove il nucleo generatore fosse la fabbrica.

Viene prodotto un ammodernamento socio-economico della sua originaria configurazione di borgo agricolo padano, attrezzandolo – come in un vero polo agro-industriale di scala regionale – con fabbriche destinate a vari scopi: alla produzione di attrezzature meccaniche per l’agricoltura; al trattamento industriale dei prodotti agricoli proveniente dal circostante latifondo bonificato (canapa, barbabietola, latte, frutta); infine alla produzione di una merceologia autarchica, ricavata principalmente dalla lavorazione della fibra della canapa o dei suoi sottoprodotti.

Negli anni della rifondazione sono state rispettivamente impiantate: la distilleria della Società SADA., per l’estrazione dell’alcool dalle bietole speciali a tale sfruttamento, con annesso lo zuccherificio della Soc. ANB per la lavorazione delle bietole; il CAFIOC, per la trasformazione della canapa in fiocco tendente a ridurre al minimo l’importazione del cotone; la SIARI (Società Incremento Agricolo e Rinnovamento Industriale) per la lavorazione del latte con la sua trasformazione in burro, caseina e quindi lana sintetica; il magazzino del Consorzio Agrario Provinciale, per l’ammasso grano con annesso impianto meccanico dell’essiccatoio granone; il CATEXIL, per la trasformazione della canapa in fiocco pregiato; lo stabilimento della Soc. An. Canapificio, per la lavorazione della canapa verde; il magazzeno del CALEFO (Consorzio Agrario Lavorazione ed Esportazione Frutta e Ortaggi), per la raccolta e la selezione della frutta da esportazione; l’INTA (Industria Nazionale Tessile Autarchico), adibito alla trasformazione degli stracci in lana artificiale; la MALICA (Manifattura Lino Canapa), per la stigliatura della canapa verde; la SAAT, (Società Anonima Agricola Tresigallo), per l’allevamento dei bovini, la SAIMM (Società Anonima Industriale Meccaniche e Metallurgiche), per la produzione di macchine agricole; il grande magazzino della FEDERCANAPA, per l’ammasso e la selezione della canapa da esportazione; la CELNA (Cellulosa Nazionale), a quel tempo tra le più grandi d’Europa, per la produzione della cellulosa dal canapolo e dalla paglia.

Inoltre, escludendo le unità lavorative impegnate nei campi, nella costruzione di opere pubbliche, negli ammasso grano e ammasso canapa, come guardiani delle fabbriche e nelle istituzioni pubbliche, l’impegno di mano d’opera fu: distilleria e zuccherificio: 270 unità; CAFIOC: 200; S.I.A.R.I.: 50, CATEXIL: 60; Canapificio: 120; S.A.I.M.M.: 150; CEL.NA: 500; C.A.L.E.F.O.: 50.
In totale 1450 capi famiglia, cioè la metà di quelli collocati in Agro Pontino, senza mezzi straordinari e il tutto in una sola frazione.

 

Tresigallo ed il nuovo riassetto urbanistico

Dal punto di vista urbanistico, il tracciato della nuova strada Ferrara-Tresigallo, oltre a essere un importante snodo viario, permette di dislocare le industrie vicino al paese ma, nello stesso tempo, queste sono separate da tale arteria di traffico; gli insediamenti sono infatti a sud del paese, oltre la strada, e ad ovest, su di una strada di bonifica che collega Tresigallo con Jolanda di Savoia.

Inoltre, osservando la pianta del paese, il quale ha una strana e insolita forma trapezoidale, si può comprendere come la scelta di Rossoni non sia stata casuale: egli dispone le arterie stradali in modo che fossero sviluppate attorno a una “croce di via” formata dal nuovo centralismo di viale Roma in direzione est-ovest, e in direzione nord-sud dalla via Filippo Corridoni che, dallo stabilimento CAFIOC, arriva dritto sino al cimitero, utilizzando uno schema urbanistico basato sull’assialità. All’estremità di quest’ultima via erano quindi rappresentati simbolicamente il Lavoro e il Riposo Eterno.

Agli estremi di viale Roma vi erano a est la chiesa parrocchiale e a ovest la Casa dell’Opera Nazionale Balilla, quasi a testimoniare il bisogno di religiosità ma anche di svago terreno. Sui lati di viale Roma si insediarono le maggiori attività commerciali del paese e la piazza di fronte alla chiesa diventò il vero centro del sito.

Anche piazza della Rivoluzione, metà quadrata e metà circolare, somigliante a un grande anfiteatro, rivestì per Rossoni parecchia importanza, tanto da indurlo a donare al Comune, affinché ne ornasse la fontana, le quattro statuette di bronzo raffiguranti le gazzelle.

Con l’intervento di Rossoni, si è passati certo da un’architettura di terra a una architettura di fabbrica.

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo e l’esperimento sociale di Rossoni: la città corporativa

A Tresigallo non ci fu solo un’evoluzione industriale dell’intero paese, ma pure un cambiamento sostanziale dell’apparato lavorativo, sia a livello individuale che collettivo. Riprendendo il dibattito tra “città” e “azienda”, è evidente, una volta studiato il caso, che Tresigallo non rientra in quelle città denominate autarchiche o nate dall’autarchia, come Torviscosa, Carbonia e Arsia. Tresigallo non sarà la città del padrone, finalizzata allo sfruttamento delle risorse in loco e costituita da una società divisa in classi; come non avrà una produzione monofunzionale (Torviscosa la cellulosa; Carbonia il carbone; Arsia la lignite).

Il nuovo apparato economico-lavorativo tresigallese viene concepito, secondo le concezioni rossoniane, per risolvere problemi nuovi e ancestrali attraverso la collaborazione di classe, basata sulla concatenazione gerarchica delle competenze e l’accentuazione degli sforzi per la creazione di maggiori capacità tecniche, nella visione condivisa di un interesse collettivo superiore. Non c’è dunque un mero sviluppo industriale, ma tutta la comunità ogni giorno è chiamata individualmente a realizzarsi nel proprio lavoro.

