Luigi Micheletti Award 2015: al via la XX edizione

“Creative Museums, Smart Citizens. Come la creatività diventa innovazione”: è questo il titolo della XX edizione del Luigi Micheletti Award, il più prestigioso premio europeo dedicato ai musei di scienza, industria e storia contemporanea.

Dal 7 al 9 maggio, in concomitanza con l’apertura di Expo 2015, la città di Brescia ospiterà la XX edizione del Premio Micheletti, che, per festeggiare questo importante anniversario, si terrà proprio nella città di Luigi Micheletti al quale è dedicato.

Il Luigi Micheletti Award nasce in fatti nel 1995 per volontà della Fondazione Luigi Micheletti e dell’European Museum Forum con il patrocinio del Consiglio d’Europa. Grazie a questo premio sono stati portati alla ribalta europea una serie di esperienze innovative che hanno influenzato fortemente la scena internazionale museale e del nostro continente, a cominciare dal museo DASA di Dortmund, il primo e finora unico museo europeo dedicato al tema della sicurezza sul lavoro, che ha istituito il DASA Award associato al Micheletti Award, sino al MUSE di Trento e la Città della Scienza di Napoli, arrivando – solo per citare gli esempi dei vincitori delle edizioni più recenti – a grandi e prestigiosi musei europei quali il Riverside Museum di Glasgow e il Textile And Industry Museum.

I tre giorni di evento, che si concluderanno con la proclamazione del vincitore, prevedono una fitta serie di incontri ed iniziative alle quali parteciperanno oltre 100 illustri rappresentanti del mondo della cultura tra direttori di musei, relatori nazionali e internazionali ed esperti del settore.

In linea con il tema di Expo 2015, la manifestazione si aprirà con l’incontro dal titolo I musei del cibo tra cultura e industria che si terrà giovedì 7 alle ore 10:00 presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. L’incontro, promosso da Fondazione Musil, European Museum Academy, Museimpresa e Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci ha l’obiettivo di valorizzare i patrimoni culturali, saperi ed esperienze del sistema agroalimentare. (cliccate qua per maggiori informazioni su questa iniziativa)

Dalla sera di giovedì 7 , alle ore 19:00 il palcoscenico dell’evento si sposta a Brescia con il Benvenuto alla XX Edizione del Luigi Micheletti Award che avrà luogo all’interno di Palazzo Martinengo-Colleoni (ex Tribunale).

Venerdì 8, ospiti del Museo di Santa Giulia, la giornata si apre con la sessione di presentazione dei musei candidati a questa edizione del premio; segue la sessione dedicata ai venti anni del Luigi Micheletti Award; alle 16:00 avverrà la premiazione del concorso europeo Heritage in Motion, promosso da EMA ed Europa Nostra con Europeana per concludersi in bellezza con l’inaugurazione della mostra “Roma e le genti del Po” che attraverso 500 eccezionali reperti esposti, racconta della grande vicenda che ha portato, tra il III e il I secolo a.C., all’unione tra la Roma repubblicana e le genti del Po e di “BRIXIA. Parco Archeologico di Brescia Romana”, il più esteso parco archeologico a nord di Roma.

La giornata conclusiva di sabato 9 si articolerà su due sedi. La mattina, i partecipanti saranno accolti all’interno Museo dell’Energia Idroelettrica di Cedegolo, in Valle Camonica, dove potranno partecipare ad una serie di seminari in sessioni parallele tra i quali Museums and Digital Creativity e History at Museum. Sharing our experiences and European networking; segue la cerimonia di inaugurazione dei nuovi spazi restaurati al MUSIL di Cedegolo e la visita alla mostra dello scultore Perry Bianchini Bio-local lunch. Alle 19:00 ci si sposta tutti al Salone Vanvitelliano Palazzo della Loggia, Brescia per l’attesa cerimonia di premiazione del XX Luigi Micheletti Award, ospite d’onore Diana Bracco Presidente EXPO e Amministratore Delegato del Gruppo Bracco. 18 I musei in lizza per il premio, tra questi, a rappresentare l’Italia il MAGMA Museum of Arts di Follonica e il Parco di Portofino “La Batterie”.

Il Luigi Micheletti Award 2015 è stato realizzato in collaborazione con il Comune di Brescia, la Fondazione Brescia Musei e l’Associazione Industriale Bresciana, e con il patrocino della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia, dell’Università degli Studi di Brescia, di Icom (International Council of Museums).

Le date del premio sono nel calendario dell’European Industrial and Technical Heritage Year 2015.

Gli sponsor che hanno reso possibile la manifestazione sono: A2A, Consorzio Grana Padano, Fondazione Comunità Bresciana, Ori Martin, Feralpi, Aso Group, Eredi Gnutti, Centrale del Latte di Brescia, Rubinetterie Bresciane, Gefran, Dac.

Per informazioni dettagliate sull’evento cliccate qua Luigi Micheletti Award




Paraboloidi. Un patrimonio dimenticato dell’architettura moderna

“Paraboloidi. Un patrimonio dimenticato dell’architettura moderna”, il volume realizzato da Marcello Modica e Francesca Santarella ed edito da Edifir illustra un fenomeno architettonico ancora in gran parte sconosciuto in Italia.

 

I paraboloidi, infatti, nonostante le loro origini ed evoluzione nel corso del Novecento abbiano interessato in modo significativo proprio questo paese, sono delle strutture la cui conoscenza è ancora poco diffusa. Trattasi dei magazzini industriali a copertura parabolica (comunemente detti paraboloidi, sebbene il termine non sia propriamente esatto): maestose volte nervate in cemento armato, unione perfetta tra funzionalità ed estetica, che hanno conquistato una posizione di tutto rispetto nell’architettura industriale legata al Movimento Moderno ed alla produzione seriale – tanto da essere successivamente “esportati” in numerosi paesi europei.

L’obiettivo di questo libro è di fare luce, per la prima volta in Italia, su un patrimonio storico, architettonico e culturale di valore inestimabile che, per la sua natura “industriale”, è costantemente a rischio di estinzione.

I 91 paraboloidi in Italia

Al centro della ricerca vi è un’articolata cronologia che descrive la storia di ognuno dei 91 esemplari realizzati sul territorio italiano tra il 1920 e il 1970 (presenti in tutte le regioni ad esclusione della Valle d’Aosta, Lazio, Molise e Basilicata), con un ricco ed inedito corredo di fotografie d’epoca e attuali, disegni, planimetrie originali, e un cenno ai recuperi effettuati e ai magazzini presenti in territorio europeo.

