Turismo geotermico: crescono i numeri in Toscana con Enel Green Power

Al via la stagione 2018 del turismo geotermico in Toscana che nel 2017 ha fatto un nuovo balzo in avanti registrando  oltre 60mila visite

Turismo geotermico in Toscana: boom di visitatori nel 2017

Il turismo geotermico si conferma una realtà consolidata: anche per il 2017, come avvenuto nel 2016, i dati di Enel Green Power confermano oltre 60mila accessi ai territori geotermici, la cui peculiarità sta diventando sempre di più un’attrazione turistica e culturale per scuole, gruppi, turisti e visitatori provenienti dall’Italia e da molte parti del mondo.

Museo della Geotermia di Larderello e i siti per l’energia geotermica di Enel Green Power: un nuovo “polo” turistico

Il Museo della Geotermia di Larderello nel comune di Pomarance – che nel novembre 2017 ha aggiunto al piano terra con 10 sale interattive anche la nuova ala al primo piano che era l’abitazione del De Larderel con ulteriori 12 sale che accolgono la biblioteca storica, le origini di Larderello, il suo sviluppo dalla chimica all’attività elettrica, l’archivio storico fotografico – ha fatto segnare circa 27mila visite, mentre il Parco delle Biancane nel territorio comunale di Monterotondo Marittimo ha registrato oltre 17mila accessi.

Circa 6mila gli accessi al Parco delle Fumarole di Sasso Pisano, nel comune di Castelnuovo Val di Cecina, alle manifestazioni naturali di San Federigo e altre diffuse nel territorio, al percorso del trekking geotermico che collega le Fumarole alle Biancane, a cui si aggiungono le oltre 10mila presenze delle Centrali Aperte 2017 e degli eventi della stagione estiva promossi da Enel Green Power e istituzioni nell’area tradizionale di Larderello, Monterotondo Marittimo, Castelnuovo VdC e Monteverdi Marittimo o nelle aree di Radicondoli, Chiusdino, Montieri, e del Monte Amiata senese e grossetano (Piancastagnaio, Santa Fiora, Arcidosso), dove il percorso turistico di 700 metri liberamente fruibile intorno alle centrali di Bagnore e la collaborazione didattica con l’Acquedotto del Fiora hanno richiamato numerosi visitatori.

Delle circa 120mila presenze complessive nel comprensorio definito “geotermico” (dati Centro Studi Turistici) oltre 60mila sono quindi relative al solo “turismo geotermico”. Un’offerta turistica che va arricchendosi sempre di più grazie alle attività di promozione del territorio portata avanti da Co.Svi.G. (Consorzio Sviluppo Aree Geotermiche) e dai Comuni geotermici, nonché dalla filiera agricola della Comunità del Cibo ad Energie Rinnovabili, fondata da Co.Svi.G., Fondazione SlowFood per la biodiversità e SlowFood Toscana.

La nuova guida per il turismo geotermico in Toscana: Le colline del vapore

A raccontare queste realtà, oltre al libro “Un Viaggio in Toscana – La via della Geotermia: dalla Val di Cecina all’Amiata” (Effigi editore) uscito nel 2015, sta contribuendo anche la guida turistica “Le colline del Vapore” edita nel febbraio 2018 da Viatoribus con la collaborazione di Co.Svi.G. e delle Amministrazioni Comunali di Pomarance, Castelnuovo Val di Cecina, Monterotondo Marittimo, Monteverdi Marittimo, Radicondoli e Montieri: un testo originale, utile ai turisti ma anche a chi il territorio lo vive, che di fatto ha aperto la stagione turistica 2018 in cui come ogni anno sono in programma eventi, iniziative e centrali aperte legate peraltro all’anniversario dei 200 anni dall’inizio dell’attività industriale geotermica, legata all’utilizzo della geotermia per usi chimici avviata dal Conte Francesco De Larderel nel 1818.

Turismo geotermico, Massimo Montemaggi Enel Green Power: “Una parte importante del distretto della geotermia in Toscana”

“Il turismo geotermico – ha dichiarato Massimo Montemaggi, responsabile geotermia Enel Green Power – è ormai una parte importante del distretto della geotermia toscana: si tratta di un risultato possibile grazie alla collaborazione tra Enel Green Power, Co.Svi.G., Regione Toscana, Amministrazioni Comunali, Comunità del Cibo a Energie Rinnovabili, Museo Le Energie del territorio di Radicondoli, Centro Visite del Parco delle Biancane di Monterotondo Marittimo, Pro Loco, Associazioni e Uffici turistici dei territori geotermici tradizionali e dell’Amiata. Tutti hanno lavorato molto sulla promozione e sulla cura degli itinerari di visita, facendo dei luoghi della geotermia un punto di riferimento per il turismo nazionale e internazionale.”




Enel, Futur-e: tre ipotesi di recupero per l’ex miniera di Santa Barbara in Toscana

Nuova vita per la ex miniera di Santa Barbara di Enel. Sulla base del modello Futur-e si formulano tre ipotesi di riconversione del sito minerario toscano, parte del nostro patrimonio industriale.


 
Da martedì 10 ottobre, fino a venerdì 13 ottobre, circa 60 studenti internazionali di architettura e urbanistica del Politecnico di Milano e dell’Università degli Studi di Firenze del IV e V anno lavoreranno presso l’Incubatore di Impresa di Cavriglia, elaborando gli scenari individuati per il futuro dell’ex area mineraria Enel di Santa Barbara (Arezzo) sulla base dei risultati del workshop organizzato a Cavriglia il 25 settembre con rappresentanti delle istituzioni, esperti ed imprenditori locali.

