La centrale idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda

La centrale idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda, nella provincia di Milano, perfettamente conservata ed ancora attiva di proprietà Enel, è un meraviglioso esempio di archeologia industriale.

La centrale Taccani nella cornice del Parco Adda Nord

Verso la fine dell’Ottocento, lungo le sponde del fiume Adda, sorsero alcune delle più belle centrali idroelettriche realizzate in Italia. Esse, fruttando la forza delle acque fluviali, producevano l’energia necessaria al funzionamento di diverse manifatture, nonché all’illuminazione della città di Milano. Tra queste centrali, la più possente e splendida nelle sue architetture è proprio la centrale Taccani.

La centrale Taccani e la sua storia

La centrale Taccani è situata sull’asta fluviale del fiume Adda, all’interno del Parco Adda Nord, alla base del promontorio roccioso che determina l’ansa del fiume detta di Trezzo e sulla cui sommità rimangono le rovine del castello costruito nel 1370 da Barnabò Visconti sui resti di una precedente struttura longobarda.

L’impianto, costruito tra il 1903 e il 1906, fu realizzato dall’Architetto Gaetano Moretti che ricevette incarico dall’industriale Cristoforo Benigno Crespi (1833-1920), titolare di una celebre industria cotoniera e fondatore del villaggio di Crespi d’Adda (oggi Patrimonio dell’UNESCO), di costruire un impianto idroelettrico che fornisse energia al cotonificio ma nel contempo che fosse ben inserito nel contesto ambientale.

Fu così che il Moretti, utilizzando la caratteristica pietra locale chiamata “ceppo dell’Adda” e accogliendo i moduli verticalizzanti suggeriti dalla sovrastante torre viscontea, riuscì a produrre un’opera di grande armonia compositiva, perfettamente integrata nell’ambiente fluviale che la circonda e nello sfondo costituito dai ruderi del castello medievale. Nell’ottica della salvaguardia ambientale appare di notevole interesse anche tutela della fauna ittica con la realizzazione in sponda sinistra della scala di risalita del pesce. I lavori tecnici dell’impianto furono affidati agli ingegneri Adolfo Covi, Alessandro Taccani e Oreste Simonatti.

La centrale idroelettrica di Trezzo costituiva, per l’epoca in cui fu costruita, un vero e proprio “polo energetico” in quanto comprendeva oltre alla sezione idroelettrica con dieci generatori che fornivano una potenza di 10.000 kW, anche una sezione termoelettrica con quattro generatori a vapore della potenza complessiva di 4.000 kW destinati ad integrare la produzione idroelettrica durante le magre invernali del fiume Adda.

La centrale Taccani oggi: energia pulita nel tempo

A metà degli anni 90 è stato operato un consistente intervento di miglioramento e ammodernamento tecnologico e ambientale che ha restituito alla centrale piena efficienza e sicurezza, nonché il mantenimento di elevati standard di affidabilità. Nella centrale, oggi, sono in funzione 6 gruppi turbina/alternatore, costituiti da 4 turbine ad elica e 2 turbine Kaplan in grado di utilizzare portate fino a 180 m3/sec. La potenza efficiente è di circa 10.500 kW e l’energia producibile è in media di circa 65 milioni di kWh, sufficiente al fabbisogno annuo di oltre 24.000 famiglie.

La centrale Taccani luogo di cultura

Non solo la centrale Taccani oggi rappresenta un luogo unico da visitare per gli amanti dell’archeologia industriale, per gli studiosi di ingegneria idraulica e per tutti coloro che amano andare alla scoperta di luoghi particolari legati alla storia economica e produttiva del territorio, ma è anche in grado di trasformarsi in location eccezionale per eventi prestigiosi.

Sito archeologico industriale: la Centrale idroelettrica Taccani
Settore industriale: Settore energetico
Luogo: Comune di Trezzo sull’Adda (MI), Lombardia, Italia
Proprietà e Gestione: La Centrale Taccani è di proprietà Enel
Testo a cura di: si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel
Immagini a cura di: Si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel




Valdarno: le miniere di lignite ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia

Le miniere di lignite ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia: storia del nostro patrimonio industriale in Valdarno in Toscana.