Tra i numerosi esemplari esistenti alcuni emergono per caratteristiche architettoniche, innovazioni costruttive e dimensioni. In ordine cronologico: il magazzino clinker dello stabilimento Italcementi di Casale Monferrato, primo esemplare di silos parabolico mai realizzato (1922-23); il silos perfosfato della Montecatini di Romano di Lombardia (1924-25); il vasto magazzino fertilizzanti azotati dello stabilimento chimico di Nera Montoro (1929-35); l’insieme dei magazzini del sale progettati da Pier Luigi Nervi, tra cui spiccano gli esemplari di Margherita di Savoia (1933-35), Tortona (1950-51) e Bologna (1954); i “paraboloidi della ricostruzione” della Montecatini presso Crotone (1946-47), Assisi (1948) e Castelfiorentino (1948), poi Legnago (1954-55) quale primo esemplare di paraboloide “tipo Montecatini” – ispirato ai progetti dell’ing. Giulio Borrelli – e Porto Recanati (1955), primo silos parabolico a testata “aperta”; tra le fabbriche consorziali del Nord Italia: Portogruaro (1949, presso la Fabbrica Perfosfati), Mantova (1952, presso la Fabbrica Mantovana Concimi Chimici), Cerea (1953-54, presso la Fabbrica Cooperativa Perfosfati), Piacenza (1954, presso il Consorzio Agrario) e Ravenna (1956-57, presso la Società Interconsorziale Romagnola); il magazzino per solfato ammonico presso lo stabilimento SNIA di Torviscosa (1961); i grandi paraboloidi a copertura continua costruiti dalla Montecatini-Edison a Porto Marghera, in particolare quelli dello stabilimento Fertilizzanti Complessi (1962-67) e del nuovo Petrolchimico (1970-71); i nove paraboloidi gemelli a copertura continua costruiti dalla Edison nel petrolchimico Sincat di Priolo (1956-60); i magazzini per fertilizzanti azotati dell’ANIC di Ravenna (1961-62) e relative riproduzioni di Gela (1962-63) e Manfredonia (1969-70); gli ultimi, enormi silos parabolici costruiti dalla Montedison presso Cirò Marina (1970) e Ferrara (1977).

Tra i pochi edifici recuperati si annoverano i due paraboloidi di Cerea (trasformati in centro congressi nei primi anni Duemila), quelli ex Montecatini di Assisi (recuperati in più fasi tra il 1999 e il 2008, oggi sede di un teatro, spazi espositivi e culturali) e il piccolo pseudo-paraboloide della Cimatoria Campolmi di Prato (interamente restaurato e dal 2009 sede della Biblioteca della città). Notevole anche il recupero a fini di pubblica utilità del paraboloide “Embarcadero” di Caceres, in Spagna, avvenuto nel periodo 2000-2006.

I due paraboloidi della Montecatini di Assisi

I due paraboloidi della Montecatini di Assisi. Il caso di Assisi è tra i più interessanti nel panorama italiano dei paraboloidi, essendo tra l’altro uno dei pochi che ha visto il restauro integrale degli edifici ex industriali. In occasione della ricostruzione post-bellica dello stabilimento di Assisi-Santa Maria degli Angeli la società Montecatini decide di attrezzare la rinnovata fabbrica di perfosfato minerale con un grande silos parabolico con chiave ribassata (intendendo con questa definizione i silos che presentano nastro trasportatore posto in una struttura in c.a. sottostante la chiave di volta) ed estradossi a vista, completato nel 1948 e costituito da due sezioni rispettivamente di 11 e 8 archi parabolici in cemento armato e stazione automatizzata di insacco mediana. Un secondo paraboloide, di dimensioni più ridotte, viene aggiunto poi tra il 1955 e il 1956. La fabbrica di perfosfato cessa l’attività negli anni Settanta e, successivamente, viene acquisita dall’Amministrazione Comunale. Negli anni Novanta si concretizza l’interesse verso il primo dei due silos parabolici. La porzione dell’edificio a nord è riutilizzata a fini ricreativi e ludico sportivi (palestra boxe, bocciofila, bar, piscina), la porzione a sud viene sottoposta ad un recupero conservativo ad opera degli ingg. Roberto Radicchia e Marco Mezzi, per ospitare poi la sede del Teatro Lyrick (inaugurato nel 2000). A distanza di qualche anno anche il secondo paraboloide, in condizioni di grave degrado come il primo, subisce un pregevole restauro (ingg. Giuseppe e Giacomo Ferroni) e si trasforma in spazio polifunzionale per eventi e congressi. In corso la rifunzionalizzazione della torretta centrale del “Morandi”, destinata ad ospitare un museo della boxe ed altre funzioni connesse.

Ai padiglioni di Assisi è dedicata una delle pochissime pubblicazioni italiane riguardanti i silos parabolici, ovvero La ricerca dell’arco perfetto. Da Morandi a Nervi, in ≪Bollettino per i Beni Culturali dell’Umbria≫, III, n. 4, Quaderno 1, 2010.

A proposito dell’origine dei due edifici. I due edifici vengono tradizionalmente fatti risalire a Riccardo Morandi (il più antico) e Pier Luigi Nervi (il secondo), anche se in realtà tali progetti non figurano negli elenchi ufficiali delle opere di costoro. Molto più probabile il coinvolgimento di ingegneri e tecnici interni alla società Montecatini, vista la somiglianza tipologica del primo paraboloide con un altro realizzato precedentemente (1940) dalla stessa società presso lo stabilimento chimico di Crotone. Il cosiddetto “Morandi” presenta caratteristiche di assoluta originalità, come la pensilina costituita da una successione di volte a botte sormontate da aperture a lunetta che si aprono nella volta monolitica in cemento armato. Il “Nervi”presenta invece grandi somiglianze con l’analogo denominato “Nervi”, ex Montecatini, esistente a Porto Recanati.

Gli autori

Marcello Modica, urbanista e fotografo, si occupa da diversi anni di archeologia industriale sul territorio italiano ed europeo. Ha partecipato come guest lecturer a numerose conferenze sul tema (Università degli Studi di Genova, Università Cattolica di Milano, 13° Biennale di Architettura di Venezia, NovarArchitettura) e collabora stabilmente con riviste scientifiche (Urbanistica, Patrimonio Industriale, Industriekultur, Llàmpara Patrimonio Industrial).

Francesca Santarella, studiosa di archeologia industriale, è consigliere comunale a Ravenna dal 2011. Di sua iniziativa la campagna di sensibilizzazione pubblica per la salvaguardia del paraboloide ex SIR.

Titolo: Paraboloidi. Un patrimonio dimenticato dell’architettura moderna
Autore: Marcello Modica, Francesca Santarella – prefazione di Alberto Giorgio Cassani
Casa Editrice: Edifir www.edifir.it
ISBN:978-88-7970-705-3
Lingua:Italiano




La storica fabbrica di Fisarmoniche Dallapè a Stradella è a rischio

La storica fabbrica di Fisarmoniche Dallapè di Stradella, in provincia di Pavia, è un piccolo gioiello di archeologia industriale da preservare.

Mariano Dallapè, stradellino d’adozione ma trentino di nascita, come si legge in conclusione della voce “Fisarmonica” dell’Enciclopedia Italiana Della Musica: fu il personaggio di maggior rilevo che in Italia riuscì, con geniali intuizioni, a trasformare l’arcaico organetto nella più completa e complessa fisarmonica diatonica a cassetta .