Anche dal punto di vista architettonico, non è un caso se a Tresigallo, a fianco delle case degli operai, si trovino le villette degli industriali; vicino a quelle dei braccianti si trovino quelle degli impiegati: tutte le categorie sociali dovevano aspirare alla serena coabitazione, civile e lavorativa. Assieme si andava a lavoro, ognuno con le proprie mansioni, e assieme si ritornava. I giardini e le recinzioni delle varie case confinavano tra loro. Questo sistema lavorativo-civile, basato sulla collaborazione di classe e su una “democrazia architettonica”, permetteva di abbassare notevolmente il divario – sociale e culturale – tra bracciante e capitalista, manovale e capo d’industria. Per questi motivi Tresigallo “supera” le città autarchiche e quelle rurali dell’Agro Pontino e di tutt’Italia: per la sua concezione economica-civile e la sua realizzazione urbanistica. Tra le città di fondazione, diviene così – col senno di poi – la più completa tra le città nuove, la sola e vera città corporativa realizzata nel ‘900.

I risultati concreti della diffusa industrializzazione del paese furono un aumento demografico e soprattutto la terziarizzazione dello scenario socio-economico. Tresigallo non era più il borgo agricolo costituito da braccianti, ma questi si erano trasformati in operai una volta inseritisi nelle fabbriche di nuova costruzione. Qui, hanno poi incontrato tecnici provenienti da altri paesi che li hanno addestrati alle più aggiornate tecnologie della lavorazione del legno, del ferro, al montaggio di parti staccate, al lavoro con macchine utensili, a una cantieristica moderna. Molti di questi operai sono diventati artigiani.

 

Tresigallo e la rivoluzione antropologica

Ma la rivoluzione è stata di ampiezze maggiori: si sono attirati capitali e lavoro, create nuove attività economiche, è stato un vero e proprio cambiamento antropologico, che ha mutato usi, tempi di vita, ritmi di lavoro, prospettive di vita, sogni.

Con la costruzione della nuova Tresigallo, c’è stata una vera e propria rivoluzione antropologica.
Ancora adesso gli anziani tresigallesi, a quel tempo bambini, ricordano quegli anni di grande sviluppo. L’anziano Vittore Castaldini ci confida che:

«La manodopera veniva da tutta la provincia: vennero dottori, chimici agrari, imprenditori con le loro famiglie, le quali si sono inserite con quelle del paese. I tresigallesi sono venuti a contatto con la cultura portata appunto da queste persone. Quando senti i vecchi tresigallesi parlare, magari iniziano il discorso in dialetto ma lo finiscono sempre in italiano. Questo è ancora il residuo di quell’epoca: pensa ai barbieri, a chi aveva il negozio, a chi vendeva la frutta: da un giorno all’altro vennero in contatto con persone che venivano dalla provincia, dalla regione, dalle città. Furono quasi obbligati i cittadini di Tresigallo a iniziare a parlare l’italiano per farsi capire. E questa fu una vera rivoluzione linguistica».

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Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina

Tresigallo ai giorni nostri

La meraviglia che emerge, a distanza di ottant’anni dalla rifondazione del paese, dalle parole di queste persone che hanno vissuto direttamente quell’epoca storica, esprime nella loro totalità il cambiamento avvenuto in pochissimi anni.

Alle soglie del 1939, sembrava che tutto procedesse per il meglio: un altro anno e Tresigallo sarebbe stato completato, con l’avviamento delle ultime fabbriche costruite e la costruzione degli ultimi edifici. Invece, nell’ottobre del 1939, Rossoni viene sollevato dalla carica di Ministro (la nascita di Tresigallo fu motivo di numerose accuse giunte a Rossoni da più parti, le quali hanno contribuito al suo allontanamento dalla carica di ministro). A peggiorare la situazione, è stata l’entrata in guerra da parte dell’Italia nel 1940, che provoca la chiusura definitiva dei lavori a Tresigallo; alcune fabbriche non entrano in funzione e solo una piccola parte di esse è stata riconvertita.

A distanza di ottanta anni, Tresigallo emerge tra le città di nuova fondazione caratterizzata dalla contemporaneità e dallo stile architettonico, che possiamo definire razionalista, per una visione dello stilema urbanistico diversa da quelle delle altre città di fondazione. Tresigallo rappresenta una felice quanto solitaria operazione di “democrazia urbanistica”.

Nel 2004 la Regione Emilia-Romagna ne ha riconosciuto l’appartenenza al prestigioso circuito delle Città d’Arte.

 

Visitare Tresigallo: luoghi capolavoro del razionalismo italiano

Piazza Repubblica
La piazza, che si colloca lungo l’asse urbano che collega il Cimitero (luogo della memoria) alla zona industriale (luogo del lavoro), crea un senso percettivo unitario esaltato dalla caratteristica forma a ferro di cavallo. Lo spazio è delimitato da una cortina di edifici pensati unicamente per il popolo, escludendo qualsiasi funzione di regime. Pur rappresentando il baricentro fisico del paese, infatti, la piazza non concentra in sé funzioni civili, politiche o rappresentative ma riveste un ruolo essenzialmente simbolico, formale e percettivo. Gli alti porticati su piazza della Repubblica ritagliano dunque uno spazio “ibrido”, in cui Pubblico e Privato cooperano per governare questo raffinato filtro spaziale, tra piazza ed abitazioni. L’unico edificio pubblico a funzione collettiva è il teatro, elemento mediano tra la piazza e viale Roma e accessibile da più lati.
E’ probabile che la forma ad arena fosse l’espressione di un desiderio diretto di Rossoni per fornire alla popolazione uno spazio attrezzato per spettacoli musicali e teatrali all’aperto; ipotesi che spiega la significativa assenza di quell’usuale palcoscenico retorico rappresentato dalla torre littoria, sostituito da quello spazio balconato, aggettante sulla piazza. Da notare inoltre che – andando contro la tradizione italiana – la piazza fu impreziosita dalla “passeggiata”: due filari di pini marittimi delineavano il perimetro dello spazio pubblico.