Chi si trovasse a percorrere la Strada delle Miniere con sguardo distratto non potrebbe cogliere l’essenza e l’entità delle profonde trasformazioni sociali e ambientali che si sono succedute per oltre un secolo nel territorio verdeggiante che si dipana davanti ai suoi occhi.

“ENEL PRODUZIONE S.p.A. – Unità di Business Santa Barbara – Miniera Santa Barbara”.
Questo è ciò che recita, a lettere bianche su sfondo blu, il cartello indicatore situato sotto le enormi torri di raffreddamento della Centrale Termoelettrica di Santa Barbara: una semplice riga di testo per identificare il luogo dove, dal 1875, si è sviluppata una delle più straordinarie storie industriali del nostro Paese.

Una storia che nasce per volontà di un lungimirante gruppo di industriali toscani che intuisce la possibilità di sfruttare a fini produttivi quel minerale che fa capolino qua e là nelle campagne situate a ovest dell’Arno, infondendo nell’aria, se incendiato, un odore acre e non gradevole.

È di quegli anni l’apertura delle prime miniere in galleria: uomini che scavano nelle viscere della terra, riempiono vagoncini e chiatte da portare in superficie trainandoli con cavalli e argani elettrici, dove altri uomini, donne e ragazzi selezionano il materiale dividendo lo sterile dalla lignite, i pezzi grossi da quelli tritati, la lignite “bazzotta” da quella “secca”.

Nel XX secolo l’attività si sviluppa: a cavallo delle due guerre nelle miniere si contano circa 5.000 lavoratori; una risorsa straordinaria in grado di trainare vigorosamente, e per alcuni decenni, le sorti dell’economia del Valdarno Aretino.

Con la fine del secondo conflitto mondiale e con l’avanzare delle impietose regole di mercato viene messa a nudo la scarsa competitività della lignite; dopo un periodo di lotte fra la società mineraria e i lavoratori riuniti in cooperativa per la prosecuzione dell’attività di estrazione, si giunge a metà degli anni ’50 alla definizione di un nuovo progetto di coltivazione mineraria che prevede lo scavo a cielo aperto della lignite e il suo conferimento ad una nuova centrale termoelettrica da realizzarsi a bocca di miniera.

Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ’60, con l’acquisizione da parte di Enel della concessione mineraria di Santa Barbara, potenti macchine a catena di tazze cominciano l’asportazione del materiale sterile di copertura del banco di lignite, che ha uno spessore medio di 80 metri, e lo depositano nei cavi di estrazione precedentemente esauriti o in valli limitrofe, fino a ridisegnare completamente l’orografia di circa 3.000 ettari di territorio.

Alla fine dell’attività estrattiva, avvenuta nel 1994, i movimenti di terra sono nell’ordine di 390 milioni di metri cubi di terreno sterile e di circa 40.000 tonnellate di lignite, con un cambiamento sostanziale del paesaggio caratterizzato da una miniera a cielo aperto che in questi ultimi 20 anni è stata oggetto di visite e iniziative per le sue caratteristiche da “paesaggio lunare”.

Oggi, dei circa 3.000 ettari di territorio inizialmente interessati dal Comprensorio Minerario, circa 1.300 ettari sono stati restituiti alla collettività; sui restanti 1.700 ettari sono in corso le operazioni di riassetto ambientale, che porterà, nel giro di qualche anno, alla chiusura completa dell’attività mineraria: si tratta di uno dei più grandi progetto di riqualificazione ambientale e paesaggistico a livello nazionale, che porterà alla creazione di due grandi laghi, all’inalveazione di tredici torrenti, alla messa in sicurezza di intere colline, alla rinaturalizzazione di centinaia di ettari di territorio nel rispetto della biodiversità e alla realizzazione di strutture viarie, piste ciclabili, aree industriali.
Una rinascita completa attraverso una minuziosa opera di ricucitura con il territorio circostante e con la sua società, nel rispetto dell’ambiente e della storia delle migliaia di persone che alla Miniera di Santa Barbara hanno dedicato la loro vita, garantendo al Valdarno sviluppo economico e sociale.

MINE: il Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia

Il museo MINE mostra in modo interattivo le vicende di una popolazione legata per oltre cento trent’anni alle miniere di lignite: sopravvivenza economica e dannazione del nostro patrimonio industriale.