Prosegue così la procedura basata sul modello Futur-e.
Futur-e è il programma lanciato dall’azienda per riqualificare i siti di 23 centrali termoelettriche che hanno concluso il loro ruolo nel sistema energetico o stanno per farlo: attraverso soluzioni sostenibili e innovative, le dismissioni degli impianti diventano nuove opportunità per i territori che le ospitano.

Questa attività di studio e confronto per il recupero e la riqualificazione dell’area si va ad integrare ai progetti già esistenti. Infatti, mentre l’omonima centrale, convertita dal 2006 in un impianto a ciclo combinato, rimane attiva, la miniera di Santa Barbara, non più utilizzata dal 1994, è già al centro di un progetto di recupero e riqualificazione, uno dei piani di riassetto ambientali più importanti d’Italia grazie alla collaborazione tra Regione Toscana, Comuni ed azienda.

 

 

Futur-e, ex miniera di Santa Barbara Enel: tre ipotesi di riqualificazione

Tre le ipotesi di sviluppo per la riqualificazione dell’ex area mineraria di Santa Barbara che sono state tratteggiate durante i workshop: parco cicloturistico; parco agricolo e artistico; ricerca nel campo della geologia e attività produttive innovative. A valle di un sopralluogo dell’area ed una visita di alcuni siti cardine del territorio circostante, gli studenti opereranno in gruppi, ognuno dei quali svilupperà un masterplan relativo ad uno dei tre scenari ipotizzati.

I risultati dei lavori verranno presentati al termine della tre giorni e sviluppati successivamente dagli studenti durante il semestre, nei corsi di “Planning in Historical Context Studio” della Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni del Politecnico di Milano, Polo Territoriale di Mantova tenuto dai proff. Alessandro Balducci e Chiara Geroldi con la collaborazione di Andrea Castellani, Francesco Galli e Alexanda Mary Haddad e nel corso di “Politiche urbane e territoriali”, della Scuola di Architettura dell’Università di Firenze, Polo Territoriale di Empoli, tenuto dalla prof.ssa Camilla Perrone con la collaborazione di Maddalena Rossi e Flavia Giallorenzo. I lavori degli studenti, ad uno stadio più elaborato, verranno successivamente presentati in una mostra pubblica a Cavriglia nel mese di dicembre, utile per ottenere osservazioni e commenti dalle istituzioni locali e dai cittadini.”

“Abbiamo sempre creduto che l’area ex mineraria continui a rappresentare una risorsa per il Comune di Cavriglia e per l’intero territorio – commenta il Sindaco di Cavriglia, Leonardo Degl’Innocenti o Sanni – e adesso ci apprestiamo ad accogliere tanti giovani ricercatori che, con il loro entusiasmo e le loro competenze, saranno sicuramente in grado di dar seguito al lavoro del workshop dello scorso 25 settembre. Per la nostra Amministrazione il progetto Futur-e promosso da Enel rappresenta infatti un’opportunità unica per integrare i progetti di riassetto del territorio divenuti necessari in un’area che, prima dell’esaurimento del bacino lignitifero risalente a oltre 20 anni fa, per decenni è stata il cuore pulsante dell’economia valdarnese”.




Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino – il Film

Scopriamo Rosignano Solvay, frazione più popolata del comune di Rosignano Marittima in provincia di Livorno in Toscana, uno dei più significativi esempi di company town.

Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino è il progetto video che racconta storia e storie della cittadina toscana cresciuta attorno alla fabbrica chimica Solvay, tanto da prenderne il nome nel 1917.

Save The Date

Venerdì 6 ottobre alle 14:30 presso l’Unicredit Pavilion di Piazza Gae Aulenti a Milano, nel contesto del Festival Visioni dal Mondo, ci sarà la proiezione del film Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino (55 minuti). Al termine un breve incontro con i registi. Ingresso libero.


Rosignano Solvay – La fabbrica che si fece giardino (Trailer 30”) from PONGOFILMS on Vimeo.

 

Storia della company town Rosignano Solvay

All’inizio del Novecento, il famoso inventore e industriale belga Ernest Solvay si interessa ad un piccolo tratto di costa in Toscana, sotto Livorno. La presenza delle materie prime necessarie alla fabbricazione della soda inducono Solvay a costruire un grande stabilimento, cambiando per sempre il destino di quelle zone.

Sul modello di altre città europee dove erano presenti altri stabilimenti, Solvay decide di mettere in atto una grande operazione che non è solo industriale ma anche urbanistica e architettonica. Consapevole però di essere in Toscana, nella culla dell’arte e del Rinascimento, vi si dedica con particolare impegno, coinvolgendo grandi architetti e pianificatori.

Il risultato è una straordinaria company town, una cittadina pensata per i bisogni dell’azienda ma allo stesso tempo attenta a tutte le necessità della comunità che è in gran parte formata dai lavoratori Solvay e dalle loro famiglie. Un legame talmente forte che nel 1917, quello che inizialmente era solo un agglomerato urbano diventa Rosignano Solvay.