Chiesa e portici
La chiesa di Sant’Apollinare Martire, dall’originale facciata settecentesca, occultata negli anni ‘30, ed interamente rivestita con lastre di travertino impreziosite da bassorilievi in marmo candido, rappresenta l’unico episodio del genere nell’ambito delle differenti rifondazioni realizzate in Italia. Il nuovo intervento ha nascosto le origini romaniche dell’edificio (di cui si hanno notizie a partire dal 1044 d.C. e la cui unica testimonianza rimane la torre campanaria) e successivamente modificato in epoca barocca.
Il porticato della Chiesa, dall’impianto curvilineo e dalla forte simmetria, enfatizza prospetticamente l’intero snodo urbano che si apre su Via Verdi (un corso alberato che accoglie l’architettura sociale); cadenza il cornicione del lungo porticato che abbraccia la chiesa parrocchiale, una lunga sequenza di lapidee formelle in bassorilievo, che, con rara efficacia epigrammatica, raccontano didascalicamente al religioso pellegrino la cultura agricola della realtà rurale tresigallese pre-rossoniana, studiata e analizzata da Don Chendi, agrario locale del ‘600 (come la pigiatura dell’uva, la raccolta della frutta, la raccolta del granturco, attrezzi agricoli).
Un disegno di rara eleganza realizzato in struttura di cemento armato rivestito da intonaco in graniglia che simula, con incredibile efficacia, gli elementi lapidei.

Scuola Elementare
Uno degli edifici maggiormente rappresentativi del paese è la scuola elementare Forlanini. L’edificio era stato progettato per contenere dodici aule, con l’ingresso principale su piazzale Forlanini e due corpi laterali allungati. In realtà il numero delle aule è stato ridotto e il corpo laterale di destra non è mai stato costruito. Nel tempo è stata ampliamente rimaneggiata mediante interventi pesanti sulla forometria delle porte e delle finestre che ne hanno alterato l’immagine. La volumetria complessiva resta di fatto inalterata permettendo di apprezzare comunque la forma e l’imponenza dell’edificio. Attualmente è in corso uno studio per il recupero filologico dell’edificio.Il disegno delle aperture superiori è stato ampiamente rimaneggiato.

Campo Sportivo
Vero e proprio arco di trionfo, risulta poderoso ma privo di decorazioni.
Stiamo parlando dell’ingresso monumentale del campo sportivo (piazzale Forlanini) che costituisce, insieme alle facciate degli edifici circostanti, una vera e propria quinta scenica per questo polo urbano a carattere sociale. Realizzato in marmo travertino è il simbolo della Tresigallo razionalista; l’arco trionfale, espressione di quella romanità di cui il fascismo intendeva riappropriarsi, diventa una nuova porta del centro abitato alla quale si affiancava un portale di raccordo, ora rimosso. L’edificio ospitava al suo interno l’appartamento del custode del campo sportivo svolgendo pertanto una funzione che non era solo monumentale. L’edificio è stato restaurato nel 2006.

Sala da ballo Domus Tua
Sorta nella prima metà degli anni ‘30, la Domus Tua, nata come sala da ballo, aveva in origine uno sviluppo planimetrico maggiore. Negli anni ‘90, in seguito ad un incendio, il corpo retrostante è stato demolito, per lasciare spazio ad un complesso residenziale. La snella torretta enfatizza la funzione scenica dell’edificio, in posizione di ingresso al paese.
L’edificio è stato restaurato è convertito a struttura recettiva nel 2009.

Colonia post-Sanatoriale
La costruzione della Colonia Post-Sanatoriale fu appaltata alla cooperativa Muratori e Decoratori di Carpi, e iniziò ufficialmente l’8 febbraio del 1936. La ditta era diretta dal geom. Ferretti, l’architetto Turchi e l’assistente Bassoli. La Colonia Post-Sanatoriale fu realizzata a 5 piani (compreso l’interrato), con muri a intercapedine e col recinto perimetrale.
Al tempo dell’edificazione ospitava sole donne che, durante il periodo di convalescenza controllata, venivano preparate al reinserimento lavorativo apprendendo nozioni di lavoro professionale.
La Colonia – ultimo dell’intervento rossoniano – collocata al limite dell’abitato, centrale rispetto al parco che lo circonda, rappresenta per forme ed espressione architettonica une delle opere più importanti dell’ing. Frighi.
Spunta di scorcio, tra la rigogliosa vegetazione del parco circostante, l’aggetto del vano scale del corpo centrale (soluzione caratteristica dell’architettura “Novecentista” nazionale). Intorno all’impianto, un ricco polmone verde maschera al visitatore l’edificio sanatoriale, infilato nella scenografia del viale d’accesso. L’ingresso al parco circostante è sottolineato da due edifici gemelli di servizio, mentre l’imponente corpo principale a blocco, ancora parzialmente in funzione, rimane arretrato e conserva, in alcune sue parti, infissi e rivestimenti originari. Interessante il muro di cinta ora vincolato e, in particolare l’originale esedra che affaccia su via del Mare.
Degni di particolare nota sono il vano scale dell’edificio centrale che con la forma elicoidale produce un’affascinante ritmia spaziale e la cappella per funzioni religiose.

Albergo Domus Tua
L’edificio, costituito da un corpo centrale parallelepipedo con due volumi semicircolari apposti ai lati, deve la sua imponente massa volumetrica alla destinazione d’uso pubblica che ospitava in origine (era di fatti l’albergo di lusso Domus Tua). In questo caso le modifiche non interessano solo il sistema delle finiture ma, per adeguamenti funzionali, sono state aggiunte delle parti che ne hanno alterato l’originale disegno. L’edificio è stato ristrutturato e destinato a Casa Protetta nel 1990.