Il nome MINE deriva da un antico vocabolo italiano usato, come sinonimo di miniere, da Lodovico Ariosto nell’Orlando Furioso all’inizio del Cinquecento. Abbiamo, nello stesso periodo, la prima documentazione della presenza della lignite nel Valdarno, anche se per il suo sfruttamento industriale bisogna aspettare gli anni Settanta dell’Ottocento.

Il complesso museale documenta e valorizza la storia del territorio di Cavriglia e in particolare le vicende minerarie che hanno modificato profondamente una parte rilevante di questo territorio ed è ospitato in alcuni edifici nella parte alta di Castelnuovo dei Sabbioni. Il resto del vecchio borgo fu abbandonato e in parte distrutto dall’attività mineraria dell’ultimo periodo caratterizzata dall’escavazione a cielo aperto. I grandi escavatori seguivano il filone della lignite e buttavano giù tutto quello che trovavano: case coloniche, cimiteri, antiche chiese, castelli e borghi. Tra questi Castelnuovo dei Sabbioni che venne lambito dallo scavo al punto da intaccarne la stabilità e da costringere la popolazione ad andare a vivere altrove.
Rimane, all’inizio della strada, un sacrario che ricorda le 74 vittime civili dell’eccidio perpetrato dai nazisti il 4 luglio 1944. Alcune case in rovina contornano la strada che conduce alla parte superiore dell’abitato, che comprende alcuni edifici recentemente recuperati e rifunzionalizzati in spazi museali: la ex chiesa di San Donato, adibita a spazio polifunzionale, il centro espositivo ed una palazzina degli anni Venti del Novecento utilizzata come centro di documentazione e spazio per attività didattiche. La logica comune che pervade questi spazi è fortemente tesa al coinvolgimento dello spettatore per una conoscenza approfondita del patrimonio culturale conservato.

Il Percorso museale del MINE si sviluppa attraverso sette sale dedicate alla storia e alle vicende minerarie secondo un itinerario che inizia dalle prime notizie documentate sul giacimento di lignite, per poi passare allo sviluppo dell’attività mineraria nel secondo Ottocento e alle prime lotte sindacali all’inizio del Novecento. Il percorso si concentra poi sulle tecniche di scavo nella miniera in sotterraneo e sulla vita del minatore. La ricostruzione di un tratto di galleria permette ai visitatori di immedesimarsi nella penombra, nei diversi rumori e negli gli odori di una miniera di lignite. La galleria termina uno spazio che mostra le vicende del territorio dagli anni Trenta agli anni sessanta del Novecento. Trent’anni densi di storia con lutti, quali quelli provocati delle stragi nazista sulla popolazione maschile nel luglio del 1944. Poi le lunghe lotte e le forme di autogestione del dopoguerra, accompagnate da forme di partecipazione e di solidarietà da tutta Italia con invio di aiuti alimentari alle famiglie degli operai in sciopero. Infine i cambiamenti delle tecniche di coltivazione; da quelle in galleria a quelle a cielo aperto. Si passa da una strumentazione molto semplice mostrata nella galleria ad un industrializzazione centrata su grandi macchine complesse elementi portanti di automatismi che permettono un enorme aumento di produzione ed una contemporanea riduzione di manodopera.
L’itinerario si chiude con la presentazione della trasformazione del territorio dovute all’attività mineraria e al suo riassetto con un tecnologico tappeto virtuale che permette in base ai movimenti del visitatore la proiezione di differenti sequenze di immagini. Punto caratteristico dell’allestimento è l’interazione con le moderne tecnologie che permettono al visitatore di essere soggetto attivo nella conoscenza dei temi presentati. È presente una figura parlante, che rappresenta Priamo Bigiandi, un personaggio simbolico della storia territoriale che, azionato dal visitatore introduce alla visita, vi sono poi dei touch screen, un’installazione artistica per ricordare la strage dei civili il 4 luglio 1944, un tappeto virtuale finale ed inoltre possibilità di esperienze tattili ed olfattive che rendono particolarmente densa la visita al museo.