Costruì il primo prototipo nel 1871; nel 1876 diede avvio all’attività artigiana con una piccola bottega che ampliò negli anni fino ad arrivare nel 1928 , anno della sua morte,
a contare circa 300 operai. Una vera e propria industria.

La Dallapè si poteva vantare di costruire ogni particolare dello strumento all’interno dello stabilimento. Il fabbricato era articolato in diversi capannoni con un’officina meccanica per la preparazione degli stampi e di tutti i più piccoli particolari metallici delle fisarmoniche ed in particolare dei semilavorati delle “voci “ che hanno sempre costituto la particolarità ed il pregio delle fisarmoniche Dallapè.

Abbinati all’officina c’erano anche un reparto fonderia (dove avveniva la fusione delle piastre supporto delle voci più basse dello strumento e che utilizzava una lega speciale di alluminio e bronzo miscelati in quantità che costituivano un po’ il segreto della loro sonorità) e un reparto attrezzato con bagni galvanici dove parecchi particolari metallici venivano zincati e cromati .

C’era poi un attrezzato reparto falegnameria con macchinari per la lavorazione del legno dove prendeva corpo la struttura dello strumento.

Era anche presente un ampio magazzino dove confluivano tutti i semilavorati da distribuire agli operai per le varie lavorazioni di loro competenza.

C’erano anche Il reparto “manticisti” per la preparazione del mantice della fisarmonica, il reparto “decoratori” che si occupavano dell’eleganza estetica con ricchi intarsi di madreperla sul corpo dello strumento , il reparto “tastieristi” che preparavano le tastiere a tasti ed a bottoni, il reparto “meccanicari” dove venivano montati i meccanismi dei bottoni dei bassi , il reparto “vocisti “ dove si assemblavano le piastrine con l’ancia vibratile che davano il suono alla fisarmonica. Erano ancora presenti, dislocati in vari stanzini separati dove lavoravano senza disturbarsi, gli “accordatori” . Infine il locale per l’assemblaggio finale della varie parti dove avveniva anche la correzione di eventuali difetti , il collaudo e il controllo di qualità. Per ultimo il reparto “spedizioni.”

Il controllo qualità era meticoloso e come sigillo finale di garanzia c’era sempre il tocco finale del fondatore che, proprio quale garanzia del fatto che lo strumento era passato nelle sue mani, apponeva su ogni fisarmonica , integrata nell‘intarsio in madreperla , una sua fotografia.

Annessi alla fabbrica sono ancora presenti anche gli uffici arredati negli anni ’30 e lo studiolo dove lavorava Mariano Dallapè con ancora il suo banchetto da lavoro.

Negli anni a seguire, dopo il 1929, varie vicende dovute a fenomeni economici (1929 Wall street) di natura musicale legati al cambio delle mode, di natura politica relativi a problemi nei vari mercati mondiali di diffusione, hanno portato ad un ridimensionamento della superficie della fabbrica che comunque ha mantenuto l’importante facciata e parecchi dei vari reparti con tutte le attrezzature ed i macchinari.

Alla fine del 2010 é stato prodotto l’ultimo strumento e il trade-mark è stato ceduto alla ditta Roland che a tutt’oggi provvede a mantenere alto nel mondo il nome di Dallapè grazie alla diffusione mondiale del mitico suono attraverso l’utilizzo della tecnica del campionamento applicata alle loro fisarmoniche digitali.

Oggi la Fabbrica Dallapè è a rischio

La Fabbrica Dallapè è rimasta praticamente ferma dalla fine 2010, anno della chiusura.
C’è stato qualche interessamento da parte delle istituzioni, grandi apprezzamenti per il fascino del sito, dei macchinari, degli arredamenti delle attrezzature degli archivi, ma fino ad ora nessun tipo di aiuto e quindi nulla di concreto.
L’immobile è sito al centro di Stradella e purtroppo per la famiglia Dallapè non sarà possibile attendere ancora a lungo. Sarebbe veramente un delitto arrivare a disperdere questi tesori frutto di oltre un secolo di lavoro in un campo che ha dato onore all’Italia nel mondo e che tanti ci invidiano dato che non esiste in nessun altro luogo un sito di archeologia industriale simile a questo.

Sito archeologico industriale: La Fabbrica di Fisarmoniche Dallapè
Settore industriale:Industria strumenti musicali
Luogo: Stradella – Pavia – Lombardia
Proprietà/gestione: Mariano Dallapè e Figlio s.n.c. www.dallape-accordions.com
Testo a cura di: Dott. Amleto Dallapè

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Libro Officine del Volo: un progetto di Nicola Gisonda

“Officine del Volo: un progetto di Nicola Gisonda” è un libro che attraverso splendide fotografie e testi accurati racconta del recupero di uno degli esempi più significativi del patrimonio industriale della città di Milano.

Edito da Silvana Editoriale, casa editrice storica specializzata in storia dell’arte, il libro “Officine del Volo: un progetto di Nicola Gisonda” è stato realizzato grazie alla collaborazione della prof.sa Maria Antonietta Crippa, del prof. Ferdinando Zanzottera (docenti del Politecnico di Milano), dell’Ing. Gian Luca Lapini e dell’Arch. Carlo Capponi che hanno curato i testi dando corpo alle ragioni e all’acuta sensibilità critica con la quale l’Arch. Nicola Gisonda ha attuato il moderno restauro e ha avviato l’attività delle Officine del Volo.

Le Officine del Volo in fatti, sono il frutto dell’attento lavoro di recupero e ripristino delle “Officine Aeronautiche Caproni di Taliedo” attuato dall’Arch. Nicola Gisonda. Questo intervento di restauro trova la sua naturale e propria collocazione nel contesto dell’archeologia industriale che negli ultimi decenni ha consentito la rivalutazione del patrimonio urbano periferico di Milano, permettendo di omogeneizzare elementi storici, urbanistici e ambientali in una realtà nuova e funzionale per la città.

Il volume si avvale di un corredo d’immagini elaborato da due professionisti della fotografia, Gabriele Basilico e Matteo Piazza, che dà un contributo fondamentale alla comprensione visiva dell’estensione e della qualità del complesso, ormai di carattere nettamente urbano, in cui le Officine del Volo si inseriscono, contribuendo alla percezione del valore dell’ampliamento della città compatta attraverso il rigoroso rispetto e valorizzazione dei tessuti edilizi periferici.

Il libro è stato realizzato col patrocinio della Provincia di Milano.

Titolo: Officine del Volo: un progetto di Nicola Gisonda
Curatore: Maria Antonietta Crippa e Ferdinando Zanzottera
Casa Editrice: Silvana Editoriale www.silvanaeditoriale.it/
Lingua: Edizione Bilingue: italiano e inglese




Libro: Invisibile è la tua vera patria

Il libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo Invisibile è la tua vera patria è un viaggio lungo l’Italia che racconta di storie e di luoghi legati alla presenza dell’industria.