Casa del Fascio
La ex Casa del Fascio è uno degli edifici più eleganti e rappresentativi del regime, la cui monumentalità è espressa dallo sfalsamento dei volumi che articolano la facciata e dall’uso di materiali di pregio come il travertino romano.
Inizialmente, doveva sorgere sul nodo urbano di fronte alla Casa del Balilla, andando idealmente a delineare il fulcro dell’attività fisica (in contrapposizione a quella spirituale, rappresentata dalla chiesa, situata all’estremità opposta del viale principale del paese). Per problemi legati all’acquisto dell’area prescelta, la casa littoria venne realizzata lungo l’asse urbano di viale Roma in una posizione anomala perché priva del consueto slargo antistante per le adunate e perché percettivamente meno incombente sul resto della città. Per aumentare l’importanza e la forte valenza simbolica furono realizzati ai suoi fianchi due edifici gemelli utilizzando particolari espedienti prospettici e cromatici: l’altezza dei marciapiedi, il diverso allineamento sul fronte stradale e le differenti cromie dei materiali utilizzati nelle due fasce che compongono ciascun fronte sottolineano la monumentalità della Casa del Fascio e la verticalità della sua torre. Al piano terra erano collocate tutte le attività di controllo, come gli uffici amministrativi e la segreteria principale di partito, la sala riunioni ed adunate; mentre al primo piano gli ambienti accoglievano le sale del dopolavoro, oltre all’arengario, al balcone per le personalità illustri alla sinistra e al balcone per gli ospiti alla destra dell’arengario. I solai realizzati nella Casa del Fascio di Tresigallo sono in latero-cemento gettati in opera con elementi in laterizio Sap, prodotti dalle Fornaci RDB di Piacenza. Oggi è la caserma dei carabinieri.

Bar Roma
Secondo dei due edifici gemelli nati per enfatizzare l’imponenza della Casa Littoria (grazie alla posizione arretrata in pianta, al gioco cromatico alternato delle fasce del fronte e agli allineamenti orizzontali) conserva gran parte degli elementi originali. L’abbandono in cui versa, da un lato, ha evitato la sostituzione di dettagli di pregio (tra i quali spiccano gli infissi in ferrofinestra al piano terra e nel vano scale e ilo rivestimento del piano terra in litoceramica).
La scritta BAR ROMA, (dell’epoca, realizzata in pietra artificiale), ricorda caratteri futuristici.

Assicurazioni Generali Venezia
L’edificio è dedicato alla compagnia Assicurazioni Generali. Il corpo dell’edificio risulta interessante per la conformazione dei volumi che presentano forme pure e si impongono in modo deciso sulla scenografia di viale Roma. Edificio di rappresentanza, mantiene sulla facciata il bassorilievo con il simbolo dell’attività che ospitava. Il candore del finto travertino, scansito da piattabande murarie, ne segnala l’esemplare originalità.

Casa del Balilla
L’ex Casa Balilla (poi Casa della G.I.L) era il luogo della formazione fisico-ideologica dei giovani.
A Tresigallo, la Casa della GIL si propone come tipo edilizio isolato, dove il linguaggio appare semplificato, decisamente innovativo rispetto al fare architettonico del tempo, in linea con le avanguardie nazionali. I sottili aggetti in cls armato, le pareti curve, l’elemento architettonico della torre, il disegno stilizzato degli infissi, la bicromia giallo e rosso delle facciate sono solo alcune delle caratteristiche peculiari dell’edificio che lo fanno rientrare appieno tra le architetture del moderno italiano. L’impianto planimetrico della Casa del Balilla tiene fede alle disposizioni dettate dalla manualistica dell’epoca: nucleo ordinatore della Casa è la palestra di cui furono fissati orientamento, dimensioni, condizioni di illuminazione, rivestimenti per la pavimentazione e le pareti. Grandi aperture rivolte a sud-ovest, opportunatamente protette dai raggi solari e piccole aperture poste nella parte superiore, per potervi inserire le giuste attrezzature, illuminano un vasto spazio rivestito di sughero e finiture a gesso lisciato, per poter lasciar esercitare contemporaneamente 40 ragazzi, su un piano sopraelevato rispetto al piano stradale, in condizioni di igiene. Ad essa si affiancano gli spogliatoi, i servizi igienici e i locali accessori: in dimensioni decisamente più ridotte e distinti in volumi conclusi, come la sala lettura e la torre della scala, sono tra loro collegati e disposti attorno alla palestra.

Bagni
L’edificio, costruito in contemporanea con la Casa della GIL di cui era a servizio, collegato da un unico accesso e da aree sterne comuni, era destinato a spogliatoi e bagni per i giovani inquadrati nelle formazioni propagandistiche del regime. Funzionò come tale per un solo anno dopo di che fu abbandonato e negli anni fu radicalmente modificato con superfetazioni che ne hanno reso illeggibile il disegno originale. Restaurato nel 2010, oggi stupisce su via del lavoro, per volume e colore, essendo tornato alla sua immagine di estremo razionalismo e pulizia che lo aveva caratterizzato negli anni della sua costruzione.

Cimitero
Il Cimitero, il cui progetto risale al 1934 è situato al termine dell’asse prospettico che taglia il paese longitudinalmente e collega idealmente il cimitero alle fabbriche, attraverso piazza della Repubblica, con evidenti connotati simbolici. Il cimitero è circondato da un muro di cinta che viene spezzato, per sottolinearne l’ingresso, da un poderoso portale a trifora a chiusura del segmento urbano sopra citato.
Al suo interno è custodita la tomba celebrativa di Edmondo Rossoni – protagonista e fautore della rifondazione razionalista di Tresigallo – destinata ad ardere in modo perenne sullo svettante braciere di questa mitica ara. Il progetto del mausoleo è opera del valente architetto fiorentino Ugo Tarchi, rimasto nella storia dell’architettura del ‘900 per la realizzazione, tra le altre cose, dello straordinario Mausoleo dedicato a don Luigi Sturzo realizzato a Caltagirone.
All’entrata, due bassorilievi dell’epoca, stranamente asimmetrici, raffiguranti la madonna con in braccio Gesù bambino. Altra particolarità del luogo: è l’unico cimitero italiano dove, nel suo progetto originale, non compare il simbolo della croce.
Durante l’avvicinamento pedonale – chissà se qualcuno se ne è accorto – è particolarmente apprezzabile l’immagine, composta all’interno del fornice principale del portale, dell’angelo – opera dell’importante scultore Enzo Nenci – che sembra scivolare e nascondersi al di sotto della monumentale fiaccola in marmo verde del Brasile; mentre, quando ci allontaneremo dal cimitero – fateci caso – l’angelo, magicamente, ricomparirà, come per librarsi al di sopra del mausoleo e, sembrerebbe, quasi a proteggere i cittadini e la cittadina di Tresigallo, la Città d’Arte del ‘900. Sarà il volo dell’angelo che ci riaccompagnerà al centro di Tresigallo, dove si concluderà la nostra visita.

