Ivrea: la città industriale di Adriano Olivetti – foto di Gianluca Giordano

Ivrea, in provincia di Torino, è uno splendido esempio della più moderna archeologia industriale che si candida a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO

La città industriale di Ivrea, vero e proprio paesaggio urbano, comprende gli edifici destinati alla produzione, ai servizi e alla civile abitazione che sono stati realizzati a partire dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta del Novecento. Tali edifici, progettati da una serie di importanti architetti, insieme al disegno urbano, sono la materializzazione dell’idea di ingegneria sociale che Adriano Olivetti mise in atto nel corso del Novecento

Ivrea si candida ad entrare nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO

Nel 2008 è stato istituito con decreto ministeriale un Comitato Nazionale promosso dalla Fondazione Adriano Olivetti in collaborazione con il Comune di Ivrea e il Politecnico di Milano e finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), dalla Regione Piemonte e dalla Fondazione Adriano Olivetti. Il Comitato Nazionale si è impegnato dell’analizzare il tema della valorizzazione del patrimonio architettonico moderno di Ivrea con l’obiettivo di intraprendere il lungo e complesso percorso che vedrebbe “Ivrea, città industriale del XX secolo” all’interno della Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Ivrea, città industriale del XX secolo” è la prima candidatura italiana nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO relativa a un sito industriale novecentesco.”

La candidatura di Ivrea è già stata esaminata a Parigi, tuttavia per una serie di motivazioni,  passerà al prossimo ciclo di valutazione che inizierà nel 2017, e sarà esaminata in occasione della 42° sessione del Comitato per il Patrimonio Mondiale nel corso dell’anno 2018.

Per promuovere la candidatura, il Comitato Nazionale ha prodotto un ampio dossier accompagnato da un ricco repertorio di immagini realizzate dal fotografo Gianluca Giordano.

Chi è Gianluca Giordano
Gianluca Giordano, fotografo di architettura. Docente a contratto di tecniche pittoriche antiche, arti visive, tecnologia, disegno e laboratorio di restauro in corsi di specializzazione post-diploma e post-laurea, Gianluca Giordano è fotografo ufficiale del dossier di candidatura patrimonio UNESCO “Ivrea Città industriale del XX secolo”.

 

Album del Patrimonio Industriale

Ivrea, la città industriale di Adriano Olivetti in alcune delle fotografie di Gianluca Giordano

Ivrea, la città industriale di Adriano Olivetti – Video che raccoglie le fotografie di Gianluca Giordano

https://www.youtube.com/watch?v=sipBNvR7nDc&feature=youtu.be




L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea

L’Archivio Storico Olivetti di Ivrea (TO) conserva la documentazione di una delle aziende che ha segnato la storia economica del nostro paese, non solo da punto di vista tecnologico, ma anche per la cultura del lavoro che in essa si perseguiva.

La Olivetti – cenni storici

Costituita ad Ivrea nel 1908 come “prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”, fin dagli inizi l’Olivetti si distingue per l’attenzione alla tecnologia e all’innovazione, la cura del design, la presenza internazionale, la sensibilità verso gli aspetti sociali del lavoro e l’azione diretta a vantaggio dello sviluppo del territorio, sotto il profilo culturale ed urbanistico. Questi caratteri sono impressi dal fondatore Camillo Olivetti e in particolare dal figlio Adriano, che a metà degli anni Trenta, trasforma l’azienda familiare in un moderno gruppo industriale internazionale capace di conquistare in diversi campi e in diversi momenti storici, posizioni di assoluta eccellenza a livello mondiale.

In un ambiente favorevole alla libera espressione dello spirito di iniziativa e delle capacità personali, aperto alla cultura umanistica come a quella tecnico-ingegneristica, emergono numerosi personaggi di grande valore: operai che diventano direttori generali, intellettuali e umanisti che ricoprono cariche importanti, tecnici, economisti e strateghi di primo piano, grafici e designer che legano indissolubilmente il nome Olivetti all’eleganza delle forme e alla funzionalità dei prodotti.

Conquistate posizioni di leadership mondiale nei prodotti meccanici per ufficio, già negli anni ’50 l’Olivetti investe nella tecnologia elettronica con importanti risultati.

La scomparsa di Adriano Olivetti (1960) e il peso degli investimenti rallentano la transizione verso l’elettronica; ma nel 1965 esce il primo calcolatore elettronico da tavolo la Programma 101, nel 1978 la prima macchina per scrivere elettronica a livello mondiale e nel 1982 il primo PC professionale europeo.

Negli anni ’80, Olivetti accelera lo sviluppo nell’informatica e nei sistemi. I nuovi sviluppi delle telecomunicazioni, negli anni ’90 spingono l’Olivetti a spostare il baricentro verso questo settore, dapprima creando Omnitel (1990) e Infostrada (1995) e poi acquisendo il controllo di Telecom Italia (1999), con la quale si fonde nel 2003.

La Olivetti – Archivio Nazionale Cinema d’Impresa

https://www.youtube.com/watch?v=DeOyQzQ3b9s

L’Associazione Archivio Storico Olivetti – attività e scopi

Costituita a Ivrea nel 1998 su iniziativa della Società Olivetti, in accordo con la Fondazione Adriano Olivetti e con la partecipazione di importanti soci pubblici e privati, l’Associazione si occupa del recupero, della conservazione, gestione, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico documentale della Olivetti.

I fondi documentali sono costituiti da documenti, lettere, libri, giornali, riviste, manifesti, disegni, foto, filmati, audiovisivi, prodotti, modellini e plastici, che divengono oggetto di un sistematico lavoro di schedatura elettronica e per quanto possibile di digitalizzazione.

L’attività dell’Associazione non si esaurisce con l’impegno strettamente archivistico di recupero, catalogazione e conservazione dei documenti, ma si manifesta anche attraverso l’attività di assistenza e consulenza nei confronti di studiosi e ricercatori, di collaborazione con iniziative culturali di enti privati e pubblici, di realizzazione di mostre, filmati, conferenze, studi, ricerche e pubblicazioni finalizzate a promuovere e approfondire la conoscenza della storia e dei valori olivettiani.

Con questa medesima finalità l’Associazione gestisce e continuamente arricchisce il suo portale www.storiaolivetti.it che attraverso testi e foto gallery illustra diversi aspetti della storia olivettiana.

L’Associazione conserva anche una Biblioteca Specialistica che fa parte del coordinamento delle biblioteche speciali e specialistiche di Torino, e che conta al momento oltre 21.000 titoli ivrea.erasmo.it; l’Emeroteca raccoglie 186 periodici italiani ed esteri (tra cui gli house organ delle consociate della Società).