Milioni di metri quadri. È infinito, in Italia, lo spazio che nel corso dell’ultimo secolo è stato annesso, conquistato, sottratto alla natura e manipolato dalla produzione industriale. Acciaierie, raffinerie, miniere, cotonifici, centrali nucleari, cementifici. Cattedrali gigantesche sono sorte dal Piemonte alla Sicilia, simboleggiando, con la loro grandezza, una promessa di benessere infinita che in pochi decenni ha completato la propria metamorfosi in degrado, archeologia, speculazione immobiliare.

Da questi immensi scenari, ora più simili a città fantasma o a orizzonti postatomici che a centri nevralgici della società del benessere, è transitata l’anima della società italiana, guidata, secondo le esigenze del capitale, alla capillare rimozione di un intero immaginario secolare, poi affogato, come i rigagnoli di un piccolo affluente travolto dallo scioglimento di un immenso ghiacciaio, nel vuoto liquido della cultura di massa.

Dalla Sicilia al caso virtuoso della fabbrica Olivetti di Ivrea, dalle fabbriche abbandonate della Lombardia alla miniera di Montevecchio in Sardegna, da Crespi d’Adda, all’area infetta dell’Italsider di Taranto attorno a cui nacquero decine di piccoli paesi dormitorio ora divenuti catacombe, un lungo viaggio, tra passato, presente e futuro, attraverso i luoghi che hanno rimodellato l’Italia e il nostro modo di pensare il lavoro.

Un reportage narrativo che volge alla ricerca di storie umane d’impostura e speranza, di fiducia e speculazione, di emigrazione e resistenza, di creazione effettiva di ricchezza e interessi privati assorti a benefici collettivi, per capire, attraverso l’osservazione capillare dei luoghi, la potenza delle suggestioni, e l’accostamento metodologico tra passato, presente e futuro, in che modo, nel nostro paese, è deflagrato lo scontro tra modernità e umanesimo.

Invisibile è la tua vera patria, edito dal Il Saggiatore, è stato recensito dalle più importanti testate nazionali clicca qui

Titolo: Invisibile è la tua vera patria
Autore: Giancarlo Liviano D’Arcangelo contatto: liviano.giancarlo@gmail.com
Giancarlo Liviano D’Arcangelo è nato a Bologna nel 1977 ed è cresciuto a Martina Franca. È scrittore e studioso di mass media. Nel 2007 ha pubblicato il romanzo d’esordio Andai, dentro la notte illuminata (peQuod), finalista al Premio Viareggio. Nel 2011 è uscito per Fandango il reportage narrativo Le ceneri di Mike (Premio Benedetto Croce, Premio Sandro Onofri). Ha pubblicato racconti per le antologie La storia siamo noi (Neri Pozza 2008) e Juve! (Rizzoli 2013).Fa parte della redazione di Nuovi Argomenti e scrive di cultura sull’Unità.
Casa Editrice: Il Saggiatore www.ilsaggiatore.com




La Fabbrica di liquirizia Amarelli in Calabria

La Fabbrica di liquirizia Amarelli a Rossano, in Calabria, un esempio unico di impresa familiare che ha saputo coniugare tradizione ed innovazione, rappresenta una testimonianza preziosa di archeologia industriale.

 

La pianta della liquirizia, conosciuta ed impiegata da circa 35 secoli, è presente in molti paesi, ma – secondo quanto autorevolmente afferma l’Enciclopedia Britannica – la migliore qualità di liquirizia “is made in Calabria”.

La famiglia dei Baroni Amarelli è legata alla produzione della liquirizia sin dal 1500.
Nel 1731, secondo la tradizione, viene fondato l’attuale “concio”, manifattura di esclusiva proprietà familiare, alla cui attività fu dato particolare impulso nel 1800 con il miglioramento dei trasporti marittimi e con i privilegi e le agevolazioni fiscali concesse dai Borbone a queste industrie tipiche.

Intorno al 1840 abbiamo testimonianza della vasta attività di Domenico – allargata fino alla capitale, Napoli – e di quella dei suoi discendenti, per giungere a Nicola che nel 1907 (come descritto nella Rivista Agraria dell’Università di Napoli) ammodernò la lavorazione con due caldaie a vapore destinate, rispettivamente, a preparare la pasta di radice e ad estrarne il succo, mentre una pompa a motore da 200 atmosfere metteva in azione i torchi idraulici per comprimere di nuovo la pasta e ricavarne altro liquido.

L’azienda Amarelli ha ancor oggi la propria sede in un’antichissima dimora di famiglia, edificio risalente al 1400 almeno per quanto riguarda l’impianto basilare, mentre l’attuale facciata è del 1600 (esclusa un’ala ricostruita duecento anno or sono dopo un incendio). La costruzione, che fa parte dell’Associazione delle Dimore Storiche Italiane, presenta l’aspetto di una struttura di difesa di impronta feudale, con un’imponente corpo di fabbrica al centro di un agglomerato abitativo, costituito dalle case di coloro che operavano nell’azienda.

Il complesso, nella sua interezza, è, purtroppo poco visibile perché la superstrada ha tagliato in due, con un devastante intervento, questo bell’esempio di organizzazione difensivo-lavorativa, ma la mole del palazzo conserva tuttora il suo fascino.

In questo edificio sono alloggiati la Direzione, il Tourist Office, uno shop e il Museum Café; in un’altra ala della stessa struttura è ospitato il Museo della liquirizia “Giorgio Amarelli”, mentre gli uffici amministrativi sono ubicati in un’antica costruzione di recente elegantemente restaurata.

Di fronte, accanto ai capannoni del reparto produzione, svetta la ciminiera della caldaia, museo di se stessa, che porta la data del 1907 e che fu considerata, all’epoca, un impianto modernissimo. Ancora funzionante, anche se non più attiva, veniva alimentata con la sansa, residuo della lavorazione delle olive dopo averne estratto l’olio.

Nei capannoni dove si lavora la liquirizia troviamo ancora una grande macina di pietra del 1700, ovviamente non più utilizzata, che serviva per schiacciare i rami di liquirizia. Qui la lavorazione non è dissimile da quella mirabilmente descritta e illustrata dai grandi viaggiatori del diciottesimo secolo, fra cui l’Abate di Saint-Non, ma ogni processo è adeguato in base alle più esigenti prescrizioni in tema di igiene e sicurezza sul lavoro, tuttavia c’è ancora un “mastro liquiriziaio” che controlla l’esatto punto di solidificazione del prodotto.

Nel centro storico della Rossano antica, vi è, infine, un Palazzo Amarelli risalente alla prima metà dell’Ottocento, dove erano ubicati altri Uffici Amministrativi dell’Azienda, mentre attualmente, al piano terra sul Corso Garibaldi, ci sono ancora le vetrine di un vecchio punto vendita della liquirizia Amarelli allestito con i medesimi arredi di un tempo.