Sito archeologico industriale: Tresigallo
Settore industriale: Misto – Città di fondazione
Luogo: Tresigallo, provincia di Ferrara, regione Emilia Romagna, Italia
Testo a cura di: Il testo è stato interamente prodotto da Stefano Muroni, autore del libro “Tresigallo, città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno” edito da Pendragon www.pendragon.it Pp. 342 Pubblicato 8/10/2015 ISBN: 978-88-6598-632-5
Crediti fotografici:  per le immagini storiche si ringrazia l’archivio di Tresigallo, le immagini attuali sono state realizzate da Stefano Muroni e da Piero Cavallina




Ivrea: la città industriale di Adriano Olivetti – foto di Gianluca Giordano

Ivrea, in provincia di Torino, è uno splendido esempio della più moderna archeologia industriale che si candida a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO

La città industriale di Ivrea, vero e proprio paesaggio urbano, comprende gli edifici destinati alla produzione, ai servizi e alla civile abitazione che sono stati realizzati a partire dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta del Novecento. Tali edifici, progettati da una serie di importanti architetti, insieme al disegno urbano, sono la materializzazione dell’idea di ingegneria sociale che Adriano Olivetti mise in atto nel corso del Novecento

Ivrea si candida ad entrare nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO

Nel 2008 è stato istituito con decreto ministeriale un Comitato Nazionale promosso dalla Fondazione Adriano Olivetti in collaborazione con il Comune di Ivrea e il Politecnico di Milano e finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), dalla Regione Piemonte e dalla Fondazione Adriano Olivetti. Il Comitato Nazionale si è impegnato dell’analizzare il tema della valorizzazione del patrimonio architettonico moderno di Ivrea con l’obiettivo di intraprendere il lungo e complesso percorso che vedrebbe “Ivrea, città industriale del XX secolo” all’interno della Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Ivrea, città industriale del XX secolo” è la prima candidatura italiana nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO relativa a un sito industriale novecentesco.”

La candidatura di Ivrea è già stata esaminata a Parigi, tuttavia per una serie di motivazioni,  passerà al prossimo ciclo di valutazione che inizierà nel 2017, e sarà esaminata in occasione della 42° sessione del Comitato per il Patrimonio Mondiale nel corso dell’anno 2018.

Per promuovere la candidatura, il Comitato Nazionale ha prodotto un ampio dossier accompagnato da un ricco repertorio di immagini realizzate dal fotografo Gianluca Giordano.

Chi è Gianluca Giordano
Gianluca Giordano, fotografo di architettura. Docente a contratto di tecniche pittoriche antiche, arti visive, tecnologia, disegno e laboratorio di restauro in corsi di specializzazione post-diploma e post-laurea, Gianluca Giordano è fotografo ufficiale del dossier di candidatura patrimonio UNESCO “Ivrea Città industriale del XX secolo”.

 

Album del Patrimonio Industriale

Ivrea, la città industriale di Adriano Olivetti in alcune delle fotografie di Gianluca Giordano

Ivrea, la città industriale di Adriano Olivetti – Video che raccoglie le fotografie di Gianluca Giordano

https://www.youtube.com/watch?v=sipBNvR7nDc&feature=youtu.be




CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa – Nuovo libro dell’Associazione Crespi d’Adda

“CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa” è il titolo del nuovo libro pubblicato dall’Associazione Crespi d’Adda, dal 1991 impegnata nelle attività di ricerca, valorizzazione e promozione culturale e turistica del sito Patrimonio dell’Umanità di Crespi d’Adda.

“CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa” è una pubblicazione di cinquanta pagine dedicata alla narrazione delle vicende storiche di quello che fu, in origine, il Cotonificio Benigno Crespi, fondato nel 1878 dall’imprenditore bustocco Cristoforo Benigno Crespi e del villaggio operaio che quest’ultimo gli costruì intorno. Uno straordinario esperimento urbano e industriale che venne riconosciuto, nel 1995, meritevole dell’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità creato dall’Unesco. Il testo è impreziosito di settanta immagini, sia recenti che storiche. Queste ultime, provenienti da archivi privati e pubblici e scattate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, rappresentano una testimonianza eccezionale della vita operaia del tempo.

L’autore è Giorgio Ravasio, da molti anni in prima linea nella promozione culturale di Crespi d’Adda e dei territori limitrofi, che ha già pubblicato libri “Il castello sul fiume, la storia e le storie della fortificazione di Trezzo” e “Crespi d’Adda, città del lavoro proficuo, della metafora architettonica e dell’utopia sociale”.

Lo stesso autore dichiara:” Si tratta di un volume pensato per diffondere il più possibile la conoscenza di questo luogo e del suo valore. Crespi d’Adda ha ancora molto da insegnarci oggi perché rappresenta un modo di fare impresa che coniugava armoniosamente vita e lavoro, funzionalità e bellezza, natura e architettura. Oltretutto, oggi più che mai, è di fondamentale importanza riscoprire il valore della nostra gloriosa storia per preservarne il futuro. Il gesuita Matteo Ricci sosteneva che la memoria è un palazzo che si costruisce un tassello alla volta ma l’edificio poi è solido e indistruttibile. Ricordare, insomma, non solo per non dimenticare ma per costruire la terra su cui poggiare i nostri piedi.

Lucia Colombo, vicepresidente della Associazione Crespi d’Adda dichiara: “la pubblicazione vede la luce all’inizio della nostra stagione turistica che si apre proprio con il giorno di Pasqua. Si tratta di un prodotto editoriale completo ma snello che abbiamo pensato per tutti quei turisti alla ricerca di uno strumento agile e completo per l’interpretazione del luogo.
Il prezzo di due euro è stato pensato per favorirne l’acquisto anche da parte degli studenti delle scuole primarie e secondarie che potranno utilizzarlo per le ricerche e gli approfondimenti. Il valore sarebbe indiscutibilmente maggiore ma l’idea che ci ha guidato è stata quella di privilegiare la diffusione della conoscenza. Potete trovare tutte le informazioni sul nostro sito www.crespidadda.it”.