Ai piedi dello stabilimento case fatte di mattoncini, eleganti architetture, tutto rigorosamente Solvay e poi tanto verde. Viali alberati, palme, giardini che vanno a creare il cosiddetto Villaggio Solvay, con uno stile unico che lo rendono un luogo atipico e affascinante.

Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino: il Film

Un secolo dopo tante cose sono cambiate: cos’è rimasto di quel modello?

Il film Rosignano Solvay. La fabbrica che si fece giardino racconta Rosignano Solvay da vari punti di vista: storico, architettonico, urbanistico e sociale, con interviste ad esperti ma soprattutto a chi Rosignano la vive tutti i giorni e che magari ha lavorato nella fabbrica. Ne esce il ritratto sfaccettato di una città al bivio, fatto da un passato glorioso che riempie di orgoglio i cittadini, un presente incerto che vive una profonda transizione e un futuro tutto da pensare.

Cast artistico e tecnico
Regia: Gabriele Veronesi, Federico La Piccirella
DOP: Marco Brandoli
Editing: Gabriele Veronesi
Sound editor: Demis Bertani
Graphics & animation: Stefano Villani
Produzione: Taiga srl

Gabriele Veronesi (Modena, 1985) è un filmaker e giornalista modenese, lavora nel settore della produzione audiovisiva dal 2009 dedicandosi a reportage, documentari e advertising.

Federico La Piccirella (Bologna, 1986). Si laurea in Ingegneria-Architettura, formandosi tra l’Ateneo di Bologna e il Dessau Institute of Architecture, Bauhaus (Germania). Dal 2013 collabora presso lo studio di Mario Cucinella Architects (Italia).




Arena Geotermica di Larderello, un nuovo spazio culturale firmato Enel

Ecco l’Arena Geotermica di Larderello, un grande spazio per spettacoli all’interno dela torre di raffreddamento.

Un’arena per spettacoli, eventi e manifestazioni del territorio dell’alta Val di Cecina in un contesto più unico che raro: è questa, in sintesi, la nuova opera realizzata a Larderello da Enel Green Power in collaborazione con il Comune di Pomarance.

 

Arena Geotermica di Larderello, Enel Green Power: la struttura

La nuova struttura, utilizzata in anteprima per la rassegna Fra Terra e Cielo, si trova nell’area della centrale geotermica Nuova Larderello, già Larderello 3, e sorge all’interno della vecchia torre di raffreddamento la cui parte superiore è stata demolita, mentre il basamento e l’opera inferiore sono stati mantenuti e ristrutturati per dare forma a una grande arena all’interno della quale sorge un ampio spazio per spettacoli a cielo aperto, che può contenere fino a 300 persone.

L’acustica è ottima grazie all’ambiente delimitato dalle pareti basse della torre di raffreddamento e lo scenario nel suo complesso è davvero suggestivo perché unisce elementi di archeologia industriale a una moderna concezione di teatro contemporaneo, a cui si accede da appositi ingressi oppure da scale di nuova fattura.

Arena Geotermica di Larderello, Elen Green Power: i promotori dell’opera

L’Arena Geotermica è stata realizzata da Enel Green Power che ha fatto un investimento importante per dotare uno dei territori simbolo della geotermia nel mondo di uno spazio che fosse identificativo di questa energia pulita e rinnovabile.

L’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione con il Comune di Pomarance (dove si trova già il Museo della Geotermia) e con il sindaco Loris Martignoni, da anni impegnati per la valorizzazione storica, culturale e artistica dell’area geotermica.

“Siamo molto soddisfatti – ha detto Massimo Montemaggi, responsabile geotermia Enel Green Power – di aver realizzato questa opera unica al mondo, ci auguriamo possa diventare un punto di riferimento per l’arte e per la cultura in Toscana e in Italia. Insieme al Comune di Pomarance, che ringraziamo per la collaborazione, organizzeremo un momento di inaugurazione e presentazione ufficiale per illustrare tutte le potenzialità di questo luogo”.




La Via della Carta: le cartiere di Lucca e il turismo industriale

Dalla fabbricazione della carta al turismo industriale, nuova vita alle cartiere di Lucca.

Storia della carta a Lucca

La fabbricazione della carta a Lucca ha origini molto lontane nel tempo ed è strettamente legata alla ricchezza di acqua presente nel territorio.
Una prima importante traccia è datata 1307, anno in cui viene creata la Corporazione dei Cartolai a Lucca, i cartolai si dedicavano alla produzione di carta pergamena per scrivere (prodotta con il vello degli animali – ovini e caprini – anche chiamata cartapecora).

La prima vera cartiera a Lucca nasce nella metà del ‘500 nel borgo di Villa Basilica ad opera di Vincenzo Busdraghi. La sede è un vecchio mulino, attrezzato e restaurato, grazie anche all’aiuto economico della famiglia nobile lucchese Buonvisi. Per circa un secolo questa rimane l’unica cartiera nel territorio lucchese.

Intorno alla metà del ‘600 alcune importanti famiglie nobili lucchesi, ed in particolare la famiglia Biagi, cominciano a dedicarsi al business della carta e, alla fine del secolo, nello Stato di Lucca si contano ben 8 cartiere: la cartiera Buonvisi, la cartiera Montecatini a Piegaio, la cartiera Biscotti a Villa Basilica, la cartiera Tegrimi a Vorno, la cartiera del capitano Francesco Pacini a Villa Basilica, la cartiera Grassi, la cartiera di Anchiano e la cartiera di Collodi.