La visita continua all’esterno in una corte che domina un ampio panorama caratterizzato da un sottostante lago e dalle torri refrigeranti della centrale elettrica di Santa Barbara dove veniva utilizzata la lignite per essere trasformata in energia elettrica. La centrale funziona ancora e dalle sue eleganti torri, una è ancora in attività, è possibile vedere ancora levarsi un pennacchio di fumo bianco che ricorda come il passato energetico non si è ancora concluso, anzi Cavriglia sta vivendo una seconda età dell’energia. Infatti oltre alla centrale elettrica è attivo da alcuni anni, nel territorio, un importante complesso Fotovoltaico ed il museo sta progettando un ampliamento del suo allestimento per mostrare accanto alle forme di sfruttamento dell’energia (i combustibili fossili) di ieri, quelle moderne: il sole. Un aspetto importante dell’attività del museo è la didattica per facilitare il passaggio di saperi da una generazione all’altra in modo da creare , nel tempo una continuità nella costruzione culturale della popolazione e per mostrare ai turisti un esempio di storia sociale del territorio.

Info:
Museo delle Miniere e del Territorio e Centro Documentazione del Museo
via XI Febbraio – Vecchio Borgo di Castelnuovo dei Sabbioni – Cavriglia (Ar)
Tel. 055 3985046 email: info@minecavriglia.it

Sito archeologico industriale: la Miniera di Santa Barbara e MINE Museo delle Miniere e del Territorio
Settore industriale: Settore minerario e della Energia
Luogo: Comune di Cavriglia (AR), Toscana, Italia
Proprietà e Gestione: La miniera di Santa Barbara è di proprietà Enel
Testo a cura di:per la parte relativa al sito minerario si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel; per la parte relativa al Mine si ringrazia il Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia
Immagini a cura di: Si ringrazia l’ufficio comunicazione Enel ed il MINE Museo delle Miniere e del Territorio di Cavriglia




La centrale idroelettrica di Fies in Trentino – Alto Adige

La centrale idroelettrica di Fies, frazione del comune di Dro in provincia di Trento, è un dei luoghi della archeologia industriale che oggi rivivono attraverso l’arte contemporanea. 

 

 

Lo sviluppo dell’industria idroelettrica in Trentino Alto Adige

Edificata sulla riva del fiume Sarca, la centrale di Fies iniziò la produzione nel 1909 al fine di coprire il fabbisogno energetico del Comune di Trento, delle utenze industriali della città e delle nascenti tranvie elettriche che erano state progettate per unire il capoluogo alle valli del Noce e dell’Avisio.

La città di Trento già disponeva a quel tempo di un impianto per la produzione di energia idroelettrica nei pressi di Ponte Cornicchio, che sfruttava la forza idrica del torrente Fersina. Benché di ridotta capacità, la realizzazione di questa prima centrale, compiuta nel 1890, costituì una tappa importante per lo sviluppo dell’industria idroelettrica dell’intera area trentino-tirolese. In quel periodo, caratterizzato da un clima di fiducia nel progresso tecnico e sociale e, per il Trentino in particolar modo, tinto da istanze di emancipazione culturale ed economica che di lì a poco sfoceranno in pieno irredentismo, altre municipalità locali seguivano l’esempio della città trentina: Arco (impianto di Prabi, 1892), Riva del Garda (centrale alle foci del Ponale, 1895), Rovereto (centrale alla Flora, 1899), Pergine Valsugana (primo impianto a corrente alternata a Serso, 1893).

Già quindi si evidenziavano le premesse per uno sviluppo promettente dell’industria idroelettrica locale. Se in una prima fase, quasi sperimentale, la realizzazione di questi impianti era rivolta a dimostrare i positivi risultati di una nuova industria (non mancavano atteggiamenti in parte scettici e negli anni antecedenti la costruzione delle prime applicazioni pratiche si svolsero numerose esposizioni pubbliche organizzate dalle società elettriche che fornivano le principali apparecchiature), in un periodo immediatamente successivo sarebbero invece emerse le problematiche inerenti gli aspetti gestionali e organizzativi: la crescita degli uffici tecnici comunali e il loro successivo consolidarsi in forma autonoma quali aziende municipalizzate (questo avvenne in particolare per Trento e Rovereto).