Oggi, la gamma dei prodotti “Amarelli” comprende tutto quanto si può ricavare dalle radici di liquirizia: dal semplice bastoncino di legno grezzo ai prodotti più fantasiosi come il liquore, la birra, la grappa, il cioccolato, i biscotti e altro ancora. Con la sua produzione la Amarelli è presente in tutti i mercati nazionali, in Europa, nell’America del Nord ed in quella meridionale, in Oriente ed in Australia.

Archeologia Industriale: Il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli e l’Archivio Amarelli

Il 21 luglio 2001 si è inaugurato il Museo della liquirizia “Giorgio Amarelli”. La famiglia Amarelli ne ha voluto fortemente la realizzazione nel desiderio di presentare al pubblico una singolare esperienza imprenditoriale, nonché la storia di un prodotto unico del territorio calabrese: in mostra preziosi cimeli di famiglia, utensili agricoli, una collezione di abiti antichi da donna, uomo e bambino a testimoniare l’origine familiare dell’azienda e, infine, macchine per la lavorazione della liquirizia, documenti d’archivio, libri e grafica d’epoca.

Il 26 novembre 2011 viene inaugurata una nuova sala del Museo della liquirizia “Giorgio Amarelli”, la galleria della modernità e del presente. Fra antichi tralicci e guidati dalla fascinosa luce di alcune lampade Edison si dipana la storia dell’introduzione dell’energia trasportata e della rivoluzionaria trasformazione avvenuta nell’organizzazione delle imprese e, nello specifico, nel “Concio” Amarelli. Internazionalizzazione, creazione di nuovi prodotti dove la liquirizia si declina con gusto e fantasia, apertura all’alta ristorazione e confezioni rispettose dell’ambiente che riproducono antiche immagini sono in mostra attraverso il filo conduttore dell’elettricità e dell’elettronica con la proiezione verso un futuro sempre più sofisticato e tecnologico.

Con decreto del Ministero per i Beni e le attività Culturali del 20 dicembre 2012 l’Archivio Amarelli è stato dichiarato d’interesse storico particolarmente importante. L’Archivio è conservato presso il Museo della Liquirizia e raccoglie documenti della famiglia e dell’impresa dal 1445 ad oggi.

Il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli fa parte dell’Associazione Museimpresa.

Premi e riconoscimenti per la Fabbrica di liquirizia Amarelli

Le liquirizie Amarelli hanno ricevuto, fin dal secolo scorso, una diversi riconoscimenti e premi, tra i quali:

Nel 1987 l’Azienda ha ottenuto la medaglia d’oro della Società Chimica Italiana, per aver saputo coniugare la più avanzata tecnologia con il rispetto della tradizione tipica artigianale.

Nel 1996 l’Azienda è stata cooptata nell’Associazione internazionale “Les Hénokiens”, con sede a Parigi.
Per essere chiamati a far parte di questa associazione è necessario che le Aziende rispondano, contemporaneamente, a tre criteri indispensabili per l’ammissione:

1. antichità, rappresentata da almeno duecento anni di vita aziendale e comprovata da documenti scritti originali;
2. rapporto di filiazione, ovvero che vi sia una discendenza diretta degli attuali proprietari rispetto al fondatore;
3. dinamismo e buon andamento finanziario, nonché le prove di essere un attore del tessuto economico del proprio paese e del proprio mercato.

Il 17 novembre 2001 la Amarelli, ha ricevuto a Venezia il Premio Guggenheim – Premio Speciale Il Sole 24 Ore – assegnato alla migliore azienda debuttante.

Nell’Aprile 2004 le Poste Italiane hanno dedicato un francobollo al “Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli” appartenente alla serie tematica “Il Patrimonio Artistico e Culturale Italiano”, emesso in 3.500.000 esemplari.

Nel 2008 l’azienda riceve il premio Leonardo Qualità Italiana e viene chiamata a far parte del Comitato Leonardo, Italian Quality Committee.

Nel 2012 nasce l’Unione Imprese Storiche Italiane, la Amarelli viene invitata ad essere socio fondatore e la vicepresidenza viene affidata a Pina Amarelli la quale, inoltre, ricopre l’incarico di Presidente del Distretto dell’Italia Meridionale.

 

Info:
Museo della Liquirizia Amarelli
SS 106 – Contrada Amarelli 87067 Rossano (CS) Italy
Tel 0983 511 219 www.museodellaliquirizia.it / www.amarelli.it / info@museodellaliquirizia.it
Tutti i giorni è possibile visitare il Museo e di mattina, dal lunedì al venerdì, si può seguire anche il ciclo produttivo dalla radice alla liquirizia.
Le visite, gratuite, sono guidate e vanno prenotate.

 

Sito archeologico industriale: La Fabbrica di Liquirizia Amarelli
Settore industriale: Settore alimentare
Luogo: Rossano – Cosenza -Calabria
Proprietà/gestione: Famiglia Amarelli
Testo a cura di:Museo della Liquirizia Amarelli




Mondi Industriali 014 – in mostra alla Fondazione MAST di Bologna

La fondazione MAST di Bologna, giovedì 23 gennaio, inaugura la mostra fotografica “Mondi Industriali 014”, che affronta l’evoluzione dell’industria negli ultimi 150 anni.

L’esposizione, curata da Urs Stahel, nata da una selezione di opere della collezione di fotografia industriale della Fondazione MAST, è suddivisa in cinque sezioni tematiche: il ritratto dei lavoratori, l’immagine del paesaggio industriale, il teatro della produzione industriale, la visibilità rispetto all’invisibilità di oggi e, a concludere l’itinerario, ciò di cui nessun processo produttivo industriale può fare a meno: energia, trasporti e comunicazioni, l’odierno flusso di dati.

In mostra 243 opere di 46 fotografi internazionali di grande notorietà come Margaret Bourke-White, Robert Doisneau, Walker Evans, Harry Gruyaert, Naoya Hatakeyama, Lewis Wickes Hine, William Eugene Smith, Walter Vogel.

“Mondi Industriali 014”, secondo mostra della fondazione, è inserita nel circuito Art City organizzato in occasione dell’evento Arte Fiera – Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea, giunta alla sua 38ᵃ edizione.

Info
Fondazione MAST
Via Speranza 40/42 – 40133 Bologna www.mast.org
La mostra resterà aperta fino a domenica 30 marzo, dal martedì al sabato dalle 10:00 alle 19:00




La Colibri Press a Londra da stamperia a hub creativo

La Colibri Press di Londra, rappresenta un esempio di riqualificazione del patrimonio industriale: da stamperia e hub creativo.

 

La Colibri Press fu creata nel 1949 e divenne subito un punto di riferimento per la produzione di stampe artistiche che esponevano nelle diverse gallerie Londinesi. In seguito si specializzò nella produzione di litografie e stampe commerciali tanto per il settore pubblico che privato. L’impresa fu smantellata nel 2010 e dopo pochi mesi gli stabili vennero dati in affitto per 15 anni ad una compagnia – Creative Network Partners – che si occupa nello specifico di rivitalizzare edifici industriali obsoleti trasformandoli in spazi di lavoro ed eventi per la comunità creativa londinese, notoriamente radicata ad est della capitale.