In questo periodo le cartiere dell’area lucchese sono generalmente su tre piani, che corrispondono alle fasi di lavorazione della carta: al pianterreno ci sono il tino (la vasca dove vengono lavati gli stracci) e le pile (sorta di magli di legno mossi ad intervalli regolari da mulini ad acqua per la triturazione degli stracci); al primo piano vengono preparati gli stracci, ultimati i lavori di rifinitura della carta ed eseguito il confezionamento in risme e in balle; all’ultimo piano trova posto lo stenditoio per l’asciugatura.

Le 8 cartiere di questo periodo raggiungono una produzione annuale di 16.000/20.000 risme di carta. Tuttavia proprio questa fioritura di cartiere e la conseguente prosperità portano, verso la fine del ‘600, alla guerra degli stracci: una contesa tra alcuni mercanti che, salpando dal porto di Viareggio vogliono esportare gli stracci, e gli imprenditori delle cartiere, che desiderano conservare in patria la materia prima. Ad ottenere la meglio sono i fabbrichieri della carta, così che l’esportazione degli stracci venne limitata e regolamentata. Il ‘700 si caratterizza come teatro di forti sviluppi nel settore e la carta continua ad essere fonte di un’intensa attività a Lucca.

Si arriva così alle soglie del XIX secolo, che porta con sé la rivoluzione della carta paglia: un farmacista di Villa Basilica, Stefano Franchi, inventa per caso la carta-paglia, ossia la carta gialla usata per imballare. Si tratta di un composto di paglia, calcina e acqua. Grazie a questa “invenzione” può essere creato un prodotto di facile rifornimento e a basso costo. Il successo ottenuto è davvero notevole: basti pensare che nel 1911 la provincia di Lucca “vanta” 106 cartiere artigianali e a conduzione familiare, con circa 1.400 addetti in totale soprattutto donne. Un contesto nel quale proprio la carta-paglia continua ad essere il prodotto principale con 65.000 quintali di produzione l’anno. Tanta è l’importanza della carta-paglia, che proprio nel quartiere lucchese di Borgo Giannotti viene stabilito il prezzo della materia prima (la paglia) e definito il costo di riferimento per tutta Europa.

Nel dopoguerra diverse cartiere attuarono una profonda riconversione industriale modificando i sistemi di lavorazione della carta. Infatti la materia prima che veniva sempre più usata era rappresentata da “carta da macero” e l’asciugamento avveniva a “caldo”: la carta usciva dalla macchina già completamente asciutta. Con questo sistema si sono resi inutili i locali adibiti a “spanditoi” che poi con il passare del tempo sono andati in decadenza. Questa nuova lavorazione ha procurato un notevole incremento della produzione in termini quantitativi; la forza idraulica venne sostituita dalla forza motrice dell’energia elettrica e si rese necessario avere aree a corredo sempre più ampie.

Nel 1971 le cartiere di Lucca sono 211 e proprio negli anni Settanta la carta-paglia viene sostituita dalla produzione di tissue e cartone ondulato, finisce l’era della tanto amata “carta gialla”e nel 1976 una legge, rivolta a proteggere l’acqua come bene ambientale, ne rende, infatti, troppo onerosa la produzione.

Principalmente a causa della mancanza di aree adeguate le storiche famiglie Villesi che hanno prodotto carta in questa valle, si sono trasferite nella piana Lucchese dove, in pochi decenni, hanno permesso a Lucca di diventare il polo cartario più importante d’Italia ed uno dei più importanti d’Europa. Tra queste famiglie i Pasquini, i Perini, e gli Stefani,oggi sono rimaste in attività nella valle di Villa Basilica solo una decina di cartiere.

Video “La carta ritrovata”

Quale futuro per le storiche Cartiere di Lucca?

Cattedrali della carta, i vecchi ruderi non sono stati salvati e riutilizzati in un territorio ad alta vocazione turistica : una sorta di terra di mezzo tra Collodi famosa per “Pinocchio” e Bagni di Lucca antica città termale affollata in ogni periodo dell’anno di turisti inglesi sulle tracce dei poeti Shelley e Byron.

Il turismo non è ancora vissuto come risorsa economica e cosa ancora più grave non esiste una coscienza turistica: consapevolezza dell’importanza che ha e può avere il turismo dal punto di vista economico, occupazionale, di scambio culturale e arricchimento linguistico .

Le istituzioni stanno cominciando a muoversi adesso ed è in preparazione un offerta turistica e culturale che dovrà essere collegata ai sistemi turistici già presenti – dal Parco di Pinocchio a Collodi alle Terme di Montecatini, dal turismo culturale di Lucca e Pistoia, al turismo balneare della Versilia passando dalle strade dell’olio e del vino e il carnevale di Viareggio – si chiamerà La Via della carta” attuato dalla Lucense società pubblico/privata che opera nei settori della ricerca tecnologica industriale.

Sito archeologico industriale: le Cartiere di Lucca
Settore industriale: Industria cartaria
Luogo: Lucca, Toscana, Italia
Proprietà e Gestione: varia
Testo e immagini a cura di: Michela Panigada




Valdarno: le miniere di lignite ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia

Le miniere di lignite ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia: storia del nostro patrimonio industriale in Valdarno in Toscana.