L’Associazione svolge attività educative, organizza tour didattici per le scuole e attività formative per le aziende del territorio, anche oltre l’ambito regionale; promuove e conduce visite (gratuite) per le scuole, di ogni ordine e grado, alla mostra permanente, Cento anni di Olivetti, il progetto industriale.

Dichiarato nel 1998 di “notevole interesse storico” da parte della Soprintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, l’Archivio Storico Olivetti è nella Rete di Archivi d’Impresa, progetto della Direzione Generale per gli Archivi e collabora allo sviluppo di temi e percorsi del Portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN) e del Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA). È tra i soci fondatori dell’Associazione Nazionale degli Archivi e dei Musei d’Impresa, Museimpresa; nel 2005 diventa socio dell’AAA/Italia, l’Associazione nazionale degli Archivi di Architettura contemporanea.

L’Archivio collabora inoltre con molti enti del Territorio, tra cui il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli Studi di Torino sede di Ivrea, e l’Accademia dell’Hardware e del Software libero “Adriano Olivetti”. È partner tecnico-scientifico del Tavolo di coordinamento della Candidatura Unesco di Ivrea città industriale del XX secolo.

Sito archeologico industriale: Archivio Storico Olivetti
Settore industriale: Industria tecnologica
Luogo: Ivrea, Torino, Piemonte, Italia
Proprietà e Gestione: Olivetti / Telecom Italia SpA – www.arcoliv.org
Testo a cura di: Associazione Archivio Storico Olivetti




L’Archivio Zegna di Trivero tra radici e ali

L’Archivio Zegna di Trivero, in provincia di Biella, raccoglie e valorizza la storia di una delle più prestigiose aziende italiane nel settore del tessile e della moda. Una documentazione unica che racconta una parte importante del nostro patrimonio industriale.

Ermenegildo Zegna (1892-1966) aveva già intuito che la consapevolezza dei risultati raggiunti è importante quanto l’entusiasmo per quelli da raggiungere. Alla figura del fondatore si può far risalire l’intento e l’avvio dell’attività di conservazione della storia Zegna nella sua totalità, attraverso la puntigliosa archiviazione dei documenti, delle fonti iconografiche e, soprattutto, dei preziosi campionari tessuti, vera e propria “memoria tecnica” del prodotto. A Ermenegildo Zegna, Conte di Monte Rubello di Trivero, si può ricondurre la precisa volontà di trasmettere organicamente le esperienze di un uomo e di una famiglia che hanno creato uno dei nomi più apprezzati e noti dell’imprenditoria made in Italy .

Aldo Zegna, primogenito di Ermenegildo scomparso nel 2000, dopo una vita dedicata insieme al fratello Angelo a trasformare il lanificio di Trivero (Biella) nel Gruppo Zegna, una realtà produttiva e commerciale non più locale ma “diffusa” in tutto il mondo, aveva a sua volta manifestato interesse per il recupero e per il riordino del patrimonio documentario e, in modo particolare, di quello fotografico del “mondo” Zegna, patrimonio che nel frattempo si era vistosamente ingrandito arrivando a includere le giacenze documentarie prodotte anche da decine di aziende diverse, da vari settori di investimento (per esempio l’attività turistica) e dalle “opere sociali” istituite a partire dagli anni Trenta.
Dal 2002 le linee tendenziali già presenti nelle due precedenti generazioni hanno potuto convergere nella realizzazione di un polo archivistico onnicomprensivo capace di accogliere le carte, le fotografie, i disegni tecnici, i campionari, gli oggetti, ecc… generati in più di un secolo di vita.

Attraverso la Fondazione Ermenegildo Zegna, tutti i membri della famiglia attivi nel Gruppo, ormai alla terza generazione, hanno ereditato la passione per la propria storia, trasformandola in una vera mission di ricerca, di recupero e di messa in valore.

L’Archivio Zegna e la sua attività

L’Archivio Zegna non è mai stato, fin dalle sue origini ideali, solo e semplicemente un luogo della ricordanza e, tanto meno, è stato costruito come un “archivio” nell’accezione corrente e adinamica del termine. Il patrimonio archivistico Zegna in tutte le sue componenti è, in se stesso, un cantiere di lavoro sempre attivo perché accoglie e accoglierà le testimonianze di una realtà non solo industriale in continua crescita e in evoluzione costante. In più l’Archivio Zegna è la fucina di sempre nuove idee dove la tradizione si fonde con la trasformazione e dove work in progress è il brand.

Ma, soprattutto, l’Archivio Zegna è da considerarsi parte integrante del processo creativo e di quello produttivo intrinseci all’identità e alla vita stessa del Gruppo. Tanto gli ideatori delle campagne pubblicitarie quanto i disegnatori dei tessuti, tanto gli stilisti quanto i tecnici produttivi del Gruppo Zegna possono contare su un giacimento potenzialmente infinito, ma organizzato e funzionale, cui attingere per trovare ispirazioni, confronti e verifiche. Si consolidato, in effetti, un circolo virtuoso che comporta il conferimento dei materiali documentari “grezzi” e la loro restituzione sotto forma di “prodotto finito” archivistico utilizzabile per le più diverse finalità.

L’Archivio Zegna e il suo patrimonio

La tradizione e l’identità Zegna è maschile e la vocazione per l’eccellenza stilistica e qualitativa per l’abbigliamento for men si ritrova fin dalle più ricche collezioni di échantillons che l’azienda ha voluto acquisire e affiancare alle proprie per stimolare il confronto e la creatività.

I libroni secolari della parigina Claude Frères (tutti restaurati nella loro antica fattura), tramandano la moda pour homme dal 1859 e conducono a quello che potrebbe considerarsi il “cuore” dell’Archivio Zegna, la serie di testimoni che più di tutti riassumono, scandiscono ed esaltano la storia Zegna: i campionari stagionali del Lanificio Ermenegildo Zegna fin dal primo anno di esercizio, il 1910.

A conferire ancor maggiore importanza a questa splendida e completissima collezione sta il fatto che i volumi, i contenitori, i ritagli di tessuti, gli stessi strumenti di consultazione rappresentano, nella loro esaustiva descrizione tecnica originaria, la possibilità concreta ed effettiva di riproporre e/o reinventare di cento anni di tessuti, come accaduto con il “Tessuto N° 1” rivisitato in occasione della ricorrenza del centenario di fondazione del Gruppo nel 2010. Inoltre, Zegna ha investito nella “buona pratica” di salvare e di riqualificare archivi tessili non di sua produzione, come lo straordinario campionario dell’elvetica Heberlein, un insieme di molte centinaia di migliaia di porzioni di stoffe tessute, tinte o stampate tra il 1920 e il 1980.