 

La centrale Fies e la sua storia

In questo frangente si colloca la realizzazione dell’impianto di Fies. Posto di fronte alla necessità di espandere l’offerta di energia elettrica per l’industria locale (che in parte già si stava dotando di piccoli impianti privati) e ancor più per le esigenze che scaturivano dalle progettate ferrovie a scartamento ridotto (la sola ad essere realizzata sarà poi la tranvia Trento-Malé), l’ufficio tecnico comunale stava in particolare valutando due alternative: una riguardava lo sfruttamento delle acque dell’Avisio, con centrale a Lavis, a nord di Trento, l’altra l’utilizzazione delle acque del bacino del Sarca. Una terza alternativa prevedeva la realizzazione di una centrale unica insieme con la città di Rovereto, ma l’accordo non venne mai perfezionato vista poi la decisione di Rovereto di realizzare, nel 1906, un importante impianto al Ponale.

Avviati i primi studi sullo sfruttamento del fiume Sarca già sul finire dell’Ottocento, nel 1903 il Comune di Trento ottenne la concessione dal Capitanato distrettuale di Riva. Il progetto iniziale dell’impianto venne sviluppato dall’ing. Domenico Oss e in seguito rielaborato dall’ing. Antonio Fogaroli. La Giunta comunale decise per questo progetto perché giudicato ottimale per la parte idraulica, si osservava inoltre che la maggior distanza rispetto alla soluzione alternativa che prevedeva la centrale di Lavis non avrebbe presentato rilevanti difficoltà tecniche dal punto di vista del trasporto dell’energia elettrica.

L’impianto venne realizzato tra il 1906 e il 1909, sotto la direzione lavori dell’ingegnere municipale Domenico Fogaroli, mentre l’eclettica veste architettonica si deve all’architetto Marco Martinuzzi.

Le caratteristiche, relativamente alla parte idraulica, prevedevano: la derivazione del fiume Sarca a Pietramurata con un canale di alimentazione che conduceva al lago di Cavedine (serbatoio), un’opera di presa nella parte meridionale del lago che serviva il bacino di carico e quindi sette condotte forzate che alimentavano le turbine (Francis) della centrale. Quest’ultima, destinata ad ospitare 2 gruppi a corrente continua da 160 kW e 6 gruppi da 2.000 kVA, nei primi anni di esercizio aveva una disponibilità pari a 3.000 kW. La linea ad alta tensione, in alcuni tratti realizzata con cavo interrato, serviva la stazione di trasformazione principale di Trento, ora demolita.

Già con l’entrata in funzione dell’impianto tuttavia il Municipio di Trento aveva esaurito la quasi totalità dell’energia disponibile per servire l’illuminazione pubblica della città e delle borgate vicine, l’utenza industriale e la tranvia Trento-Malé (inaugurata nell’autunno di quell’anno) per cui si rese ben presto necessaria una maggiore dotazione della centrale che nel 1913 fu portata ad una potenza installata di oltre 6.000 kW.

Nel primo dopoguerra l’impianto di Fies venne ulteriormente potenziato e integrato con la nuova centrale realizzata poco più a valle, nei pressi di Dro, dedicata al Principe Umberto di Savoia. Con la creazione delle imponenti strutture del Secondo Dopoguerra gli impianti del Sarca della città di Trento persero tuttavia la loro importanza relativa: in particolare con la costruzione della centrale di Nago-Torbole, negli anni ’60, l’attività della centrale di Fies venne notevolmente ridimensionata. Passato nel frattempo in proprietà all’ENEL, da alcuni anni l’edificio della centrale ospita incontri culturali ed è sede per spettacoli e performance artistiche.

 

La centrale Fies oggi spazio per l’arte contemporanea

Centrale Fies è un centro di produzione delle arti performative e luogo di sperimentazione e creazione di nuovi scenari culturali all’interno di un centrale idroelettrica in parte ancora funzionante, data in comodato a una cooperativa nata negli anni 80 dall’azienda illuminata di Hydro Dolomiti Enel che ha creduto in questa riconversione dell’energia alla produzione d’arte e all’accompagnamento nella nascita di nuove imprese culturali.