Chi si trovasse a percorrere la Strada delle Miniere con sguardo distratto non potrebbe cogliere l’essenza e l’entità delle profonde trasformazioni sociali e ambientali che si sono succedute per oltre un secolo nel territorio verdeggiante che si dipana davanti ai suoi occhi.

“ENEL PRODUZIONE S.p.A. – Unità di Business Santa Barbara – Miniera Santa Barbara”.
Questo è ciò che recita, a lettere bianche su sfondo blu, il cartello indicatore situato sotto le enormi torri di raffreddamento della Centrale Termoelettrica di Santa Barbara: una semplice riga di testo per identificare il luogo dove, dal 1875, si è sviluppata una delle più straordinarie storie industriali del nostro Paese.

Una storia che nasce per volontà di un lungimirante gruppo di industriali toscani che intuisce la possibilità di sfruttare a fini produttivi quel minerale che fa capolino qua e là nelle campagne situate a ovest dell’Arno, infondendo nell’aria, se incendiato, un odore acre e non gradevole.

È di quegli anni l’apertura delle prime miniere in galleria: uomini che scavano nelle viscere della terra, riempiono vagoncini e chiatte da portare in superficie trainandoli con cavalli e argani elettrici, dove altri uomini, donne e ragazzi selezionano il materiale dividendo lo sterile dalla lignite, i pezzi grossi da quelli tritati, la lignite “bazzotta” da quella “secca”.

Nel XX secolo l’attività si sviluppa: a cavallo delle due guerre nelle miniere si contano circa 5.000 lavoratori; una risorsa straordinaria in grado di trainare vigorosamente, e per alcuni decenni, le sorti dell’economia del Valdarno Aretino.

Con la fine del secondo conflitto mondiale e con l’avanzare delle impietose regole di mercato viene messa a nudo la scarsa competitività della lignite; dopo un periodo di lotte fra la società mineraria e i lavoratori riuniti in cooperativa per la prosecuzione dell’attività di estrazione, si giunge a metà degli anni ’50 alla definizione di un nuovo progetto di coltivazione mineraria che prevede lo scavo a cielo aperto della lignite e il suo conferimento ad una nuova centrale termoelettrica da realizzarsi a bocca di miniera.

Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ’60, con l’acquisizione da parte di Enel della concessione mineraria di Santa Barbara, potenti macchine a catena di tazze cominciano l’asportazione del materiale sterile di copertura del banco di lignite, che ha uno spessore medio di 80 metri, e lo depositano nei cavi di estrazione precedentemente esauriti o in valli limitrofe, fino a ridisegnare completamente l’orografia di circa 3.000 ettari di territorio.

Alla fine dell’attività estrattiva, avvenuta nel 1994, i movimenti di terra sono nell’ordine di 390 milioni di metri cubi di terreno sterile e di circa 40.000 tonnellate di lignite, con un cambiamento sostanziale del paesaggio caratterizzato da una miniera a cielo aperto che in questi ultimi 20 anni è stata oggetto di visite e iniziative per le sue caratteristiche da “paesaggio lunare”.

Oggi, dei circa 3.000 ettari di territorio inizialmente interessati dal Comprensorio Minerario, circa 1.300 ettari sono stati restituiti alla collettività; sui restanti 1.700 ettari sono in corso le operazioni di riassetto ambientale, che porterà, nel giro di qualche anno, alla chiusura completa dell’attività mineraria: si tratta di uno dei più grandi progetto di riqualificazione ambientale e paesaggistico a livello nazionale, che porterà alla creazione di due grandi laghi, all’inalveazione di tredici torrenti, alla messa in sicurezza di intere colline, alla rinaturalizzazione di centinaia di ettari di territorio nel rispetto della biodiversità e alla realizzazione di strutture viarie, piste ciclabili, aree industriali.
Una rinascita completa attraverso una minuziosa opera di ricucitura con il territorio circostante e con la sua società, nel rispetto dell’ambiente e della storia delle migliaia di persone che alla Miniera di Santa Barbara hanno dedicato la loro vita, garantendo al Valdarno sviluppo economico e sociale.

MINE: il Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia

Il museo MINE mostra in modo interattivo le vicende di una popolazione legata per oltre cento trent’anni alle miniere di lignite: sopravvivenza economica e dannazione del nostro patrimonio industriale.

Il nome MINE deriva da un antico vocabolo italiano usato, come sinonimo di miniere, da Lodovico Ariosto nell’Orlando Furioso all’inizio del Cinquecento. Abbiamo, nello stesso periodo, la prima documentazione della presenza della lignite nel Valdarno, anche se per il suo sfruttamento industriale bisogna aspettare gli anni Settanta dell’Ottocento.

Il complesso museale documenta e valorizza la storia del territorio di Cavriglia e in particolare le vicende minerarie che hanno modificato profondamente una parte rilevante di questo territorio ed è ospitato in alcuni edifici nella parte alta di Castelnuovo dei Sabbioni. Il resto del vecchio borgo fu abbandonato e in parte distrutto dall’attività mineraria dell’ultimo periodo caratterizzata dall’escavazione a cielo aperto. I grandi escavatori seguivano il filone della lignite e buttavano giù tutto quello che trovavano: case coloniche, cimiteri, antiche chiese, castelli e borghi. Tra questi Castelnuovo dei Sabbioni che venne lambito dallo scavo al punto da intaccarne la stabilità e da costringere la popolazione ad andare a vivere altrove.
Rimane, all’inizio della strada, un sacrario che ricorda le 74 vittime civili dell’eccidio perpetrato dai nazisti il 4 luglio 1944. Alcune case in rovina contornano la strada che conduce alla parte superiore dell’abitato, che comprende alcuni edifici recentemente recuperati e rifunzionalizzati in spazi museali: la ex chiesa di San Donato, adibita a spazio polifunzionale, il centro espositivo ed una palazzina degli anni Venti del Novecento utilizzata come centro di documentazione e spazio per attività didattiche. La logica comune che pervade questi spazi è fortemente tesa al coinvolgimento dello spettatore per una conoscenza approfondita del patrimonio culturale conservato.