Dal punto di vista strettamente archivistico, la parte più importante dell’Archivio Zegna è il nucleo di documenti cartacei originali inerenti l’attività non solo del lanificio, ma anche delle altre realtà industriali o commerciali. Alle carte riflettenti la produzione di tessuti in Trivero dal 1910, si affiancano quelle relative all’industria della maglieria, la STIMA Società Torinese Industrie Maglieria e Affini, a partire dagli ultimi anni ’40 (dapprima a Torino poi presso lo stesso lanificio) e quelle generate da ragioni sociali dedicate alla confezione, quali la In.Co. Industria Confezioni o la Condotti. I “soggetti produttori” archivistici a oggi inclusi nel grande “inventario” digitale sono circa 150 e si riferiscono a tutti i continenti coprendo estensione lineare di circa un kilometro. Ma Zegna non è stata, ne è, solo una grande fabbrica tessile: i documenti restituiscono anche l’impegno iniziato da Ermenegildo Zegna e continuato dai figli in ambito socio-assistenziale con la creazione del Centro Zegna, così come nella bonifica e nella promozione della montagna del Biellese occidentale, dal torrente Cervo alla Valsessera (quella che oggi costituisce l’Oasi Zegna). E le carte della società immobiliare Monte Rubello e della stazione sciistica di Bielmonte raccontano infine della trasformazione impressa da Ermenegildo Zegna alle terre che sovrastano Trivero, soprattutto con la costruzione della strada Panoramica che posta il suo nome.

Le immagini, non meno di 200 mila fototipi (che restituiscono il “mondo” Zegna dal primo corpo di fabbrica alle ultime sfilate, dai macchinari alle campagne pubblicitarie, dalle maestranze alle installazioni artistiche di “All’Aperto” o agli scatti di Mattias Klum), e molte pellicole (le più datate delle quali realizzate su commissione dall’Istituto Luce attorno al 1940), documentano in parallelo la storia Zegna in ogni suo aspetto, da quando il lanificio era poco più di un capannone a shed alle inaugurazioni dei più recenti dei circa 600 corners Zegna.
La Fondazione Ermenegildo Zegna e tutto il Gruppo hanno dato vita e sostenuto questo speciale tributo alle loro stesse origini, consapevoli che si tratta di un giacimento storiografico e culturale non pubblico, ma senza dubbio condiviso. Zegna e Trivero, soprattutto, ma anche Zegna e il Biellese sono binomi storicamente fortissimi e tuttora inscindibili. La salvaguardia della storia Zegna corrisponde alla “messa in sicurezza” di una porzione importante della memoria del passato della comunità e del territorio in cui tuttora presente la produzione e sui quali è profuso l’impegno di “azioni” non industriali, come l’Oasi Zegna.

L’Archivio Zegna e la sua sede: Casa Zegna

L’idea trasmessa da Ermenegildo Zegna si è strutturata in un progetto che vede la sua prima importante concretizzazione nell’allestimento dell’Archivio Zegna all’interno del prestigioso complesso di Casa Zegna inaugurato nel giugno del 2007. Tenendo presente che il “mondo” Zegna è nato con il lanificio di Trivero e che, proprio a Trivero, Ermenegildo Zegna ha dato inizio, e via via ampliato, le sue più significative realizzazioni in ambito socio-assistenziale, urbanistico e turistico-ambientale, la “fabbrica archivistica” non poteva che svilupparsi proprio a Trivero. Ricalcando i passi dell’impresa umana, imprenditoriale e filantropica di Ermenegildo Zegna, anche l’acquisizione della documentazione ha avuto un andamento concentrico, dapprima locale, per poi espandersi a tutta la ramificata architettura produttiva e commerciale Zegna nel mondo.

La villa edificata negli anni Venti per la famiglia del Grand. Uff. Mario Zegna (1890-1972), fratello del Ermenegildo e, successivamente, abitata dai figli e dai nipoti di quest’ultimo, oggi contiene l’Archivio Zegna.

L’Archivio Zegna è motore di eventi e offerte culturali fin dall’inizio della sua attività. Casa Zegna, infatti, allestisce e/o ospita non meno di due mostre all’anno o occasioni analoghe e, per la maggior parte, si tratta di proposte e realizzazioni dell’archivio. Le fotografie, i filmati, le carte, i campionari e gli oggetti archiviati hanno consentito di strutturare i due percorsi dedicati alla evoluzione del marchio Zegna, quello focalizzato sullo sviluppo della stazione sciistica di Bielmonte, quello incentrato sulla “costruzione del paesaggio” operata da Ermenegildo Zegna ecc.

Casa Zegna è parte di Museimpresa, l’associazione italiana dei musei e degli archivi d’impresa, promossa da Assolombarda e Confindustria.

L’Archivio Agnona, parte dell’Archivio Zegna

A quello che è il considerevole corpus archivistico Zegna si è qui fuso, come è accaduto in senso industriale, il consistente e importantissimo Archivio Agnona.
Di Agnona si custodisce, oltre ai “fazzoletti” che disegnano mezzo secolo di stile al femminile, tutta la documentazione cartacea preservata dopo la chiusura dello stabilimento di Aranco (Borgosesia). Vi si trovano gli elementi archivistici fondamentali per la ricostruzione della storia dell’azienda fondata nel 1953 con la partecipazione di Aldo e Angelo Zegna, e incorporata nel Gruppo Zegna nel 2000: oltre alle carte, il prezioso materiale pubblicitario e di rassegne stampa, e la raccolta delle immagini, le testimonianze più vivide delle prestigiose collaborazioni di Agnona con i grandi nomi della moda donna mondiale dell’ultimo mezzo secolo, da Chanel a Versace, da Mila Schön a Pierre Cardin, da Emilio Pucci a Givenchy.

L’Archivio Zegna e la sua fruibilità

L’Archivio Zegna è un archivio privato e, per ragioni facilmente comprensibili, il suo accesso non è libero né automatico. La fruizione dei documenti custoditi è vincolata alla accettazione di un’apposita richiesta compilata da chi fosse interessato alla consultazione e sottoposta alla valutazione della proprietà. L’uso specifico dei documenti è inoltre stabilito dall’apposito regolamento interno.

Dal 2013 è comunque attivo il sito www.archiviozegna.com grazie al quale è possibile esplorare la realtà archivistica Zegna secondo la declinazione “quadricipite” (Family business, Prodotti e comunicazione, Ambiente e montagna, Filantropia e cultura) definita per i settori di interesse e di sviluppo tanto del Gruppo quanto della Fondazione Ermenegildo Zegna.