Il libro contiene anche due ulteriori contributi. Una prefazione di Andrea Biffi, biologo e naturalista, ideatore e coestensore della nomination di Crespi d’Adda per l’Unesco nel 1994, ed una postfazione di Simona Politini, fondatrice della piattaforma ArcheologiaIndustriale.net.

 

Dove acquistare il libro “CRESPI D’ADDA. Storia di una impresa”

Il libro è disponibile soltanto nei punti vendita di Crespi d’Adda al prezzo di 2 euro a partire da lunedì 4 aprile 2016
La versione digitale, invece, è acquistabile sin da subito al prezzo di 1 euro cliccando qua 




Viaggio nella Bellezza: I Villaggi Operai su Rai Storia | VIDEO

I villaggi operai vanno in onda su Rai Storia. Lunedì 14 marzo alle ore 22:00 il programma Viaggio nella Bellezza, all’interno del ciclo Abitare Italia, presenta un’intera puntata dedicata ai villaggi operai.


Insediamenti urbani dalle caratteristiche ben definite, i villaggi operai sorgono per raccordare la vita civile dei lavoratori e delle loro famiglie alle esigenze produttive. Attorno alle fabbriche si trovano dunque elementi quali la scuola, il teatro, le case operaie, la chiesa e quant’altro ancora possa facilitare la vita della forza lavoro al fine di incentivarne l’operosità.

Attraverso la puntata di Rai Storia dedicata ai villaggi operai scopriremo i siti di Crespi d’Adda – Patrimonio UNESCO, Torviscosa, Schio e Valdagno.

Viaggio nella Bellezza è un programma nato dalla collaborazione tra la RAI e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo allo scopo di presentare al grande pubblico il patrimonio culturale e artistico italiano.

La puntata “Abitare nell’età industriale: i villaggi operai“, è stata curata dalle registe RAI Lucrezia Lo Bianco e Alessandra Conforti.

Trailer Viaggio nella Bellezza – Abitare nell’età industriale: i villaggi operai

https://www.youtube.com/watch?v=MupFGQAOKWM

Archeologiaindustriale.net ha dato il suo supporto per la realizzazione dei contenuti della puntata




L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea

L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea (TO) conserva la documentazione di una delle aziende che ha segnato la storia economica del nostro paese, non solo da punto di vista tecnologico, ma anche per la cultura del lavoro che in essa si perseguiva.

La Olivetti – cenni storici

Costituita ad Ivrea nel 1908 come “prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”, fin dagli inizi l’Olivetti si distingue per l’attenzione alla tecnologia e all’innovazione, la cura del design, la presenza internazionale, la sensibilità verso gli aspetti sociali del lavoro e l’azione diretta a vantaggio dello sviluppo del territorio, sotto il profilo culturale ed urbanistico. Questi caratteri sono impressi dal fondatore Camillo Olivetti e in particolare dal figlio Adriano, che a metà degli anni Trenta, trasforma l’azienda familiare in un moderno gruppo industriale internazionale capace di conquistare in diversi campi e in diversi momenti storici, posizioni di assoluta eccellenza a livello mondiale.

In un ambiente favorevole alla libera espressione dello spirito di iniziativa e delle capacità personali, aperto alla cultura umanistica come a quella tecnico-ingegneristica, emergono numerosi personaggi di grande valore: operai che diventano direttori generali, intellettuali e umanisti che ricoprono cariche importanti, tecnici, economisti e strateghi di primo piano, grafici e designer che legano indissolubilmente il nome Olivetti all’eleganza delle forme e alla funzionalità dei prodotti.

Conquistate posizioni di leadership mondiale nei prodotti meccanici per ufficio, già negli anni ’50 l’Olivetti investe nella tecnologia elettronica con importanti risultati.

La scomparsa di Adriano Olivetti (1960) e il peso degli investimenti rallentano la transizione verso l’elettronica; ma nel 1965 esce il primo calcolatore elettronico da tavolo la Programma 101, nel 1978 la prima macchina per scrivere elettronica a livello mondiale e nel 1982 il primo PC professionale europeo.

Negli anni ’80, Olivetti accelera lo sviluppo nell’informatica e nei sistemi. I nuovi sviluppi delle telecomunicazioni, negli anni ’90 spingono l’Olivetti a spostare il baricentro verso questo settore, dapprima creando Omnitel (1990) e Infostrada (1995) e poi acquisendo il controllo di Telecom Italia (1999), con la quale si fonde nel 2003.

La Olivetti – Archivio Nazionale Cinema d’Impresa

https://www.youtube.com/watch?v=DeOyQzQ3b9s

L’Associazione Archivio Storico Olivetti – attività e scopi

Costituita a Ivrea nel 1998 su iniziativa della Società Olivetti, in accordo con la Fondazione Adriano Olivetti e con la partecipazione di importanti soci pubblici e privati, l’Associazione si occupa del recupero, della conservazione, gestione, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico documentale della Olivetti.

I fondi documentali sono costituiti da documenti, lettere, libri, giornali, riviste, manifesti, disegni, foto, filmati, audiovisivi, prodotti, modellini e plastici, che divengono oggetto di un sistematico lavoro di schedatura elettronica e per quanto possibile di digitalizzazione.

L’attività dell’Associazione non si esaurisce con l’impegno strettamente archivistico di recupero, catalogazione e conservazione dei documenti, ma si manifesta anche attraverso l’attività di assistenza e consulenza nei confronti di studiosi e ricercatori, di collaborazione con iniziative culturali di enti privati e pubblici, di realizzazione di mostre, filmati, conferenze, studi, ricerche e pubblicazioni finalizzate a promuovere e approfondire la conoscenza della storia e dei valori olivettiani.

Con questa medesima finalità l’Associazione gestisce e continuamente arricchisce il suo portale www.storiaolivetti.it che attraverso testi e foto gallery illustra diversi aspetti della storia olivettiana.

L’Associazione conserva anche una Biblioteca Specialistica che fa parte del coordinamento delle biblioteche speciali e specialistiche di Torino, e che conta al momento oltre 21.000 titoli ivrea.erasmo.it; l’Emeroteca raccoglie 186 periodici italiani ed esteri (tra cui gli house organ delle consociate della Società).