La Colibri Press a Londra – L’area

La fabbrica si trova nel quartiere di Hackney – nel distretto di Dalston – che, sebbene sia una delle zone più povere e svantaggiate non solo di Londra ma di tutta l’Inghilterra, si sta trasformando in uno dei poli creativi della capitale. Questo anche a seguito dell’avvenuta gentrificazione del limitrofo quartiere di Shoreditch che ha portato ad una graduale localizzazione delle piccole imprese creative sempre più verso Nord-Est. La stessa amministrazione locale sta puntando a livello economico sullo sviluppo di questo settore, che sta velocemente portando i suoi benefici, grazie anche all’introduzione di nuove infrastrutture, vedi il servizio metro-ferroviario London Overground. Inoltre, il progetto di recupero ben si allinea con le nuove (seppur talvolta discutibili) politiche urbane londinesi che cercano di sfruttare la cosiddetta knowledge-based economy e le industrie creative (Florida: 2004) come motore per lo sviluppo di aree industriali in declino.

La Colibri Press a Londra – Lo stabile

La zona industriale ricopre un’area totale di circa 1000 metri quadrati. Su di questi si trovano l’edificio principale, risultato della giustapposizione storica – a partire dagli inizi dell’ ottocento sino agli anni ’70 – di diversi fabbricati industriali, per un totale di circa 8000 metri quadri sviluppati su diversi piani; un ampio parcheggio privato affiancato da un passaggio pedonale pubblico ed un altro piccolo fabbricato industriale di 700 metri quadrati anch’esso a ridosso dello stesso parcheggio. Lo stabile non era vincolato, perché non considerato di pregio o valore storico dall’amministrazione locale. Ne deriva che il progetto di trasformazione fosse più immediato e scorrevole, soprattutto a livello burocratico. L’unico vincolo posto dall’amministrazione in questo caso, secondo il “Piano di sviluppo locale del quartiere di Hackney”, era che il sito industriale non perdesse la sua funzione di produzione economica. Questo per evitare che la speculazione residenziale edilizia, potesse smantellare quei pochi centri di produzione industriale-economica rimasti tuttavia all’interno del tessuto urbano.

La Colibri Press a Londra – Il progetto

Il progetto prevedeva la trasformazione dello spazio industriale in un hub innovativo che potesse ospitare imprese creative, con relativi studi, spazi comuni e spazi per eventi, affiancati da servizi, come un centro benessere ed un café fruibili tanto dalla comunità creativa che dalla comunità locale. Il parcheggio che fa da collante tra le diverse strutture è stato trasformato in uno spazio pedonale, una piccola plaza su cui si affacciano una serie di negozi, laboratori artigianali ed il cafè, con l’obiettivo di animare e rendere più sicura un’area pubblica in stato di abbandono ritenuta pericolosa. Il progetto di ristrutturazione, suddiviso in differenti fasi temporali, è realizzato attraverso interventi low-cost che massimizzino l’utilizzo degli spazi minimizzando le spese, lasciando intatto per quanto possibile l’involucro esterno dell’edificio. Da ciò è derivato un approccio progettuale basato sull’utilizzo di materiali semplici, talvolta riciclati, talvolta smantellati all’interno dello stesso edificio e riutilizzati. I creativi poi, si sa, mettono il resto.

Info:
Colibri Press Limited
13-15 Amhurst Terrace London E8 2BT
Phone: 0044 020 7254 1345 Fax: 0044 020 7249 8494
Email: info@colibripress.co.uk

Sito archeologico industriale: Colibri Press
Settore industriale: Stamperia -Tipografia – Litografia
Luogo: Londra – Inghilterra
Proprietà/gestione: Creative Network Partners www.creativenetworkpartners.com
Testo a cura di:Arch. Iolanda Bianchi – Architetto responsabile del progetto di riconversione insieme a Robert Jamison e Mirko Lupo fino al Novembre 2013. Contatto: iolebianchi@gmail.com




A rischio il Follone di Pinerolo – Ex Merlettifico Turck – in Piemonte

A rischio il complesso del Follone di Pinerolo, in provincia di Torino. Situato in una porzione di territorio compresa tra il canale Moirano ed il torrente Lemina, a poche centinaia di metri dal centro della città, è un esempio di archeologia industriale.

L’edificio del Follone, antica fabbrica laniera, si affaccia sul Rio Moirano, da cui traeva la forza motrice, e si presenta come un grosso corpo di fabbrica di notevoli dimensioni (144 m. di lunghezza, 9,6 m. di larghezza e 16,3 di altezza); la facciata, in muratura di mattoni intonacata, è caratterizzata dalla ritmicità delle aperture che, ripetute per i quattro piani, segnano l’intero volume.
La fabbrica è sprovvista di qualsiasi elemento decorativo, e rispecchia la tipologia edilizia che si andava affermando alla fine del Seicento: edifici stretti e lunghi, le cui dimensioni erano dettate dal numero dei macchinari che vi venivano disposti. Nel cortile interno, capannoni e sheds, bassi magazzini, tettoie e una ciminiera; a est del fabbricato, l’edificio per gli uffici (caratterizzato da ingresso decorato da una lunetta a vetri cattedrali). A Pinerolo, la lavorazione della lana è l’attività economica più antica, risalente al XI secolo, ma fu a partire dal XV secolo che divenne un’attività prospera in città .

Ecco come il FAI definisce l’Ex Merlettificio Turck  su “I Luoghi del Cuore“:

Uno dei primissimi insediamenti industriali della città, sopravvissuto e rimaneggiato nei secoli, sorge sul sito dell’antico paratore comunale di epoca settecentesca e sull’antichissimo canale artificiale che attraversa la città (il Moirano) le cui sponde nel tempo hanno ospitato laboratori artigiani e mulini prima e industrie poi che ne sfruttavano l’energia idraulica. L’attuale edificio, oggi dismesso, risale al IX secolo e rimane una delle poche testimonianze del passato industriale della città.

Storia del Follone di Pinerolo – Ex Merlettificio Turck, parte del patrimonio industriale italiano

L’edificio denominato Follone venne progettato e costruito nel Quattrocento e posto lungo il rio Moirano, dove si trovavano gli antichi paratori di stoffe. La deliberazione per la costruzione del Follone venne firmata dal Comune di Pinerolo (proprietario del terreno) l’11 aprile 1440, ma l’edificio venne subito dato in concessione a mercanti, che ne ebbero l’affidamento fino al 1614, detenendo il monopolio dell’arte della lana in città.