Sito archeologico industriale: Archivio Zegna
Settore industriale: Settore Tessile
Luogo: Trivero, Biella, Piemonte, Italia
Proprietà e Gestione: Fondazione Zegna www.archiviozegna.com/it
Testo e Immagini a cura di: Archivio Gruppo Zegna




Il Birrificio Menabrea di Biella

La Birra Menabrea Spa è un gioiello di archeologia industriale ancora attivo. Fondata a Biella nel 1846 è la più antica birreria italiana esistente.

 

La storia di Birra Menabrea, esempio di archeologia industriale tutto italiano

Con più di 160 anni di attività, Birra Menabrea ha indubbiamente contribuito a fare la storia della birra in Italia.

La sua fondazione risale infatti al 1846, quando il sig. Welf di Gressoney ed i fratelli Antonio e Gian Battista Caraccio decisero di dar vita ad un laboratorio per la produzione della birra. Nel 1854, la birreria venne affittata a Jean Joseph Menabrea e Antonio Zimmermann, che la acquistano poi nel 1864. A seguito dell’uscita di Zimmermann dalla società, fu proprio Giuseppe Menabrea-non più Jean Joseph, poiché la lingua ufficiale era ormai l’italiano- a costituire, il 6 luglio 1872, la “G. Menabrea e figli”.

L’applicazione della tecnica a bassa fermentazione, all’epoca poco diffusa, e l’utilizzo di materie prime qualitativamente eccellenti, prima su tutte, l’acqua delle fonti biellesi, hanno caratterizzato fin da subito Birra Menabrea e ne hanno decretato il successo.

Con la morte del patriarca, avvenuta nel 1881, gli eredi che si sono succeduti, oltre a contribuire alla diffusione del marchio in Italia, hanno ottenuto importanti onorificenze da parte dei regnanti. Nel 1896, la società passa nelle redini di Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, mariti delle sorelle Menabrea. Da quel momento in poi, sarà la famiglia Thedy a guidare l’Azienda.

Con la fine del 1800, arrivano gli attestati di riconoscimento anche a livello internazionale: la Medaglia d’Argento all’esposizione di Torino, il Diploma d’Onore e Croce di Digione in Francia, a Monaco in Germania e a Gand, in Belgio. Nel nuovo secolo, il palmarès di Birra Menabrea si arricchisce di prestigiosi e numerosi premi che si susseguono ininterrottamente. Tra questi si ricordano quattro Gran Premi e Medaglie d’Oro alle esposizioni di Torino, Milano, Roma, Bruxelles e Parigi.

Nel 1991, l’Azienda entra a far parte del Gruppo Birra Forst, azienda birraria dell’Alto Adige nota per la qualità dei suoi prodotti ed il rispetto della natura. L’accordo, siglato da Paolo Thedy, quarto discendente della dinastia, è finalizzato a riaffermare l’orgoglio di una birra tutta italiana ed a rafforzare ulteriormente la presenza commerciale sul territorio. Birra Menabrea mantiene comunque intatta la sua forte identità ed indipendenza, riuscendo a conservare viva la cultura e la tradizione birraria, e ritagliarsi un posto d’onore nel panorama internazionale.

Dal 1997 al 2011, Birra Menabrea sale infatti sui gradini più alti del podio al World Beer Championships di Chicago, autorevole concorso annuale promosso da esperti del settore, ottenendo Medaglie d’Oro e d’Argento. E’ una consacrazione per l’Azienda biellese, che dal 2005, dopo la scomparsa di Paolo Thedy, passa sotto la direzione del figlio, Franco Thedy, quinto discendente della famiglia.

La struttura produttiva del Birrificio Menabrea

Situato nel centro storico di Biella, lo stabilimento in cui viene prodotta la Birra Menabrea mantiene, ancora oggi, intatto il fascino della tradizione di più di 160 anni di attività.

Presso lo stabilimento, che si estende su di una superficie di 7.500 m2, dei quali 4.500 coperti, vengono realizzate tutte le fasi di lavorazione della birra: dalla produzione fino al confezionamento.

Lo stabilimento Menabrea è composto da una sala cottura in grado di lavorare 570 ettolitri al giorno di mosto, da n. 4 cantine di fermentazione, che ospitano fino a 9.500 hl di birra, da cantine di deposito che riescono a contenere fino a 9.000 hl di birra e da un sistema di filtraggio da 150 hl all’ora.
A questi si aggiungono un impianto di infustamento che consente la produzione di 300 fusti/ora ed un innovativo e moderno impianto di imbottigliamento, completato alla fine del 2012, che è in grado di garantire una capacità produttiva di 15.000 bottiglie/ora. Realizzato con le migliori e più moderne tecniche costruttive, rispettando gli standard di compatibilità ambientale, il nuovo impianto di imbottigliamento rappresenta l’ultimo investimento industriale, in termini temporali, realizzato da Birra Menabrea. Una scelta in linea con una strategia aziendale che favorisce lo sviluppo di un processo di produzione efficiente, basato su di un severo controllo dei parametri qualitativi relativi al completo iter produttivo.

Per Birra Menabrea la cura, l’attenzione, la qualità e la naturalità sono prerogative imprescindibili: dalla selezione accurata delle materie prime (prima su tutte l’acqua cristallina delle montagne biellesi, ma anche il malto d’orzo primaverile, il lievito, il mais, il luppolo dell’Hallertau) alla sapiente miscelazione e fermentazione, fino alla filtrazione della birra.
Ad esse, si affianca un processo di produzione che rispetta i tempi della tradizionale: al fine di mantenere intatte le qualità organolettiche ed assicurare una maggiore fragranza del prodotto.
La peculiarità ed il successo di Birra Menabrea risiedono proprio nella capacità di produrre una birra d’élite, che riesce a coniugare il concetto di fatto-a-mano e di rispetto della tradizione ad un ambito produttivo tecnologicamente avanzato

Il Museo Birra Menabrea, la biblioteca della birra ed il Ristorante 

Accanto allo storico stabilimento dell’azienda, a Biella, si trova il Museo della Birra Menabrea, piccola collezione privata  che racchiude un eccezionale patrimonio di cultura e tradizione. All’interno della sede storica, è inoltre presente anche la Biblioteca della birra, che conta più di 300 pubblicazioni e documenti originali in latino, italiano, francese e tedesco, alcuni dei quali risalgono al 1500. Entrambe le strutture sono visitabili su prenotazione.