L’Associazione svolge attività educative, organizza tour didattici per le scuole e attività formative per le aziende del territorio, anche oltre l’ambito regionale; promuove e conduce visite (gratuite) per le scuole, di ogni ordine e grado, alla mostra permanente, Cento anni di Olivetti, il progetto industriale.

Dichiarato nel 1998 di “notevole interesse storico” da parte della Soprintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, l’Archivio Storico Olivetti è nella Rete di Archivi d’Impresa, progetto della Direzione Generale per gli Archivi e collabora allo sviluppo di temi e percorsi del Portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN) e del Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA). È tra i soci fondatori dell’Associazione Nazionale degli Archivi e dei Musei d’Impresa, Museimpresa; nel 2005 diventa socio dell’AAA/Italia, l’Associazione nazionale degli Archivi di Architettura contemporanea.

L’Archivio collabora inoltre con molti enti del Territorio, tra cui il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli Studi di Torino sede di Ivrea, e l’Accademia dell’Hardware e del Software libero “Adriano Olivetti”. È partner tecnico-scientifico del Tavolo di coordinamento della Candidatura Unesco di Ivrea città industriale del XX secolo.

Sito archeologico industriale: Archivio Storico Olivetti
Settore industriale: Industria tecnologica
Luogo: Ivrea, Torino, Piemonte, Italia
Proprietà e Gestione: Olivetti / Telecom Italia SpA – www.arcoliv.org
Testo a cura di: Associazione Archivio Storico Olivetti




La Fondazione Dalmine presenta “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada”

La Fondazione Dalmine ospita la mostra “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada”, un evento organizzato nell’ambito del programma Triennale Xtra: in viaggio con la Triennale, mostre ed eventi di architettura, arte e design nei capoluoghi lombardi.

L’esposizione, curata da Andrea Gritti, è dedicata ai 49 Km di autostrada tracciati nel 1927 tra Milano e Bergamo: un campione significativo del territorio lombardo per l’enorme quantità di flussi che supportano e per l’implicito ruolo di “vetrina” delle trasformazioni territoriali che vi si sono addensate in meno di un secolo. Questo segmento della rete autostradale appare come il luogo dove oggi si svolge un conflitto cruciale tra sistemi eccezionali, dedicati alla regolazione del transito veloce su automezzi, e forme ordinarie di urbanizzazione, che li stringono d’assedio.

L’autostrada tracciata nel 1927 per collegare Milano e Bergamo non è solo la parte essenziale del sistema infrastrutturale che vertebra il territorio lombardo, ma è soprattutto il suo specchio, la “vetrina” dove si mostrano, a volte precocemente a volte tardivamente, le sue trasformazioni.

Dalmine: autostrada – territorio – industria

Storia dell’industria e storia del territorio sono inscindibilmente correlate. Il caso di Tenaris a Dalmine è particolarmente significativo. Dal 1906 e per oltre un secolo, l’azienda, oggi leader globale nella produzione di tubi in acciaio e servizi per l’industria energetica mondiale e per altre applicazioni industriali, si è insediata e sviluppata in una costante relazione con lo spazio circostante, realizzando impianti produttivi, servizi, abitazioni, sistemi viari. Questo processo, che ha condotto alla nascita di una company town, ha incrociato, dalla metà degli anni ’20, quello di costruzione e ampliamento dell’Autostrada MI-BG, sostenuta dalla stessa azienda in veste di membro del comitato promotore e poi di socio di minoranza. Dal 1927, lo stabilimento costituisce un vincolo fisico allo sviluppo del tracciato autostradale. In occasione delle espansioni impiantistiche degli anni ’30, ’50 e ’70, l’autostrada è per contro il confine lungo il quale l’azienda riorganizza spazi produttivi e infrastrutture. E, ancora, l’area industriale perimetrale è quella su cui si estendono, negli anni ’60, il raddoppio di corsia e il casello autostradale. Limite, quindi, ma al contempo punto di riferimento reciproco: questa è la chiave con cui, oggi, assume particolare attualità la storia della relazione fra questi due protagonisti del paesaggio antropizzato.”*

*Introduzione del catalogo della mostra di Carolina Lussana

La mostra

Come uno specchio questa autostrada è uno strumento per capire come e perché le cose stanno cambiando al suo interno e al suo intorno, registrare i segni del tempo recente, commentare l’attualità, interpretare il futuro prossimo in una delle aree metropolitane più critiche d’Europa. Mossi da questo convincimento i curatori e i ricercatori coinvolti nella preparazione di questa mostra hanno percorso e attraversato i 49 km del tracciato originale della Milano-Bergamo, partendo da punti di osservazione diversi, ma con l’intento di convergere verso un obiettivo comune: rappresentare il formidabile attrito generato dall’incontro tra questa autostrada e il territorio che attraversa.

L’allestimento di questa mostra consiste nella disseminazione di frammenti e testimonianze della presenza dell’autostrada dentro il tessuto urbano della company town di Dalmine, un emblema inevitabilmente complementare a quello della modernità autostradale.
Il principio adottato per questa scomposizione esprime un debito nei confronti della ricerca archeologica, in un certo senso ripercorrendo il tragitto che mezzo secolo fa avevano tracciato i pionieri dell’archeologia industriale. Rilievi, sondaggi, repertori, inventari sono pertanto il supporto di una stratigrafia che ha provato a ridurre questo tratto di autostrada in elementi, a riconoscere i paesaggi che attraversa, a nominare le architetture che lo hanno identificato come specifico contesto, a esporre le fotografie che li rappresentano simultaneamente.

La scomposizione in temi e conseguentemente in oggetti da mostrare è messa in scena negli allestimenti delle diverse sedi della mostra. Presso la Fondazione Dalmine i disegni, le immagini e i video che descrivono le architetture campeggiano dentro gli spazi domestici di una delle antiche palazzine e sono realmente circondati dalle tavole a scala geografica e dalle schede botaniche di dettaglio installate nel parco per descrivere i paesaggi naturali, agricoli, residuali.
Sotto le volte della pensilina dell’autostazione, eccezionalmente liberate da altri usi civici, sono allestiti gli elementi che provengono dai siti industriali dove prendono forma i pezzi e le parti dell’ingegneria autostradale. Infine nell’ex spaccio aziendale della Dalmine, restituito all’aspetto originale, con le grandi altezze interne nelle cinque navate completamente visibili, si trovano le due gallerie nelle quali sono state disposte le fotografie, che documentano la lunga campagna di ricognizione e osservazione che ha accompagnato tutte le fasi della ricerca.

“Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada” è il frutto della collaborazione tra la Triennale di Milano, la Regione Lombardia, il Comune di Dalmine, la Fondazione Dalmine, la Fondazione Bergamo nella storia, la Fondazione Sestini e Confindustria Bergamo.

Hanno patrocinato l’iniziativa il Comune di Bergamo, la Presidenza Regionale Lombardia del Fondo Ambiente Italiano, l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Bergamo, l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Brescia, la Scuola di Architettura e Società e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Bergamo.

Conferenze e visite guidate

Alla mostra “Mi-Bg. 49 km visti dall’autostrada” è affiancato un programma di conferenze e visite guidate organizzate con la collaborazione dell’Associazione Bergamo Scienza e della Fondazione Dalmine.

Save The Date:
13 ottobre 2015 | ore 18.00
Peppino Ortoleva conversa con curatori, studiosi e fotografi
A seguire visita guidata
Ingresso libero

17 ottobre 2015 | ore 15.00 – 18.00
Visite guidate con i curatori

Info

Quando:
28.09.2015 / 31.10.2015
Dove:
Dalmine (BG)
Fondazione Dalmine – Piazza Caduti del 6 luglio 1944, 1
Pensilina autostazione – Piazzale del Risorgimento
Ex spaccio aziendale Dalmine S.P.A. – via Cavour, 4
Orari di apertura:
dal lunedì al venerdì 15.00-18.00

Ingresso libero
Contatti:
tel 035 560 3418 segreteria@fondazionedalmine.org




D17. Fotografie Da Re – Archivio Fondazione Dalmine

TenarisDalmine presenta la mostra D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine.

L’esposizione, curata dalla Fondazione Dalmine, si terrà dal 28 febbraio al 22 marzo nei prestigiosi spazi delle Scuderie della Villa Borromeo d’Adda, in collaborazione con il Comune di Arcore, Assessorato alla Cultura.

La Fondazione Dalmine è attiva dal 1999 nella diffusione della cultura industriale e nella valorizzazione del ricco archivio storico di TenarisDalmine, che conserva fra l’altro oltre 35.000 immagini relative a impianti, processi, prodotti, persone, attività, spazi industriali. Questo patrimonio visivo risale al 1906 – anno di fondazione dello stabilimento di Dalmine, il più antico di Tenaris – includendo via via documenti e foto storiche su altri siti produttivi che nel corso del tempo sono entrati a far parte di TenarisDalmine.

La mostra D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine propone una selezione di immagini storiche realizzate tra gli anni ’30 e gli anni ’70 dallo studio bergamasco dei fotografi Da Re, che per oltre mezzo secolo ha collaborato strettamente con l’impresa. D17 è infatti la sigla in codice con cui lo studio identificava le fotografie realizzate per conto dell’azienda nell’epoca in cui era denominata Dalmine (da cui la lettera D): foto di siti produttivi, realizzazioni, prodotti che raccontano, con l’efficacia di un linguaggio universale, una storia dalle radici molto lontane.

Le immagini presentate nella mostra offrono al pubblico alcuni percorsi che non raccontano una storia lineare nel tempo, ma al contrario propongono un gioco di rimandi visivi e di letture inedite, che vanno al di là del contenuto storico e informativo specifico. Sebbene relativi al sito di Dalmine e a un limitato periodo della ben più lunga vicenda aziendale gli scatti esposti in D17 sono in primo luogo un omaggio agli autori, al loro “lavoro” di fotografi. Ma sono anche un esempio dell’efficacia, ricchezza e forza espressiva della fotografia come linguaggio ideale per rappresentare il mondo dell’industria e del lavoro. Queste immagini storiche sono uno spaccato singolare di una cultura, quella industriale, che Sandro e Umberto Da Re hanno saputo interpretare seguendo le esigenze della committenza senza rinunciare allo stile e alla qualità formale di autori.
La mostra è corredata da video, oggetti storici, apparati informativi sulla storia dello Studio Da Re e sulla storia dell’azienda. Anche per questo motivo, è proposta alle scuole primarie e secondarie del Comune di Arcore nell’ambito di un programma di visite guidate curato e gestito dal team didattico della Fondazione Dalmine (www.3-19.org). Sono inoltre previste visite per gruppi, su prenotazione (www.fondazionedalmine.org).

D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine, in questa tappa espressamente dedicata ad Arcore, è alla sua terza edizione, dopo il debutto alla GAMeC di Bergamo nel 2012 e l’allestimento al Museo Nazionale di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano nel 2013, entrambi curati da Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini. Con questa edizione nella prestigiosa sede delle scuderie di Villa Borromeo, la Fondazione Dalmine prosegue un filone di attività culturali dedicate alla fotografia e al rapporto che, nel corso di oltre cento anni di storia, ha legato l’azienda TenarisDalmine all’operato di importanti fotografi, confermando anche il proprio impegno nella promozione della cultura industriale non solo attraverso la conservazione degli archivi aziendale, ma anche attraverso la divulgazione al pubblico di temi legati alla storia come elemento per comprendere la contemporaneità.

Fondazione DalmineComune di Arcore

Informazioni

D17. Fotografie Da Re dall’archivio della Fondazione Dalmine
28 febbraio – 22 marzo 2015
Scuderie del parco della Villa Borromeo D’Adda, Arcore
Inaugurazione sabato 28 febbraio, ore 17.00

Orari
sabato e domenica: 15.00 | 18.00
feriali: su prenotazione scuole e gruppi
ingresso gratuito

Fondazione Dalmine
Manuel Tonolini
T +39 035 5603418 / C +39 3299016366
segreteria@fondazionedalmine.org
www.fondazione.dalmine.it

Comune di Arcore
T +39 039 616158
bibarcore@sbv.mi.it
comune.arcore.mb.it