La particolarità dei contenuti e dei progetti nati in questi anni ha una speciale aderenza a questo edificio immerso nella natura più selvaggia del Trentino, per l’esattezza su una frana di epoca post glaciale. Ogni stanza, ogni pavimento, ogni altissimo soffitto hanno ospitato e visto nascere progetti sempre più preziosi e articolati fino al muro di ferro dell’artista Francesca Grilli esposto nel padiglione dell’ultima edizione della Biennale arte.

La centrale Fies è un luogo speciale in cui far nascere opere che poi vengono esportate e vendute sia in Italia che all’estero e sede di un festival trentennale di performing art dove si danno appuntamento importanti direttori di festival stranieri che giungono in un piccolo paese del Trentino a fine luglio per vedere cosa produce l’Italia delle arti performative. Ma non solo. Attraverso questa fervente attività, la centrale Fies si qualifica da anni come incubatore di artisti performativi e visivi che uscendo da questo luogo hanno poi varcato tutti i confini possibili sia di linguaggio che geografici attraversando i festival, i teatri, le gallerie, le biennali d’arte.

Fies Core un hub cultura all’interno della Centrale Fies

Nel 2014 all’interno di questa struttura nasce anche un hub cultura dal nome Fies Core con la mission di sostenere, guidare, accompagnare, lanciare imprese culturali innovative supportandole con attività orientate allo sviluppo e al potenziamento di nuove skill. Fies Core è un luogo dove diverse esperienze e umanità convergono per creare i contenuti culturali più eterogenei: da nuove idee di turismo, al district branding passando per free school filosofiche sulla performance. Inoltre Fies Core crea progetti transettoriali che mette a disposizione di giovani imprese che vogliano sperimentare e iniziare a muoversi nel campo del cultural design e dell’impresa culturale. A chi invece ha già le idee chiare propone un team modulare di art director, graphic designer, image maker,  più un universo parallelo di artisti, web master, fashion designer, illustratori e creativi.

Informazioni
Centrale Fies, Località Fies 1, Dro (Tn)
Tel: +39 0464.504700
www.centralefies.it info@centralefies.it

Sito archeologico industriale:Centrale idroelettrica di Fies
Settore industriale: Industria dell’energia
Luogo: località Fies, Dro, Trento, Trentino – Alto Adige
Proprietà e Gestione: Proprietà dell’immobile Hydro Dolomiti Enel – Gestione Cooperativa Il Gaviale
Testo a cura di:
Per la parte storica si ringrazia il dott. Roberto Marini dello studio associato Viriginia
opere consultate:
Renato Capraro, Edoardo Model, Gli impianti idroelettrici della Città di Trento, Trento 1924
Umberto Zanin, Il carbone bianco. L’energia elettrica nell’Alto Garda. I primi cinquant’anni: 1890/1940, Arco 1998
Acquaenergia. Storia e catalogazione delle centrali idroelettriche del Trentino, a cura di Angelo Longo e Claudio Visintainer, Trento 2008

Per la parte contemporanea si ringrazia l’Ufficio Comunicazione, immagine e relazioni esterne Centrale Fies
Crediti Fotografici: si ringrazia Roberto Marini e l’ufficio comunicazione Centrale Fies




Il Museo della Geotermia di Larderello e l’energia rinnovabile in Toscana

Il Museo della Geotermia di Larderello, nel Comune di Pomarance in provincia di Pisa, racconta una storia unica al mondo che dalle terme etrusco romane ci proietta in un presente all’insegna dell’energia rinnovabile.

 

Larderello e la Geotermia

Già nel 270 a.C., lo scrittore greco Licofrone racconta dell’esistenza di acque calde dalle proprietà medicamentose in Etruria (nel 1626 Filippo Cluverio, considerato il fondatore della geografia storica, identifica il fiume Lynceus citato da Licofrone, come l’attuale fiume Cornia)
E probabile che lo stesso Dante Alighieri abbia immaginato l’Inferno dopo aver visitato questi luoghi, ricchi di laghi bollenti e fumarole. Non è un caso che la valle di Larderello veniva chiamata la Valle del Diavolo.