Annesso alla fabbrica e ricavato dalle vecchie stalle dello stabilimento, si trova inoltre il Ristorante Menabrea, dall’ambiente informale ed accogliente. Presso il locale è possibile cenare abbinando le diverse referenze Menabrea ad una cucina locale tipica e gustosa.

Sito archeologico industriale: Il Birrificio Menabrea
Settore industriale: Settore birraio
Luogo:Biella – Piemonte
Proprietà/gestione: Gruppo Birra Forst www.birramenabrea.com
Testo a cura di:Birrificio Menabrea




A rischio il Follone di Pinerolo – Ex Merlettifico Turck – in Piemonte

A rischio il complesso del Follone di Pinerolo, in provincia di Torino. Situato in una porzione di territorio compresa tra il canale Moirano ed il torrente Lemina, a poche centinaia di metri dal centro della città, è un esempio di archeologia industriale.

L’edificio del Follone, antica fabbrica laniera, si affaccia sul Rio Moirano, da cui traeva la forza motrice, e si presenta come un grosso corpo di fabbrica di notevoli dimensioni (144 m. di lunghezza, 9,6 m. di larghezza e 16,3 di altezza); la facciata, in muratura di mattoni intonacata, è caratterizzata dalla ritmicità delle aperture che, ripetute per i quattro piani, segnano l’intero volume.
La fabbrica è sprovvista di qualsiasi elemento decorativo, e rispecchia la tipologia edilizia che si andava affermando alla fine del Seicento: edifici stretti e lunghi, le cui dimensioni erano dettate dal numero dei macchinari che vi venivano disposti. Nel cortile interno, capannoni e sheds, bassi magazzini, tettoie e una ciminiera; a est del fabbricato, l’edificio per gli uffici (caratterizzato da ingresso decorato da una lunetta a vetri cattedrali). A Pinerolo, la lavorazione della lana è l’attività economica più antica, risalente al XI secolo, ma fu a partire dal XV secolo che divenne un’attività prospera in città .

Ecco come il FAI definisce l’Ex Merlettificio Turck  su “I Luoghi del Cuore“:

Uno dei primissimi insediamenti industriali della città, sopravvissuto e rimaneggiato nei secoli, sorge sul sito dell’antico paratore comunale di epoca settecentesca e sull’antichissimo canale artificiale che attraversa la città (il Moirano) le cui sponde nel tempo hanno ospitato laboratori artigiani e mulini prima e industrie poi che ne sfruttavano l’energia idraulica. L’attuale edificio, oggi dismesso, risale al IX secolo e rimane una delle poche testimonianze del passato industriale della città.

Storia del Follone di Pinerolo – Ex Merlettificio Turck, parte del patrimonio industriale italiano

L’edificio denominato Follone venne progettato e costruito nel Quattrocento e posto lungo il rio Moirano, dove si trovavano gli antichi paratori di stoffe. La deliberazione per la costruzione del Follone venne firmata dal Comune di Pinerolo (proprietario del terreno) l’11 aprile 1440, ma l’edificio venne subito dato in concessione a mercanti, che ne ebbero l’affidamento fino al 1614, detenendo il monopolio dell’arte della lana in città.

Il Follone venne ampliato nel 1723 e in esso venne impiantata una fabbrica di falci, una di panni e rattine (panni di lana dalla superficie pelosa ed arricciata), ed infine una fabbrica di calze denominata San Manzo. Questo primo ampliamento consistette nella costruzione di un nuovo follone a fianco dell’antico paratore e permise la concentrazione di tutta la lavorazione della lana in un unico complesso.

Nel 1765 il Follone aveva alle dipendenze già trecento persone, ed il Re lo intitolò Lanificio di Pinerolo e lo pose sotto la sua regia protezione; ciò comportò svariati privilegi, che sommati all’atteggiamento favorevole della città, fecero decollare l’industria laniera rendendo necessaria una nuova espansione.
Il Comune espropriò alcuni edifici adiacenti e incaricò del progetto l’ing. Gerolamo Buniva ed il tecnico
meccanico Giacomo Marletto. Venne costruito un edificio a manica semplice a tre piani; il complesso aveva imponenti opere di presa che alimentavano cinque ruote idrauliche, tre delle quali destinate al nuovo follone, mentre le restanti due alla frisa.

Negli anni successivi la ditta Arduin, locataria, propose l’acquisto della fabbrica, ma il Comune decise che l’industria era troppo utile alla città per venderla, pertanto venne rinnovato il contratto d’affitto.

Durante il periodo Napoleonico la fabbrica raggiunse i 1500 dipendenti, ma dopo questo periodo di crescita esponenziale si arrivò alle prime crisi: il numero degli operai scese a 400, ma il Follone rimase una delle prime industrie del pinerolese.

Verso gli anni trenta dell’Ottocento vi fu un rinnovamento delle tecniche di produzione grazie all’introduzione di nuovi macchinari, che però necessitavano di spazi e quantità di energia idraulica adeguati. Pertanto, venne commissionato all’ing. Filippo Ghigliani un progetto d’innalzamento ed ampliamento del Follone, e la successiva installazione di una moderna turbina idraulica del tipo Fourneyron da 40 cavalli e dopo il 1938 si attrezzò un reparto di filatura a pettine, il primo di tutto lo Stato.

Nel 1820 vennero introdotte la pettinatura e la filatura con macchinari importati dall’Inghilterra, e nel 1829 le due famiglie a capo del Follone (Ditta Fratelli Arduin e Brun) furono premiate con una medaglia d’argento e nel 1832 e nel 1838 con l’oro. Inoltre, la ditta si prodigò per la crescita professionale dei suoi
dipendenti, istituendo corsi di chimica, meccanica e geometria.
Nel 1844 le famiglie ottennero un attestato di benemerenza pubblica per alcune loro iniziative, tra le
quali: ammodernamento nella tintura della lana, introduzione della pettinatura e della filatura secondo
l’uso inglese, filatura e tintura della lane da ricami che ridussero le importazioni da Francia e Russia.

A partire dal 1853 però l’azienda fu colpita da una grave crisi finanziaria che portò alla scissione della
società nel 1858; nel 1881 il fabbricato venne alienato dal municipio, e dal 1895 una parte della fabbrica fu
destinata alla lavorazione tessile, mentre la restante parte venne affittata alla Fabbrica di Pizzi e Merletti, sotto la direzione di Ugo Turck, primo ad introdurre in Italia la fabbricazione di pizzi a macchina.

Dal 1930, passata alla casa tedesca Henkels, la fabbrica venne denominata Merlettificio Turck e continuò la
sua attività fino agli anni settanta, negli anni ottanta i cortili della fabbrica ospitarono le autorimesse
dell’Acea.