Il Follone venne ampliato nel 1723 e in esso venne impiantata una fabbrica di falci, una di panni e rattine (panni di lana dalla superficie pelosa ed arricciata), ed infine una fabbrica di calze denominata San Manzo. Questo primo ampliamento consistette nella costruzione di un nuovo follone a fianco dell’antico paratore e permise la concentrazione di tutta la lavorazione della lana in un unico complesso.

Nel 1765 il Follone aveva alle dipendenze già trecento persone, ed il Re lo intitolò Lanificio di Pinerolo e lo pose sotto la sua regia protezione; ciò comportò svariati privilegi, che sommati all’atteggiamento favorevole della città, fecero decollare l’industria laniera rendendo necessaria una nuova espansione.
Il Comune espropriò alcuni edifici adiacenti e incaricò del progetto l’ing. Gerolamo Buniva ed il tecnico
meccanico Giacomo Marletto. Venne costruito un edificio a manica semplice a tre piani; il complesso aveva imponenti opere di presa che alimentavano cinque ruote idrauliche, tre delle quali destinate al nuovo follone, mentre le restanti due alla frisa.

Negli anni successivi la ditta Arduin, locataria, propose l’acquisto della fabbrica, ma il Comune decise che l’industria era troppo utile alla città per venderla, pertanto venne rinnovato il contratto d’affitto.

Durante il periodo Napoleonico la fabbrica raggiunse i 1500 dipendenti, ma dopo questo periodo di crescita esponenziale si arrivò alle prime crisi: il numero degli operai scese a 400, ma il Follone rimase una delle prime industrie del pinerolese.

Verso gli anni trenta dell’Ottocento vi fu un rinnovamento delle tecniche di produzione grazie all’introduzione di nuovi macchinari, che però necessitavano di spazi e quantità di energia idraulica adeguati. Pertanto, venne commissionato all’ing. Filippo Ghigliani un progetto d’innalzamento ed ampliamento del Follone, e la successiva installazione di una moderna turbina idraulica del tipo Fourneyron da 40 cavalli e dopo il 1938 si attrezzò un reparto di filatura a pettine, il primo di tutto lo Stato.

Nel 1820 vennero introdotte la pettinatura e la filatura con macchinari importati dall’Inghilterra, e nel 1829 le due famiglie a capo del Follone (Ditta Fratelli Arduin e Brun) furono premiate con una medaglia d’argento e nel 1832 e nel 1838 con l’oro. Inoltre, la ditta si prodigò per la crescita professionale dei suoi
dipendenti, istituendo corsi di chimica, meccanica e geometria.
Nel 1844 le famiglie ottennero un attestato di benemerenza pubblica per alcune loro iniziative, tra le
quali: ammodernamento nella tintura della lana, introduzione della pettinatura e della filatura secondo
l’uso inglese, filatura e tintura della lane da ricami che ridussero le importazioni da Francia e Russia.

A partire dal 1853 però l’azienda fu colpita da una grave crisi finanziaria che portò alla scissione della
società nel 1858; nel 1881 il fabbricato venne alienato dal municipio, e dal 1895 una parte della fabbrica fu
destinata alla lavorazione tessile, mentre la restante parte venne affittata alla Fabbrica di Pizzi e Merletti, sotto la direzione di Ugo Turck, primo ad introdurre in Italia la fabbricazione di pizzi a macchina.

Dal 1930, passata alla casa tedesca Henkels, la fabbrica venne denominata Merlettificio Turck e continuò la
sua attività fino agli anni settanta, negli anni ottanta i cortili della fabbrica ospitarono le autorimesse
dell’Acea.

A rischio il Follone di Pinerolo, uno degli esempi di archeologia industriale in Italia

Negli anni Settanta tutta l’area è stata acquistata dalla società Moirano, intenzionata a riqualificarne i siti: si prevedeva la demolizione completa o parziale delle preesistenze con costruzione di condomìni che arriverebbero fino al torrente Lemina, alti dai cinque ai sette piani; il progetto rimase in sospeso.

Domenica 13 ottobre 2013 l’ex merlettificio Turck viene devastato da un incendio, al seguito del quale il sindaco di Pinerolo Eugenio Buttiero ha firmato l’ordinanza per la messa in sicurezza della fabbrica e la sua prossima demolizione, primo passo che si concretizzerà poi con l’analisi del progetto presentato dai proprietari nei mesi scorsi e che prevede di realizzare qui un nuovo quartiere di Pinerolo.

Le norme del Piano Regolatore (sovradimensionate sotto il profilo quantitativo, 800 nuovi alloggi in una zona già congestionata dal traffico) omettono la valutazione del valore documentale e storico dell’ex Merlettificio che andrebbe, invece, valorizzato quale importante brano di archeologia industriale e quale ideale contenitore per numerose funzioni pubbliche e private, riuscendo a riproporlo come luogo da cui vengano nuove occasioni di sviluppo e crescita civile, come già evidenziarono i contributi resi dalla Soprintendenza e dalla Prof.ssa Chierici a supporto del Convegno sul Turck promosso da Italia Nostra nel 2010.

Hashtag di riferimento #saveindustrialheritage

Sito archeologico industriale: Il Follone
Settore industriale:Industria Tessile
Luogo: Pinerolo – Torino – Piemonte
Proprietà/gestione: Privati
Testo a cura di: Veronica Polia e-mail  veronica.polia@libero.it
Crediti fotografici:Emanuele Basile

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In mostra The Factory Photographs di David Lynch – immagini di archeologia industriale

Il patrimonio industriale ispira i grandi artisti. The Factory Photographs, progetto fotografico del regista plurinominato agli Oscar David Lynch, raffigura fabbriche e luoghi dell’archeologia industriale. Evocazioni surreali di metamondi immaginari.

The Factory Photographs, curata da Petra Giloy-Hirtz e prima vetrina europea di questo progetto, inaugura il 17 gennaio presso la The Photographers’ Gallery di Londra  “the largest public gallery in London dedicated to photography” , per concludersi il 30 di marzo.

80 Scatti in bianco e nero, realizzati tra il 1980 e il 2000 in vari paesi – Germania, Polonia , New York , New Jersey e Inghilterra – ci restituiscono, attraverso la visione surreale di Lynch fatta di un sovrapporsi di fumi, linee definite e ombre, i luoghi dell’archeologia industriale. Immagini enigmatiche trasalgono la sfera più profonda dell’inconscio turbandolo.

Un libro completamente illustrato “David Lynch: The Factory Photographs”, edito da Prestel , sarà disponibile presso il Bookshop della galleria e online.

Info:
The Photographers’ Gallery, 16 – 18 Ramillies St, London W1F 7LW
Phone +44 (020) 7087 9300
Sito web: www.thephotographersgallery.org.uk e-mail info@tpg.org.uk




Sass Muss – L’ex Chimica Montecatini in Veneto

L’ex Chimica Montecatini di Sospirolo, località Sass Muss, in provincia di Belluno, grazie ad un’imponente azione di restauro e riqualificazione,  rappresenta una delle realtà più interessati dell’archeologia industriale delle Dolomiti.