Il Percorso museale del MINE si sviluppa attraverso sette sale dedicate alla storia e alle vicende minerarie secondo un itinerario che inizia dalle prime notizie documentate sul giacimento di lignite, per poi passare allo sviluppo dell’attività mineraria nel secondo Ottocento e alle prime lotte sindacali all’inizio del Novecento. Il percorso si concentra poi sulle tecniche di scavo nella miniera in sotterraneo e sulla vita del minatore. La ricostruzione di un tratto di galleria permette ai visitatori di immedesimarsi nella penombra, nei diversi rumori e negli gli odori di una miniera di lignite. La galleria termina uno spazio che mostra le vicende del territorio dagli anni Trenta agli anni sessanta del Novecento. Trent’anni densi di storia con lutti, quali quelli provocati delle stragi nazista sulla popolazione maschile nel luglio del 1944. Poi le lunghe lotte e le forme di autogestione del dopoguerra, accompagnate da forme di partecipazione e di solidarietà da tutta Italia con invio di aiuti alimentari alle famiglie degli operai in sciopero. Infine i cambiamenti delle tecniche di coltivazione; da quelle in galleria a quelle a cielo aperto. Si passa da una strumentazione molto semplice mostrata nella galleria ad un industrializzazione centrata su grandi macchine complesse elementi portanti di automatismi che permettono un enorme aumento di produzione ed una contemporanea riduzione di manodopera.
L’itinerario si chiude con la presentazione della trasformazione del territorio dovute all’attività mineraria e al suo riassetto con un tecnologico tappeto virtuale che permette in base ai movimenti del visitatore la proiezione di differenti sequenze di immagini. Punto caratteristico dell’allestimento è l’interazione con le moderne tecnologie che permettono al visitatore di essere soggetto attivo nella conoscenza dei temi presentati. È presente una figura parlante, che rappresenta Priamo Bigiandi, un personaggio simbolico della storia territoriale che, azionato dal visitatore introduce alla visita, vi sono poi dei touch screen, un’installazione artistica per ricordare la strage dei civili il 4 luglio 1944, un tappeto virtuale finale ed inoltre possibilità di esperienze tattili ed olfattive che rendono particolarmente densa la visita al museo.

La visita continua all’esterno in una corte che domina un ampio panorama caratterizzato da un sottostante lago e dalle torri refrigeranti della centrale elettrica di Santa Barbara dove veniva utilizzata la lignite per essere trasformata in energia elettrica. La centrale funziona ancora e dalle sue eleganti torri, una è ancora in attività, è possibile vedere ancora levarsi un pennacchio di fumo bianco che ricorda come il passato energetico non si è ancora concluso, anzi Cavriglia sta vivendo una seconda età dell’energia. Infatti oltre alla centrale elettrica è attivo da alcuni anni, nel territorio, un importante complesso Fotovoltaico ed il museo sta progettando un ampliamento del suo allestimento per mostrare accanto alle forme di sfruttamento dell’energia (i combustibili fossili) di ieri, quelle moderne: il sole. Un aspetto importante dell’attività del museo è la didattica per facilitare il passaggio di saperi da una generazione all’altra in modo da creare , nel tempo una continuità nella costruzione culturale della popolazione e per mostrare ai turisti un esempio di storia sociale del territorio.

Info:
Museo delle Miniere e del Territorio e Centro Documentazione del Museo
via XI Febbraio – Vecchio Borgo di Castelnuovo dei Sabbioni – Cavriglia (Ar)
Tel. 055 3985046 email: info@minecavriglia.it

Sito archeologico industriale: la Miniera di Santa Barbara e MINE Museo delle Miniere e del Territorio
Settore industriale: Settore minerario e della Energia
Luogo: Comune di Cavriglia (AR), Toscana, Italia
Proprietà e Gestione: La miniera di Santa Barbara è di proprietà Enel
Testo a cura di:per la parte relativa al sito minerario si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel; per la parte relativa al Mine si ringrazia il Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia
Immagini a cura di: Si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia




L’ex Lanificio di Stia oggi Museo dell’Arte della Lana in Toscana

Il Lanificio di Stia in provincia di Arezzo fu, fino al secondo dopoguerra, uno dei principali lanifici italiani. Dal 2010, grazie all’opera della Fondazione Luigi e Simonetta Lombard che ne è proprietaria, ha ripreso vita come Museo dell’Arte della Lana.

La storia del Lanificio di Stia

La prima Società di Lanificio di Stia fu costituita nel 1852, quando già da alcuni decenni si era sviluppata una moderna attività imprenditoriale organizzata in modo tale da concentrare in un unico stabilimento le varie fasi della lavorazione della lana. Nei primi anni ‘60 dell’Ottocento il Lanificio di Stia occupava circa 140 operai e si ricorda come il primo in Toscana ad impiegare macchinari importati dall’estero. Tra il 1862 e il 1888, sotto la direzione di Adamo Ricci, fu completata la meccanizzazione di tutto il processo produttivo e razionalizzato il complesso degli stabilimenti.