A rischio il Follone di Pinerolo, uno degli esempi di archeologia industriale in Italia

Negli anni Settanta tutta l’area è stata acquistata dalla società Moirano, intenzionata a riqualificarne i siti: si prevedeva la demolizione completa o parziale delle preesistenze con costruzione di condomìni che arriverebbero fino al torrente Lemina, alti dai cinque ai sette piani; il progetto rimase in sospeso.

Domenica 13 ottobre 2013 l’ex merlettificio Turck viene devastato da un incendio, al seguito del quale il sindaco di Pinerolo Eugenio Buttiero ha firmato l’ordinanza per la messa in sicurezza della fabbrica e la sua prossima demolizione, primo passo che si concretizzerà poi con l’analisi del progetto presentato dai proprietari nei mesi scorsi e che prevede di realizzare qui un nuovo quartiere di Pinerolo.

Le norme del Piano Regolatore (sovradimensionate sotto il profilo quantitativo, 800 nuovi alloggi in una zona già congestionata dal traffico) omettono la valutazione del valore documentale e storico dell’ex Merlettificio che andrebbe, invece, valorizzato quale importante brano di archeologia industriale e quale ideale contenitore per numerose funzioni pubbliche e private, riuscendo a riproporlo come luogo da cui vengano nuove occasioni di sviluppo e crescita civile, come già evidenziarono i contributi resi dalla Soprintendenza e dalla Prof.ssa Chierici a supporto del Convegno sul Turck promosso da Italia Nostra nel 2010.

Hashtag di riferimento #saveindustrialheritage

Sito archeologico industriale: Il Follone
Settore industriale:Industria Tessile
Luogo: Pinerolo – Torino – Piemonte
Proprietà/gestione: Privati
Testo a cura di: Veronica Polia e-mail  veronica.polia@libero.it
Crediti fotografici:Emanuele Basile

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Il setificio Gütermann & C. in Piemonte

Il setificio Gütermann di Perosa Argentina,  in provincia di Torino, oggi parte del nostro patrimonio industriale, testimonia il contributo dell’imprenditorialità straniera al nostro territorio.

L’insediamento del setificio tedesco a Perosa Argentina risale al 1883 quando Max Gütermann, già fondatore nel 1864 a Vienna della fabbrica Gütermann & C. poi trasferitasi nel 1867 a Gutach, nel Baden, acquistò un primitivo impianto costruito nel 1870 dal francese Benedetto Bertholet, per la macerazione e la pettinatura dei cascami di seta greggia.

A dirigerlo fu Karl, poi Rudolf, aiutato per la parte tecnica dal nipote Arturo Gütermann e, nel 1925, da Willy, figlio di Rodolfo. Tra il 1895 e il 1949 la famiglia tedesca diede vita a numerosi interventi in favore della manodopera: case operaie, case per impiegati, convitto, asilo infantile, spaccio aziendale, colonia elioterapica e scuola elementare, secondo il modello della collaborazione tra capitale e lavoro. L’avvento delle fibre tessili sintetiche del decennio successivo porterà alla definitiva chiusura degli impianti nel 2001.

La primitiva struttura industriale, ancora oggi visibile sul terreno del torrente Chisone, è a più piani con un’ampia fronte parallela al fiume. Successivi ampliamenti portarono alla costruzione di altri corpi a quattro piani e tetti piani e alla costruzione del fabbricato a uso filatura (1906). Il nuovo edificio è a sei piani, collegato al primitivo corpo di fabbrica con un corridoio aereo che attraversa ancora oggi la carrozzabile. I muri a struttura portante sono in pietra e laterizio.

Al di là del fiume è il reparto della macerazione dei cascami (1910-11) con struttura a un solo piano a due falde.

Coeve agli edifici per le lavorazioni sono le abitazioni per la manodopera. Le prime, dette “case nuove”, nei pressi dello stabilimento, datano 1875. Si tratta di edifici a quattro piani con ballatoio esterno, struttura portante, tetto in legno con copertura a lose.

Nel 1895 si completò la costruzione di Villa Gütermann, dimora di Rodolfo e poi di Willy, edificio sobrio ma elegante con scenografico scalone centrale, decorazioni esterne in pietra di gusto neoclassico, bella pensilina in ferro lavorato, ampio parco, oggi sede della Comunità Montana. Degno di nota il corpo laterale alla villa, a uso serra (1900), in muratura portante, tetto in legno e copertura in ardesia “alla francese”, di chiara impronta nordica.

Tra il 1895 e il 1934 sono le palazzine operaie a quattro e cinque piani fuori terra, addossate le une alle altre, in muratura portante. Interessante per la posizione a gradoni sulla collina con terrazzi e tetti piani è la prima casa in via Roma, 63, del 1906, progettata dall’ing. Pietro Soldati. Sempre del Soldati sono un villino a uso della dirigenza, in v. Gütermann, a due piani e lambrequin in legno, e il Convitto con ringhiere in ghisa, montanti e mensole in pietra lavorata. Notevoli le palazzine impiegati (1910-1920) con decorazioni a piastrelle azzurre e motivi Liberty.

Più tarde le strutture dell’Asilo, dell’Ufficio Postale, del Dopolavoro e della Colonia Elioterapica.

 

Un Ecomuseo per valorizzare l’archeologia industriale di Perosa Argentina

Il 4 maggio 1996 nasce l’Associazione Ecomuseo delle attività industriali di Perosa Argentina e valli Chisone e Germanasca con l’obiettivo di realizzare, attraverso il coinvolgimento di Enti ed Istituzioni, la stesura e presentazione di un progetto in grado di attingere a finanziamenti provinciali, regionali e dell’Unione Europea, finalizzati al recupero di almeno una parte dell’ex Convitto Gütermann, all’allestimento del museo e di un percorso museale di archeologia industriale.

 Archeologia Industriale

Sito archeologico industriale: Il setificio Gütermann & C.
Settore industriale: Settore tessile
Luogo: Perosa Argentina – Torino – Piemonte
Proprietà/gestione: Provincia di Torino. Associazione Ecomuseo delle attività industriali di Perosa Argentina e Valli Chisone e Germanasca www.ecomuseoperosa.it
Testo a cura di: dott.sa Carla F. Gütermann . Crediti fotografici Gallery Associazione Ecomuseo delle attività industriali di Perosa Argentina e Valli Chisone e Germanasca




Libro: Leumann storia di un imprenditore e del suo villaggio modello

In “Leumann, storia di un imprenditore e del suo villaggio modello” Carla Federica Gütermann, non solo studiosa della materia ma diretta discendente dell’imprenditore Napoleone Leumann, ci porta per mano attraverso la storia e le vicende del Villaggio Leumann.