Lo stabilimento di Sass Muss, destinato alla produzione dell’ammonica e realizzato sulla base del progetto elaborato dall’ingegner Giacomo Fauser, era ubicato vicino al fiume Cordevole. L’intero complesso era costituito dalla fabbrica vera e propria (edificio Sass de Mura: uno spazioso edificio a pianta rettangolare provvisto di vetrate e di grandi portoni d’accesso), un altro dedicato alla produzione di energia (Padiglione Pavione) e da un fabbricato adibito ad uffici e ad abitazione del direttore (edificio Pizzocco).

All’esterno erano collocati i due gasometri: uno grande per l’idrogeno ed uno più piccolo per l’azoto. Lo stabilimento,  costruito nel solo spazio di una anno e dotato di macchinari di fabbricazione italiana,  entrò in produzione nel 1924, occupando all’inizio una ventina di persone. Vi si produceva, col processo Fauser, solo ammoniaca.

La corrente elettrica necessaria al funzionamento  (un milione di chilowattore al mese) era fornita dalla vicina centrale (situata a pochi metri di distanza). Nel 1928 lo stabilimento contava 39 dipendenti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale gli aerei americani mitragliarono, danneggiandoli gravemente, i due gasometri dell’idrogeno e dell’azoto e i serbatoi dell’ammoniaca, che si riversò tutta nel Cordevole. Lo stabilimento restò anche fermo a causa di altri eventi bellici che danneggiarono la condotta forzata della centrale elettrica.

Nel  1964 i dipendenti erano scesi a 24/25. Qualche anno dopo la fabbrica smise l’attività. Negli anni Ottanta, venne acquistata da un’industria chimica milanese, ma mai impiegata per usi produttivi o di altro genere.

Oggi il sito comprende l’insieme dei recuperati edifici di pregio architettonico in termini di archeologia industriale e quello dei nuovi corpi di fabbrica progettati da Attiva spa. La nuova area consiste in quattro blocchi contigui ed indipendenti, realizzati a schiera, e con un’unica copertura verde, per un totale di circa 8.000 metri quadri. In uno dei corpi di fabbrica appartenenti all’ampliamento produttivo  nel 2012 si è insediata l ’azienda produttrice di cioccolato Mirco Della Vecchia .

A partire dal 2012, in seguito all’azione di Dolomiti Contamporanee, i restanti edifici sono stati saltuariamente affittati come spazi espositivi, residence, feste, conferenze ed altro. Attualmente, col recente fallimento della Attiva Spa, tali edifici sono stati messi in vendita.

Il recupero dell’area di archeologia industriale Sass Muss, Sospirolo, Belluno

Attraverso il contributo del Fondo Europeo Sviluppo Regionale, la Attiva Spa – Agenzia Trasformazione Territoriale in Veneto ha realizzato il recupero del sito di archeologia industriale, articolato in 3 edifici originari e 2 edificati ex novo, su progetto dell’Architetto Manlio Olivotto.

Per il restauro dei fabbricati di archeologia industriale si è dovuto provvedere al loro consolidamento strutturale, oltre che all’inserimento di nuove strutture in acciaio, al rifacimento di massetti e pavimenti, della copertura e degli elementi di collegamento verticale. La scelta delle finiture esterne, dei nuovi serramenti e di restaurare gli esistenti è stata particolarmente finalizzata al mantenimento del caratteristico ed originario aspetto dell’antica fabbrica industriale.

Due  nuovi corpi di fabbrica integrano l’area, inserendosi in maniera armoniosa, seppur non mimetica, nel contesto dal punto di vista naturalistico, rispettando il vincolo idrogeologico cui è soggetto il territorio, caratterizzato da diverse componenti ambientali. Dal punto di vista architettonico, il confronto con la forte presenza degli edifici di archeologia industriale avviene in maniera decisa, ma non senza cercare un accordo formale: prospetti vetrati e coperture con manto vegetale si modulano osservando i volumi e lo spazio circostante.

Dolomiti Contemporanee –  Sass Muss un esempio di riqualificazione del patrimonio industriale

Dolomiti Contemporanee,  nato ad agosto 2011, è un riconfiguratore spaziale, e concettuale. Attraverso l’arte e la cultura, Dolomiti Contemporanee individua e riattivata una serie di siti dal forte potenziale: siti industriali, fabbriche abbandonate, ai piedi delle guglie dolomitiche.

Il programma di riqualificazione ideato da Dolomiti Contemporanee prevede l’occupazione temporanea dei complessi individuati, che vengono trasformati in centri espositivi. Al loro interno, si attivano le Residenze, in cui vengono ospitati gli artisti. Oltre 100 nei primi due anni di attività. La fabbriche, chiuse da anni o decenni, riaprono dunque come centri di produzione culturale ed artistica.

Sass muss è il sito-origine del progetto Dolomiti Contemporanee. il primo complesso riattivato e recuperato attraverso un modello in cui cultura ed arte divengono elementi produttivi di spinta, leve concrete per l’azione sul territorio.

Il sito di archeologia industriale di Sass Muss è stato utilizzato da Dolomiti Contemporanee  tra giugno 2011 e giugno 2012, ed ha inaugurato la stagione delle “migrazioni artistiche”. Dolomiti Contemporanee all’interno dell’edificio Pizzocco ha realizzato i propri uffici, un bar-ristoro, e utilizzando gli appartamenti ai piani superiori per la Residenza degli artisti; i Padiglioni Pavione (750 metri quadri) e Sass de Mura (1.000 metri quadri), sono stati utilizzati come spazi espositivi, insieme a due degli edifici che fanno parte dell’ampliamento produttivo. Oltre 10.000 persone sono giunte in questo sito, formidabile e delocalizzato, riscoprendolo, dopo decenni d’oblio, e inaugurando una nuova stagione per il complesso. In seguito, altri siti, complessi d’archeologia industriale, fabbriche abbandonate, sono state riavviate grazie all’azione di Dolomiti Contemporanee (Blocco di Taibon, estate 2012) che attualmente lavora ai prossimi cantieri.

Ecco alcuni dei video realizzati da Dolomiti Contemporanee e visionabili sul loro canale YouTube che ci accompagnano alla scoperta del sito di archeologia industriale Sass Muss:

Dolomiti Contemporanee – Sass Muss #1

Dolomiti Contemporanee – Sass Muss 30 luglio 2011 – video start

Info:

Dolomiti Contemporanee Tel Belluno +39 0437 30685  Casso +39 0427 666068 +39 338 1492993
Web site www.dolomiticontemporanee.net e-mail  info@dolomiticontemporanee.net

Sito archeologico industriale: L’ex Chimica Montecatini Sass Muss
Settore industriale:Industria Chimica
Luogo: Sass Muss – Sospirolo – Belluno – Veneto (Sospirolo è all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, Patrimonio UNESCO)
Proprietà/gestione: Attiva Spa e Mirco Della Vecchia – Artigiano del Ciccolato
Testo a cura di: Dolomiti Contemporanee

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