Dalla fine dell’Ottocento la famiglia Lombard divenne proprietaria del Lanificio di Stia e ne affidò la direzione al veneto Giovanni Sartori, che riammodernò la fabbrica, portandola ai livelli dei più importanti lanifici italiani e si adoperò per creare una concreta copertura previdenziale a tutti i lavoratori in difficoltà. Con la direzione di Sartori il Lanificio di Stia giunse all’apice del suo prestigio, come dimostra il fatto di essere fornitore ufficiale di Casa Savoia, e al più alto livello di occupazione. Alla fine del primo conflitto mondiale gli operai impiegati erano 500, i telai circa 136 e la produzione era di oltre 700.000 metri di stoffa. In seguito alla crisi iniziata negli anni Sessanta il Lanificio di Stia fallì nel 1985 e chiuse definitivamente nel 2000.

Simonetta Lombard, erede della famiglia proprietaria per oltre sessanta anni della Fabbrica, ne riacquisì gli edifici costituendo una Fondazione che elaborò un progetto di ristrutturazione per la realizzazione di un centro di diffusione della cultura tessile. Tale progetto si concretizzò nel 2010 con l’apertura del Museo dell’Arte della Lana.

Il restauro degli edifici dell’ex Lanificio di Stia

Il complesso del Lanificio di Stia aveva una notevole rilevanza architettonica e disponeva di una superficie utile di circa 23.000 m2; era composto da vari edifici costruiti tra il XVIII e il XX secolo. Dopo anni di abbandono molti tetti e porzioni di edifici erano crollati, infiltrazioni d’acqua danneggiavano i muri, tonnellate di materiale di scarico era accatastato e marciva dentro e fuori gli edifici creando dissesti, la vegetazione aveva invaso ampie porzioni dello stabilimento, entrando all’interno e distruggendo anche le finiture. Malgrado ciò nel 2007 gli edifici furono posti sotto tutela diretta della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici della Provincia di Arezzo.

Gli edifici principali hanno una struttura perimetrale in muratura di pietrame, decorata con archi in mattoni a vista; all’interno, per avere la massima fruibilità degli spazi, la struttura è realizzata con pilastri in ghisa, travi di ferro e volticciole in mattoni. L’obiettivo dell’intervento architettonico è stato quello di recuperare le principali costruzioni, conservandone la realtà di edifici industriali dismessi. Per quanto possibile, le strutture murarie e le finiture sono state conservate come ci sono pervenute; è stata effettuata prevalentemente un’opera di pulitura e manutenzione, anche se sono state rifatte le coperture crollate e sono stati realizzati dei nuovi impianti e servizi. Gli intonaci originari sono stati mantenuti e le lacune di quelli esterni, decorati con finto bugnato, sono state riprese con intonaco grezzo. Anche i pavimenti originari in cemento sono stati puliti e conservati come le “buche” che erano state realizzate per la manutenzione degli assortimenti di cardatura.

Il Museo dell’Arte della Lana

Il percorso espositivo è un cammino nella storia dell’arte della lana dai primordi della civiltà umana fino alla rivoluzione industriale e all’età d’oro del Lanificio di Stia. Visitare il Museo è una vera e propria esperienza sensoriale, dove si può toccare, annusare, ascoltare, imparare, provando in prima persona la manualità di alcuni gesti propri dell’arte della lana: i visitatori possono ancora riconoscere all’interno delle sale, che ospitavano in passato i cicli produttivi delle lavorazioni tessili, l’odore degli oli per la lubrificazione della lana per la cardatura, quelli intensi dei filati e dei tessuti appena tinti, o quelli metallici e acuti dei macchinari tessili, e con un po’ d’immaginazione si può riuscire anche a percepire le essenze del lavoro e della fatica che sono ancora attaccate alle pareti. Per far riascoltare ai visitatori gli assordanti rumori che rimbombavano negli stanzoni durante le lavorazioni sono stati creati dei percorsi sonori che ridanno voce ai vari macchinari. Anche il tatto è fondamentale per comprendere pienamente le lavorazioni tessili e le qualità di una stoffa. In collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti sono stati realizzati dei percorsi tattili utilissimi per tutti i visitatori.

Tutte le proposte didattiche del museo sono improntate alla sperimentazione per meglio comprendere le fasi di lavorazione della lana: nell’aula didattica sono eseguiti, con l’aiuto di alcuni strumenti, i procedimenti che trasformano il vello della pecora in tessuto.

Museo dell’Arte della Lana ex Lanificio di Stia
Via G. Sartori 2 – 5201 Pratovecchio Stia (Ar)
info@museodellartedellalana.it

Sito archeologico industriale: ex Lanificio di Stia oggi Museo dell’Arte della Lana
Settore industriale: Industria Tessile
Luogo: Stia, Arezzo, Toscana, Italia
Proprietà e Gestione: Fondazione Lombard www.museodellartedellalana.it
Testo a cura di: direttore del Museo dell’Arte della Lana dott. Andrea Gori. Per la parte relativa al restauro degli edifici: Prof. Arch. Carlo Blasi, Arch. Francesca Blasi, Ing. Susanna Carfagni




Il Museo della Geotermia di Larderello e l’energia rinnovabile in Toscana

Il Museo della Geotermia di Larderello, nel Comune di Pomarance in provincia di Pisa, racconta una storia unica al mondo che dalle terme etrusco romane ci proietta in un presente all’insegna dell’energia rinnovabile.