Presentazione del libro a cura del giornalista Andrea Sottero:

Leggere il frutto del lavoro di una lunga e dettagliata ricerca di tipo storico, sociale e, nel caso specifico, urbanistico ed architettonico, per quanto per fini prevalentemente divulgativi, è sempre curioso, perché, al di là dell’eleganza stilistica con cui il discorso si dipana tra le pagine, si finisce col percepire abbastanza chiaramente il livello di passione con cui l’autore ha condotto i suoi studi e le sue ricerche.

Sapere che l’autrice di “Leumann, storia di un imprenditore e del suo villaggio modello”, Carla Federica Gütermann, ha studiato le vicissitudini e le opere di un suo antenato e si è occupata, di conseguenza, di un pezzo di storia significativo della sua famiglia, potrebbe indurre a credere che il suo coinvolgimento emotivo si palesi da subito tra le righe del discorso. Invece, di fronte a queste aspettative, si rimane delusi perché la prima impressione è che il testo scorra come una sterile relazione degli studi fatti. Solo dopo qualche decina di pagine, quando ormai si intuisce un quadro più completo del tipo di lavoro svolto, si inizia ad avere la piacevole sensazione di trovarsi di fronte al racconto di chi ha avuto modo di conoscere fatti e aneddoti che vanno al di là di ciò che può essere trovato in documenti e annali dell’epoca; un racconto, per altro, arricchito da una miriade di informazioni più dettagliate, spesso anche di carattere tecnico, che, non solo non appesantiscono la narrazione, ma la rendono persino più viva e appetibile.

Il pregio dell’opera sono le notizie sui modelli urbanistici e industriali italiani ed europei che vengono via via descritti e comparati, in modo semplice, ma straordinariamente chiaro. Senza contare le informazioni sui piani regolatori e sullo sviluppo viario della città di Torino, che insieme alla spiegazione del funzionamento di un villaggio industriale satellite quale il Leumann, quasi piccolo centro urbano nella città, ci regalano un quadro dell’evoluzione urbanistica del capoluogo piemontese.

Il libro è integrato da una sezione curata dal fotografo torinese Renzo Miglio che raccoglie più di cento scatti. Questi mostrano a chi non conoscesse la realtà del sobborgo torinese lo splendore e l’originalità delle sue architetture e somministrano quella buona dose di curiosità che dovrebbe indurre i lettori più esigenti a sincerarsi di persona dello stato attuale delle villette e palazzine.

 

Libro: Leumannm storia di un imprenditore e del suo villaggio modello
Autore: dott.sa Carla Federica Gütermann guter@inwind.it
Casa Editrice: Daniela Piazza Editore www.danielapiazzaeditore.com
Anno di pubblicazione : 2006




Libro: Cento Anni di Vita al Villaggio Leumann

Cento Anni di Vita al Villaggio Leumann. Racconti per Immagini, Didascalie, Aneddoti”, il nuovo libro per scoprire attraverso le immagini la storia del Villaggio Operaio Leumann in Piemonte, una delle perle del patrimonio archeologico industriale in Italia.

Le foto d’epoca costituiscono un patrimonio culturale, di tradizione e di storia. Oltre ad incuriosire l’utente giovane, permettono di riscoprire il nostro passato, l’arredo urbano della nostra cittadina, gli usi ed i costumi locali dei nostri genitori e dei nostri nonni.

L’Associazione Amici della Scuola Leumann, nata nel 1992 con lo scopo di ricostruire la storia del Villaggio Leumann, di preservarne la memoria e di valorizzarlo quale raro esempio di archeologia industriale, ha costituito, negli anni, un ricco archivio fotografico e ha raccolto aneddoti e testimonianze di un passato molto caro ai soci che qui sono nati ed hanno trascorso parte della loro vita. Ad un certo punto nell’Associazione si è fatta strada l’idea di mettere a disposizione di un pubblico più vasto queste immagini e questi ricordi.

Ne è nato il libro “Cento Anni di Vita al Villaggio Leumann. Racconti per Immagini, Didascalie, Aneddoti” che, nella prima parte, copre un periodo che va dall’inizio del ‘900 fino al 1972, anno che ha visto la chiusura del Cotonificio Leumann e l’inizio di un progressivo impoverimento di energie e di idee, essendo venuto a mancare il motore trainante della “fabbrica”. La seconda parte illustra, per immagini, il rivitalizzarsi del Villaggio, la socializzazione, la trasformazione da luogo spento a crogiolo di attività culturali e ricreative.

Oggi, infatti, per l’impegno e la volontà di alcune persone, riunitesi in Associazione,  il Villaggio Leumann è luogo da visitare, da studiare, da vivere con iniziative sempre apprezzate dal pubblico che accorre numeroso a riscoprire questo borgo di fine ’800. Questo impegno e questa volontà proseguono e, giunta al compimento del 20° anno, l’Associazione Amici della Scuola Leumann è più attiva che mai. Da qualche anno il Villaggio Leumann è Ecomuseo Provinciale e vede la presenza di circa cento famiglie, formate in buona parte da ex dipendenti della ditta Leumann.

Il volume intende essere un omaggio all’imprenditore illuminato Napoleone Leumann che il villaggio l’ha fatto costruire, al sindaco di Collegno, Ruggero Bertotti, che, nel 1976, ha fatto sì che continuasse ad esistere e a tutte le persone che lo hanno abitato.

Vuole anche essere di stimolo alle nuove generazioni ad averne cura e a continuare l’azione di valorizzazione finora portata avanti dagli “Amici della Scuola Leumann” e, dall’interesse riscontrato in questa sua prima apparizione, ci sono ottime prospettive per il futuro.

Prossimamente in uscita.

Libro: Cento Anni di Vita al Villaggio Leumann. Racconti per Immagini, Didascalie, Aneddoti
A cura di: Alessandro Zerbi
Casa Editrice: Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella www.piemonteinbancarella.it
Note: Realizzato grazie all’attività dell’Associazione Amici della Scuola Leumann www.villaggioleumann.it

Archeologia Industriale




Il Villaggio Leumann in Piemonte

Il Villaggio Operaio Leumann è uno dei fiori all’occhiello dell’Archeologia Industriale in Italia. Situato in provincia di Torino è una delle poche edificazioni filantropiche volute da imprenditori illuminati a supporto della classe operaia. 