Il Museo della Geotermia di Larderello

Il Nuovo Museo della Geotermia di Larderello, inaugurato da Enel Green Power nell’ottobre del 2013, presenta un percorso museale interattivo che, attraverso dieci sale con una voce narrante, conduce il visitatore alla scoperta della geotermia dalle terme etrusco romane allo sfruttamento della risorsa per usi chimici con l’estrazione del boro e il primo “paese fabbrica” in Italia, per poi arrivare al De Larderel e al suo brevetto della calotta che consentiva di utilizzare il calore del vapore per gli usi industriali. Procedendo lungo le sale si arriva alle prime perforazioni per l’estrazione del fluido geotermico e alla loro evoluzione nel tempo; bellissima la “parentesi” con un viaggio al centro della terra che, attraverso un video 3D, proietta il visitatore nei serbatoi geotermici laddove tutto comincia. Il Principe Ginori Conti e la scoperta dell’utilizzo elettrico della geotermia, con l’accensione della prima lampadina nel 1904, a cui nel 1913 segue l’entrata in esercizio della prima centrale geotermica completano il cammino geotermico che nelle ultime sale del museo offre anche l’opportunità di approfondire e conoscere nel dettaglio le tecnologie e le attrezzature meccaniche utilizzate, nonché di avere una panoramica della geotermia nella sala dei plastici.

All’esterno della struttura un’area turistica attrezzata dà modo ai turisti di sostare per un picnic o per una foto ricordo con il “lagone” del 1827 alle spalle e il tipico paesaggio geotermico sullo sfondo.

La Geotermia ed i suoi segni sul territorio

Oltre che con il percorso museale, i segni rinnovabili della geotermia sono ben visibili all’esterno con gli argentei vapordotti inseriti nel contesto paesaggistico, il villaggio Enel Green Power e le Officine di Larderello, le 33 centrali geotermiche con le caratteristiche torri di raffreddamento dislocate tra le province di Pisa, Siena e Grosseto, i pozzi di perforazione, i numerosi siti di manifestazioni naturali, i percorsi naturalistici, i sentieri geotermici, il Parco delle Biancane a Monterotondo Marittimo (Gr) e molti altri luoghi che raccontano la Toscana geotermica: tessere di un grande mosaico che, attraverso molteplici suggestioni, consentono al visitatore di rendersi conto della storia ma anche di un presente sostenibile grazie all’opera dell’uomo che ha saputo utilizzare la risorsa senza depauperarla e anzi portando valore e sviluppo economico, energetico, sociale e culturale al territorio e alle comunità che ivi risiedono.

La geotermia è anche delizia del palato perché vi è un indotto agricolo ed enogastronomico che utilizza il vapore geotermico per la produzione: dalle serre di basilico ai caseifici, dai salumifici agli allevamenti di cinta senese fino alla produzione di birra con un processo a fermentazione naturale e totalmente rinnovabile, la geotermia è anche food & wine, cibo e salute, in un percorso valorizzato anche dalla presenza della Comunità del cibo ad Energie rinnovabili del Cosvig (Consorzio Sviluppo Aree Geotermiche).

La geotermia soddisfa il 26,5% del fabbisogno energetico della Toscana e fornisce calore utile a riscaldare circa 9.000 utenze (in costante crescita perché sono in fase di realizzazione teleriscaldamenti in varie aree geotermiche) nonché 25 ettari di serre, caseifici e ad alimentare una importante filiera agricola, gastronomica e turistica.

Informazioni:
Museo della Geotermia
Piazza Leopolda 1 | Localita’ Larderello, 56045 Pomarance (PI)
Tel.+ 39 0588 67724
La struttura è aperta sette giorni su sette ed è visitabile gratuitamente.

Sito archeologico industriale:Museo della Geotermia di Larderello
Settore industriale: Industria dell’energia
Luogo: Aree geotermiche della Toscana (Larderello, Radicondoli, Lago Boracifero, Piancastagnaio sedi di Area Geotermica che ricadono sui Comuni di Pomarance, Castelnuovo Val di Cecina, Radicondoli, Chiusdino, Monterotondo Marittimo, Monteverdi Marittimo, Piancastagnaio, Santa Fiora, Arcidosso)
Proprietà e Gestione: www.enelgreenpower.com
Testo a cura di: Enel Relazioni con i Media Toscana
Crediti Fotografici: Fabio Sartori ed Archivio Storico Enel di Napoli