 

Larderello e la Geotermia

Già nel 270 a.C., lo scrittore greco Licofrone racconta dell’esistenza di acque calde dalle proprietà medicamentose in Etruria (nel 1626 Filippo Cluverio, considerato il fondatore della geografia storica, identifica il fiume Lynceus citato da Licofrone, come l’attuale fiume Cornia)
E probabile che lo stesso Dante Alighieri abbia immaginato l’Inferno dopo aver visitato questi luoghi, ricchi di laghi bollenti e fumarole. Non è un caso che la valle di Larderello veniva chiamata la Valle del Diavolo.

Il Museo della Geotermia di Larderello

Il Nuovo Museo della Geotermia di Larderello, inaugurato da Enel Green Power nell’ottobre del 2013, presenta un percorso museale interattivo che, attraverso dieci sale con una voce narrante, conduce il visitatore alla scoperta della geotermia dalle terme etrusco romane allo sfruttamento della risorsa per usi chimici con l’estrazione del boro e il primo “paese fabbrica” in Italia, per poi arrivare al De Larderel e al suo brevetto della calotta che consentiva di utilizzare il calore del vapore per gli usi industriali. Procedendo lungo le sale si arriva alle prime perforazioni per l’estrazione del fluido geotermico e alla loro evoluzione nel tempo; bellissima la “parentesi” con un viaggio al centro della terra che, attraverso un video 3D, proietta il visitatore nei serbatoi geotermici laddove tutto comincia. Il Principe Ginori Conti e la scoperta dell’utilizzo elettrico della geotermia, con l’accensione della prima lampadina nel 1904, a cui nel 1913 segue l’entrata in esercizio della prima centrale geotermica completano il cammino geotermico che nelle ultime sale del museo offre anche l’opportunità di approfondire e conoscere nel dettaglio le tecnologie e le attrezzature meccaniche utilizzate, nonché di avere una panoramica della geotermia nella sala dei plastici.

All’esterno della struttura un’area turistica attrezzata dà modo ai turisti di sostare per un picnic o per una foto ricordo con il “lagone” del 1827 alle spalle e il tipico paesaggio geotermico sullo sfondo.

La Geotermia ed i suoi segni sul territorio

Oltre che con il percorso museale, i segni rinnovabili della geotermia sono ben visibili all’esterno con gli argentei vapordotti inseriti nel contesto paesaggistico, il villaggio Enel Green Power e le Officine di Larderello, le 33 centrali geotermiche con le caratteristiche torri di raffreddamento dislocate tra le province di Pisa, Siena e Grosseto, i pozzi di perforazione, i numerosi siti di manifestazioni naturali, i percorsi naturalistici, i sentieri geotermici, il Parco delle Biancane a Monterotondo Marittimo (Gr) e molti altri luoghi che raccontano la Toscana geotermica: tessere di un grande mosaico che, attraverso molteplici suggestioni, consentono al visitatore di rendersi conto della storia ma anche di un presente sostenibile grazie all’opera dell’uomo che ha saputo utilizzare la risorsa senza depauperarla e anzi portando valore e sviluppo economico, energetico, sociale e culturale al territorio e alle comunità che ivi risiedono.

La geotermia è anche delizia del palato perché vi è un indotto agricolo ed enogastronomico che utilizza il vapore geotermico per la produzione: dalle serre di basilico ai caseifici, dai salumifici agli allevamenti di cinta senese fino alla produzione di birra con un processo a fermentazione naturale e totalmente rinnovabile, la geotermia è anche food & wine, cibo e salute, in un percorso valorizzato anche dalla presenza della Comunità del cibo ad Energie rinnovabili del Cosvig (Consorzio Sviluppo Aree Geotermiche).

La geotermia soddisfa il 26,5% del fabbisogno energetico della Toscana e fornisce calore utile a riscaldare circa 9.000 utenze (in costante crescita perché sono in fase di realizzazione teleriscaldamenti in varie aree geotermiche) nonché 25 ettari di serre, caseifici e ad alimentare una importante filiera agricola, gastronomica e turistica.

Informazioni:
Museo della Geotermia
Piazza Leopolda 1 | Localita’ Larderello, 56045 Pomarance (PI)
Tel.+ 39 0588 67724
La struttura è aperta sette giorni su sette ed è visitabile gratuitamente.

Sito archeologico industriale:Museo della Geotermia di Larderello
Settore industriale: Industria dell’energia
Luogo: Aree geotermiche della Toscana (Larderello, Radicondoli, Lago Boracifero, Piancastagnaio sedi di Area Geotermica che ricadono sui Comuni di Pomarance, Castelnuovo Val di Cecina, Radicondoli, Chiusdino, Monterotondo Marittimo, Monteverdi Marittimo, Piancastagnaio, Santa Fiora, Arcidosso)
Proprietà e Gestione: www.enelgreenpower.com
Testo a cura di: Enel Relazioni con i Media Toscana
Crediti Fotografici: Fabio Sartori ed Archivio Storico Enel di Napoli