 

Il Villaggio Leumann di Collegno insieme al Cotonificio fu edificato tra il 1876 e il 1912 dall’imprenditore svizzero Napoleone Leumann per dare lavoro, sistemazione e servizi gratuiti alle maestranze qui impiegate che provenivano sia dalla precedente tessitura di Voghera, nell’Oltrepò pavese, sia dai comuni limitrofi a Collegno. Il complesso costruttivo, a pianta triangolare, è formato dal Cotonificio e da due comprensori laterali, per una superficie complessiva di 72.000 mq. Entrambi i comprensori sono attraversati da una via principale, che si stacca dallo stradale di Rivoli, penetra all’interno di ciascun area di costruzione e si conclude in una graziosa piazzetta. A far da cornice agli slarghi sono rispettivamente due edifici fulcro: il Convitto nel comprensorio est e la Chiesa di Sant’Elisabetta nel comprensorio ovest, edifici questi costruiti per essere punti di aggregazione a uso collettivo. Il progetto architettonico fu affidato in parte all’ing. Pietro Fenoglio, artefice delle più significative opere in stile liberty a Torino. Il luogo, a nord della città sabauda, fu scelto dalla famiglia svizzera per la presenza di corsi d’acqua, per la vicina ferrovia e per il costo relativamente basso dei terreni rispetto a quelli di Torino. Tale fu l’importanza del Cotonificio svizzero che, nel 1896, il Comune di Collegno intitolò la zona Borgata Leumann, frazione del Comune di Collegno.

Il Villaggio Leumann venne concepito per essere del tutto autonomo. Le villette per gli operai e gli impiegati sono costruite in laterizio con due piani fuori terra e orto-giardino, ispirate alla tradizione edilizia padana del tempo, miscelata, specie nei tagli volumetrici dei tetti, con imprestiti di derivazione svizzera, riferibili all’origine elvetica del committente. Accanto alle abitazioni una serie di strutture assistenziali gratuite supportate da iniziative assistenziali (cassa malattia, cassa nuziale, cassa pensioni, liquidazione) facilitavano la vita e il lavoro alla Borgata. Nel comprensorio est trovano spazio il Convitto per le Operaie (1890-1906), il Refettorio (1890-1909), poi trasferito nell’area dello stabilimento e ora non più visibile, l’edificio dei Bagni (1902), il Teatro (1890) e l’Albergo Il Persico (1891). Nel comprensorio ovest, l’Ufficio Postale (1911), la Scuola Materna (1900) la Scuola Elementare (1906), la Palestra (1906), la Chiesa di Santa Elisabetta (1907), il Circolo per gli Impiegati e uno Spaccio Alimentare. L’Asilo Nido (1890), un tempo ubicato all’interno dello stabilimento, fu poi trasferito in una graziosa palazzina accanto alla fabbrica, l’Ambulatorio medico (1891) era in prossimità dell’entrata all’opificio, mentre la stazionetta (1903) trova collocazione di fronte all’ingresso. L’entrata al Cotonificio è ancora oggi caratterizzata da due piccole costruzioni similari del 1880 in litocemento con decorazioni in legno munite di torrette angolari, loggia e balconi e poste l’una di fronte all’altra sul corso Francia. Qui l’architettura vernacolare svizzera diventa il modello di importazione per eccellenza: l’immagine idilliaca e pittorica degli chalet montani si traduce nell’uso smodato del legno e dei tetti cuspidati.

Il cotonificio ha continuato la propria attività produttiva fino al 1972 quando chiuse in parte i battenti (Tessitura) a seguito della grave crisi del settore tessile e definitivamente nel 2007 (Nobilitazione del tessuto e tintoria). Il Comune di Collegno, con l’intento di salvaguardare e valorizzare un patrimonio culturale, riuscì ad acquistare praticamente tutte le case del Villaggio.

Oggi il Villaggio è sotto la tutela della Soprintendenza dei Beni architettonici e paesaggistici del Piemonte.

 

Il Villaggio Leumann oggi

Il Villaggio Operaio Leumann è oggi un importante documento di carattere storico e architettonico, indiscutibilmente uno degli esempi più prestigiosi del patrimonio archeologico industriale italiano, che continua a vivere e fa parte della rete ecomuseale della provincia di Torino.

L’Ecomuseo copre tutta l’area del Villaggio Leumann. Sono stati recuperati o ristrutturati molti edifici: il Convitto, l’Albergo, l’Ufficio Postale, la Stazionetta e una parte del Cotonificio. Di recente sono stati rimessi a nuovo i lavatoi ed è stata allestita una segnaletica interna. E’ stata ristrutturata anche la Scuola che, oltre a continuare ad ospitare cinque classi di scuola elementare, è sede dell’Ecomuseo.

Le abitazioni sono ancora utilizzate come tali e gli edifici che ospitavano servizi hanno ancora una funzione pubblica. Il Convitto delle Operaie ospita la Biblioteca Civica, l’Albergo è sede di associazioni, la Stazionetta, ristrutturata nel 1998 su iniziativa dell’Associazione Amici della Scuola Leumann,  ha svolto fino a fine 2012 un servizio di informazioni culturali, sociali e turistiche, il locale dei Bagni ospita il Centro Anziani. L’Ufficio Postale, la Scuola e la Chiesa mantengono invece la funzione originaria. A breve verrà allestito il Centro di Documentazione della Storia del Villaggio Leumann e un Laboratorio di Storia per le scuole.

Un ulteriore passo è stato fatto con l’allestimento realizzato dall’Arch. Alessandro Mazzotta e con gli arredi forniti dai soci dell’Associazione suddetta, della Casa-Museo nei locali messi a disposizione dal comune di Collegno. Si tratta di un “progetto pilota” e della prima esperienza di questo genere in un villaggio operaio.

L’Associazione Amici della Scuola Leumann

A prendersi cura della valorizzazione e della promozione del Villaggio Operaio Leumann attraverso l’organizzazione di visite guidate, attività culturali di vario genere, iniziative di ristrutturazione ed altro,  è l’Associazione Amici della Scuola Leumann.

Informazioni e prenotazioni visite guidate: Associazione Amici della Scuola Leumann
Corso Francia 345 – 10093 Collegno – Tel. 011 4159543 – 349 7835948
e-mail: info@villaggioleumann.it – sito web: www.villaggioleumann.it

 

Sito archeologico industriale: Villaggio Operaio Leumann
Settore industriale: Industria tessile – Cotonificio
Luogo: Collegno – provincia di Torino – regione Piemonte
Proprietà/gestione: Comune di Collegno www.comune.collegno.gov.it
Testo a cura di: dott.sa Carla F. Gütermann per la parte storica; Rosalbina Miglietti Presidente dell’Associazione Amici della Scuola Leumann .

Archeologia Industriale